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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 33,14-16)

Lo sguardo e l’interesse della profezia è rivolto al futuro: “Ecco, verranno giorni (…). In quei giorni e in quel tempo…”.

Fa parte del normale e ovvio della vita guardare avanti, rendersi conto della dinamica del presente, della complessità dell’esistente, delle nuove sfide che sorgono e scrutare il futuro, cercando di intuire cosa riserva attraverso la percezione dei segni premonitori.

Più ancora, se il futuro è atteso quale compimento della volontà di Dio in ordine alle promesse annunciate dai profeti, trasmettitori e garanti dell’attenzione di Dio negli eventi concreti del cammino del popolo fedele all’alleanza contratta nel Sinai. Il profeta riferisce con questi termini la parola del Signore: “…realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda”.

Il futuro di Dio ha come quadro di fondo la promessa di fare del popolo eletto, Israele, un modello di vita, una luce, come una calamita che attrae tutti i popoli della terra. Vi sarà pace e abbondanza di vita per tutti, perché governati dall’unico e vero Dio.

È la promessa che Dio fece a Israele liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto e ratificata con l’Alleanza nel Sinai. Essa costituisce il desiderio e il sogno di Dio per l’umanità e la creazione, e il permanente riferimento del procedere della storia verso la meta ultima e definitiva, avvicinandosi asintoticamente per “praticare la giustizia, amare la misericordia, e camminare umilmente con Dio” (Mi, 6,8).

Anche oggi essa è il desiderio e il sogno di tutta l’umanità, cosciente dell’importanza della pace, della corretta convivenza fra i popoli nella fraternità e responsabilità vicendevole, del diritto e della qualità di vita di ogni persona e delle genti.

La seduzione del potere e di altri aspetti ben noti e contrari, ostacolano e corrompono il cammino, impedendo la vera politica lungimirante nell’elaborare l’etica globale, indispensabile alla crescita verso la meta prefissata. Tuttavia, il permanere nella promessa è l’atto di fede necessario che sostiene e motiva l’adesione, ferma e determinata, ai valori individuali e sociali e al consolidamento della coscienza riguardo al processo di perfezionamento e avvicinamento al sogno.

D’altro lato, le forze contrarie generano conflitti vari, come si riscontra tutti i giorni. Essi – i conflitti – fanno percepire la meta come irrealizzabile e sempre più lontana, ossia come utopica. In tal modo, il conflitto è costante, e in alcune circostanze, agonico.

Pertanto, la persona, e la comunità credente, è costantemente provata al punto che l’insuccesso e il senso d’inutilità generano sfiducia, scoraggiamento, un senso d’impotenza e la demotivazione dall’impegno, favorendo la ricerca di risposte individuali (la persona si chiude in se stessa), accompagnata dalla la frustrazione riguardo all’evolversi sociale della giustizia, dell’equità, del diritto e delle pari opportunità.

Tuttavia la parola di Dio rimane come dono costante, riferimento e promessa garantita sulla sua autorità. Promessa che vede Dio attivo al riguardo, nel senso che fa sorgere persone e situazioni che, correttamente comprese e accolte, sostengono la speranza e orientano nella direzione corretta.

Questa parola motiva l’impegno ad anticipare il futuro nel presente. Al riguardo, dice il Signore: “farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”. La missione del re è praticare la salvezza, soprattutto a favore dei più deboli ed esposti al sopruso – vedove, orfani e stranieri -.

Il re sarà apprezzato nella misura in cui diverrà garante ed esecutore della giustizia.

Il “germoglio giusto”, discendente del re Davide, anticiperà quello che Il Signore consacrerà "in quei giorni”, come espressione della sua volontà e del suo amore per il popolo, in modo che la giustizia e la pace trionferanno pienamente.

La fiducia nella promessa è fondamentale per non soccombere alla forza devastatrice del male e del peccato. Mantenere gli occhi fissi sul Signore fa incidere nel cuore la certezza del compimento della promessa; ed è questa certezza che sostiene il cammino e la consapevolezza di un futuro – che per certi aspetti è già presente – e, allo stesso tempo, esercita l’attrazione e motiva la speranza, intrinsecamente sostenuta dalla verità etica del proprio comportamento.

In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore – nostra -giustizia”.

Il germoglio giusto, discendente di Davide, sarà il Messia. Si è fatto presente duemila anni fa, ed è nato come Cristo ultimo e definitivo con la risurrezione.

L’Avvento è il momento in cui si farà presente come tale in mezzo a noi. Il Natale si riferisce a questa circostanza, ossia vivere l’attesa e il compiersi, per tutta l’umanità, della promessa di pace e giustizia. Tale evento, molto singolare, sarà percepito in modo non univoco, ma ben differente tra gli uni e gli altri.

La differenza consisterà fra chi ha vissuto nell’orizzonte della promessa e da chi, invece, non l’ha presa in considerazione, o rifiutata. La condotta dei primi trova nella seconda lettura dei riscontri importanti e decisivi.

