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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 9,1-6)

Il popolo camminava nelle tenebre (…) in terra tenebrosa”e le persone erano sottomesse al giogo oppressore, con la “sbarra sulle spalle” e minacciate dal “bastone del suo aguzzino”. Parole che descrivono la triste condizione degli esiliati in Assiria. Persone che non hanno futuro, se non quello della dura schiavitù, della sofferenza. Non c’é speranza in qualcosa che possa cambiare in meglio la loro condizione.

Quanti popoli, quante persone, oggi, giacciono nelle stesse condizioni? O quante di loro si sentono come straniere nella propria terra o nella propria casa, per i motivi più vari?

Tutto ciò, teologicamente parlando, ha la sua radice nel peccato personale e sociale. In effetti, esso ha il potere di dividere ciò che è unito, di isolare le persone nella loro individualità, di suscitare il sospetto, la sfiducia e l’indifferenza reciproca, rendendo impossibile ogni rapporto ragionevolmente umano. Non per niente le malattie depressive ed affini, hanno avuto negli ultimi tempi una crescita esponenziale…

Ogni anno, in questa circostanza del Natale, si ripropone alla considerazione “lo zelo del Signore degli eserciti”, in virtù del quale Egli esercita “il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e il suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre”. Sorge la domanda: uno zelo sprecato? Un buon proposito destinato a entrare nella categoria delle illusioni? Per certi aspetti la risposta é affermativa, considerando le diverse forme di degrado umano, morale e sociale che i mezzi di comunicazione ci presentano costantemente…

Ma quello che colpisce di più è l’insistenza, la tenacia, la fermezza nel ripresentare l’azione di Colui la cui presenza è diretta a consolidare e rafforzare il Regno “con il diritto e la giustizia, ora e sempre”. D’altro lato, le Scritture affermano che il Regno è presente in forma nascosta e discreta nel mondo, pertanto, percepibile a certe condizioni.

Ritengo che l’esistenza di questo Regno si possa riconoscere nella lotta per l’affermazione della giustizia e della verità, nella difesa del diritto e della dignità umana, nel resistere ad ogni forma di oppressione e di degrado umano; ossia, con l’assunzione di questi comportamenti, si realizza quello scontro drammatico e violento al quale il testo fa riferimento, ovvero l’esperienza di Gedeone (cap 7) “ Poichè ha spezzato il giogo che l’opprimeva, la trarrà sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino come nel giorno di Màdian”.

Il regno emerge nella( -e) persona (-e) quando aderiamo, e restiamo fedeli, ad uno stile di vita che ci impone di non assumere gli atteggiamenti di violenza ed oppressione sopra indicati (resistenza attiva) e non ci pieghiamo a coloro che li giustificano e li praticano, anzi abbiamo il coraggio di proclamare sempre la verità e la giustizia (resistenza passiva). Tale comportamento porterà al confronto che potrà arrivare a momenti drammatici e violenti “ perché ogni calzatura di soldato (…) ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati e dati in pasto al fuoco” e daranno luogo alla sconfitta, alla morte prematura.

Non ci sarà gratificazione di alcun tipo, giacché la tanto sospirata trasformazione sociale ed individuale sarà sommersa nel fallimento più completo. Rimarrà solo la caparbietà umanamente incomprensibile, assurda, ingenua, fuori della realtà: così è accaduto con il Messia e con la Sua crocifissione.

Ma tutto ciò nascondeva quello che nessuno aspettava: la vittoria sul peccato e sulla morte stessa. Non piegandosi, resistendo fino alla morte, tutto è stato dato “in pasto al fuoco”. Gesù dirà “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso. Ho un battesimo nel quale sarà battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Lc 12,49-50) allusione alla sua morte e risurrezione. É l’avvento del Regno nella sua persona. Sarà l’avvento del regno in tutti i suoi discepoli ed il compimento del gratuito atto di amore del Padre che illumina le tenebre della nostra vita con la luce del suo Figlio, ora e sempre.

Entra in scena la tenerezza della nascita “Perché un bambino é nato per noi, ci é stato dato un figlio”, in grande contrasto con la scena anteriore di forte violenza. Ma solo apparente perché “Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile…”.

Il tremendo “potere” di lasciarsi distruggere in nome della resistenza attiva e passiva. E “consigilere mirabile” nell’invitare a percorrere lo stesso cammino.