 

2a lettura (1Ts 3,12-4,2)

Per la comunità cristiana è imminente il “ritorno” del Risorto. Ritorno tra virgolette perché il Risorto, con l’ultima apparizione, ha promesso ai discepoli che starà con loro “tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Pertanto, il presente è vivamente caratterizzato dall’attesa della “venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”. Il modo migliore per gestirlo è “crescere e sovrabbondare nell’amore (…) per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità"; irreprensibili e santi per la dedicazione, la fedeltà e la pratica corrispondente è condizione indispensabile per stare con Cristo quando tornerà. Si tratta di non attenderlo con le mani in mano e neppur lavorando per mangiare, come stavano iniziando a fare. (2Ts 3,11).

Intensificare la pratica dell’amore vicendevole è necessario per stare “davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti suoi santi". Crescere e abbondare nell’amore, in modo che la santità diventi sempre più autentica e vera e coinvolga un sempre maggior numero di persone che si percepiscono rigenerate, trasformate, e capaci di donarsi agli altri, come in una spirale che non finisce mai, rivela la presenza di Gesù come senso della storia umana. Di fronte a questa presenza, tutto quello che è conforme alla santità di Gesù rimane, tutto quello che è difforme viene cancellato, non rimane.

L’amore dinamico in continua crescita è proprio di chi, uscendo da se stesso e rimanendo attento ai bisogni, alle esigenze dell’altro e alle circostanze del momento, sa rapportarsi in modo da suscitare un evento creativo che dia senso e soddisfazione, sia al donante che al ricevente.

L’evento dell’amore qualifica il rapporto, rafforza la comunione, la fraternità, la fiducia vicendevole, rende saldi i cuori – tenaci e consistenti – nella pratica di autentici rapporti; inoltre permette a ognuno di essere se stesso, senza maschere, nella propria individuale originalità e, allo stesso tempo, sperimentare nell’irriducibile diversità la vera comunione.

Tale comportamento rende le persone “irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro”. La santità consiste e si manifesta nella pratica dell’amore, perché è partecipazione della realtà di Dio. Rendere il cuore irreprensibile nell’amore equivale a manifestare e prendere coscienza del soddisfacente rapporto con Lui.

Al riguardo, raggiungere livelli espressivi d’irreprensibilità davanti a Dio porta a determinarsi per la pratica di una vita coraggiosa, audace, creativa e gratuita secondo le parole di Paolo: “… avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio”.

Perciò l'apostolo prega e supplica il Signore affinché “possiate progredire ancora di più”. Non solo esprime il desiderio del suo cuore a favore del loro bene personale, ma indica anche che lo sforzo e la volontà di progredire può raggiungere risultati positivi e soddisfacenti.

Solo trasmettendolo, il dono aumenta e si consolida nel donante. Il dono chiuso in se stesso è deleterio, come sangue che non circola nelle arterie e genera cancrena. Il progredire sempre più nell'atto del donare ha indicazioni precise che l’apostolo ricorda loro: "Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù”.

Si tratta di fare in modo che esse diventino riferimento per un cammino di creatività e coraggio, sotto l’azione dello Spirito, nelle diverse circostanze in modo che, all’aumento della conoscenza delle regole si aggiunga il sapore dell’esistenza, in chi trasmette e in chi riceve.

Paolo ha annunciato il Vangelo e continua a sentire la responsabilità per i cristiani; di conseguenza vorrebbe fare il possibile per aiutarli ad essere fedeli alla fede che hanno ricevuto. È legato a loro, è responsabile di loro, non per ossessività, come se dovesse averli sempre vicini per superare la sua solitudine e la sua insicurezza, ma per quel dono di grazia che il Signore ha elargito nella sua vita e, attraverso di lui, nella loro vita.

È l’amore di Dio che crea questo tipo di legame. Evidentemente, poi, i nostri legami sono sempre un po’ mescolati, tra un po’ di egoismo, un po’ di amore, un po’ di grazia, un po’ d’interesse o tutte queste cose insieme. Ma i “legami” devono andare in questa direzione di purezza, limpidezza, gratuità, ecc., e ci vanno quando all’origine di questi legami c’è il riconoscimento dell’opera del Signore, ovvero della Sua azione.

Questo si riconosce quando per un rapporto uno è disposto a rimetterci senza che nessuno sappia niente, senza che nessuno nemmeno se ne accorga. Quando uno paga un prezzo, senza che nessuno se ne accorga, allora vuol dire che quell’impegno, quel legame, è un legame autentico che ha la sua motivazione nel Signore perché, dal punto di vista mondano, non trae alcun vantaggio, nemmeno il "grazie" ricevuto da chi se ne rende conto. In altre parole crescere nella gratuità.

Importante è percepire nel cammino il rapporto del vivere presente con l’ultimo e definitivo che si manifesterà con il ritorno del risorto, quando e come indica il Vangelo.

 

Vangelo (Lc 21,25-28.34-36)

Gesù disse ai suoi discepoli: “State attenti a voi stessi (…) che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia della terra”.

Il Natale ricorda la venuta del Signore duemila anni fa. La chiesa riprende, nel tempo di Avvento, alcuni aspetti importanti che accompagnarono l’attesa, giacché ritiene che abbiano attinenza con la venuta del Figlio dell’uomo. L’arrivo del Messia costituì una grande sorpresa per tutti poiché nessuno lo aspettava nei termini che si è presentato. La differenza fu tale che finì per essere rifiutato da tutti e condannato alla croce.

Il primo Natale rimanda al secondo, quello cui fa riferimento il vangelo di oggi. È pertinente chiedersi: succederà che non sarà riconosciuto e rigettato di nuovo? Il risorto-glorioso è tale per l’amore che l’ha spinto ad impiantare il cammino di salvezza per tutti e per l’intero creato con l’avvento del Regno.

Non è riconosciuto come tale in questa vita da chi, pur dichiarandosi discepolo, assume uno stile di vita diverso, se non contrario, al suo. Lo potrà riconoscere come salvatore nel giorno ultimo? O sarà dominato dall’angoscia e dalla paura che non gli permetterà d’accoglierlo come tale?

La venuta è descritta come un evento inaspettato e improvviso; infatti, scrive l'evangelista Luca, si abbatterà di sorpresa, come un laccio dal quale nessuno potrà sfuggire; non solo gli uomini, ma anche la natura e la creazione stessa sarà messa sotto sopra; infatti, “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle”. Addirittura, “Le potenze del cielo saranno sconvolte”. Niente sarà più come prima.

Un aspetto di particolare importanza è la chiarezza riguardo al quando avverrà tutto ciò. Per certe espressioni Gesù si riferisce a un futuro che lui stesso afferma non conoscere, ma solo il Padre. Per altre è come se fossero imminenti, al punto che non bisogna lasciarsi prendere dalla sorpresa per “ciò che sta per accadere”.

Nella concezione comune, passati due mila anni, ancora non è accaduto nulla. Sorge il dubbio se avverrà o se ci sia stato qualche malinteso, D’altro lato si scrutano i disastri naturali o segnali di autodistruzione della terra, come tracce anticipatrici e prossime a indicare la fine, e con essi la manifestazione del ritorno del Risorto.

Certamente il Risorto non è assente né lontano dal mondo; al contrario è presente e ha promesso di stare con i discepoli fino a quando la storia arriverà al punto finale. Solo che non è visibile, come lo era quando stava fisicamente con i suoi discepoli, ma è presente e vicino per mezzo dello Spirito che è, anche, "lo Spirito di Cristo”. Non c'è una comprensione univoca su tale aspetto: la teologia è impegnata a fornire comprensioni e risposte sempre migliori e più soddisfacenti alla domanda di chiarezza sul tema.

In ogni caso, ritengo particolarmente importante e decisivo per la spiritualità giornaliera, non perdere di vista lo stretto legame stabilito da Gesù tra il presente e il futuro, e viceversa. Nell’evento finale tutti "vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube – la presenza dello Spirito – con grande potenza e gloria”. Quest'evento porterà “sulla terra angoscia di popoli in ansia” per lo sconvolgimento della natura, "mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra”.

Gesù non solo annuncia il futuro, il destino dell’umanità, ma lo anticipa con il suo stile di vita e comportamento. Pertanto, il presente vissuto imitando Gesù già partecipa del futuro. D’altro lato, il futuro non è un sogno o una proiezione fantasiosa per sconfiggere la paura della morte e del nulla, ma la continuazione e la pienezza del presente. Più ancora: è la divinizzazione dell’umano e, allo stesso tempo, l’umanizzazione del divino.

La manifestazione di Gesù Cristo, sempre occultamente presente e attiva nello Spirito, con l’evento finale si farà visibile e sarà opportunità per “sfuggire a tutto ciò che sta per accadere” a chi seguendo le indicazioni di Gesù si troverà nelle condizioni di farlo.

Pertanto si premura di allertare i pericoli da scansare e di ciò che è doveroso fare: “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”; aggiungendo: “Vegliate in ogni momento, pregando perché abbiate la forza di (…) comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

Anticipando il futuro a livello personale, perseguendo la causa di Cristo a favore dell’umanità tutta, seguendo il suo cammino senza secondi fini, pur nei limiti e debolezze della condizione umana, e lasciandosi continuamente purificare dalla sua misericordia nell’Eucarestia, i discepoli acquisiranno la forza di lottare e di continuare la sua missione, certi della promessa fatta loro, nonostante tutte le avversità che dovranno affrontare.

Quello che sta per compiersi non è altro che il futuro di Cristo, con il quale si è preso familiarità anticipandolo, anche se in modo imperfetto, nella pratica dell’amore che Gesù ha insegnato e praticato.

Perciò quando si entrerà in esso pienamente, sarà ben diverso da chi l’ha coscientemente ignorato, o si è volutamente allontanato per una pratica di vita contraria.

Per i primi sarà esperienza che non genererà ansia, angoscia e paura, ma vedranno realizzata la loro speranza: “risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

Sarà il vero e definitivo Natale!

 

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