Ecco allora in che consiste la grande luce nelle tenebre e le sue conseguenze: “Il popolo (…) ha visto una grande luce (…) Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia (…) la pace non avrà fine (…) Questo farà lo zelo del Signore”.

Questa singolare unione: nascita del bambino e morte per il riscatto é ripreso nella seconda lettura.

 

2a lettura (Tt 2,11-14)

“Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio”. La grazia è la persona di Gesù, la sua missione e, soprattutto, gli effetti della sua morte e risurrezione. “E' apparsa” nel senso che si è manifestata nel mondo, prendendo forma nel bambino nato a Betlemme. Gesù – dono gratuito, grazia – offerto indistintamente a ogni persona è colui “ che porta salvezza a tutti gli uomini”.

La salvezza ha il suo inizio nel profondo dell'essere della persona, nel percepire se stessa come un nuovo soggetto, trasformato, rigenerato . Questo inizio costituisce l'atto di fede, per il quale in essa – la persona – si compiono, simultaneamente, due atti di fede: il primo, la fiducia nella bontà di quello che è offerto, il secondo, nella sua efficacia.

In tal modo sorge nella persona la coscienza del formarsi di un nuovo soggetto. L'essere, ossia, il livello più profondo e intimo della persona, è modellato – come fa il vasaio con la creta – come un soggetto al quale sono perdonati i peccati e reso giusto davanti a Dio Padre; è ristabilita l'alleanza che si era spezzata a causa del peccato: è fatto partecipe della vita di Dio, della vita eterna, come anticipo della pienezza della gloria che si manifesterà alla fine dei tempi.

In altri termini, la persona è immersa nel mistero di Dio, giacché la fede riproduce in essa la vittoria di Gesù Cristo sul male e la distruzione del peccato. Nonostante tutto, il male e il peccato continueranno a esercitare la loro tentazione e seduzione, ma l'adesione del cuore, il consolidamento del dono per mezzo della parola di Dio e i sacramenti, specialmente l'Eucaristia, rendono possibile il permanere in Lui, ossia il compiersi, ogni giorno, della salvezza, della comunione con Dio e la vittoria sul male e sul peccato.

L'immersione nel dono, nel mistero di Dio, ha una dimensione propedeutica “…ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà”, ovvero ci permette di non cadere nella tentazione dell'incredulità e della schiavitù delle passioni che distruggono l'integrità della persona.

A questo punto, il peccato non è invincibile, come pensano molti.

Certo, non basta la sola forza della volontà, pur necessaria, ma occorre sintonizzare ed accogliere il dono che in ogni istante è offerto in diversi modi, che hanno in comune la memoria attualizzante dell'evento della morte e risurrezione di Gesù.

In positivo, lo stesso evento insegna “…a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà”, tre aspetti del comportamento che manifestano il grado e la profondità della comunione con il Signore e che costituiscono la verifica della consistenza di tale comunione, che va oltre la volontà, il sentimento e la semplice emozione e ne garantisce l'autenticità.

Fra l'altro, il vissuto etico sostiene e consolida la certezza delle venuta del Signore alla fine di tempi. Esso è strettamente legato all'attesa “della beata speranza della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore nostro Gesù Cristo”. Se tale vissuto è manifestazione della carità, e Dio è carità, aumenta la certezza di partecipare della sua stessa vita e, quindi, della gloria che si manifesterà pienamente con la venuta del Risorto.

Etica e gloria sono le due facce della stessa moneta: la partecipazione al mistero dei Dio. Questa verità offre il senso ultimo dell'esistenza, motiva ad assumere lo stile di vita di Gesù e la fedeltà alla missione in quanto suoi discepoli.

Nello svolgimento di essa si ripete quello che il Signore ha fatto per noi “Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo e di buone opere”. Ritornando a Lui il dono da Lui ricevuto, si manifesta la pienezza della comunione con il Signore, l'avvento del regno di Dio.

In conclusione, il testo di Paolo svela il senso ultimo della nascita del bambino in Betlemme, descritta dal vangelo.

 

Vangelo (Lc 2,1-14)

Maria “diede alla luce il suo figlio primogenito”. Se non fosse per la risurrezione, questa nascita sarebbe passata inosservata. L'evento pasquale e la Pentecoste orientarono i riflettori dell'umanità su di Lui. Fu allora che i discepoli compresero chi era effettivamente.

L'umano e il divino in Gesù apre nella persona l'orizzonte di una nuova comprensione di se stessa (e di tutta la creazione). In essa si stabilisce una simbiosi, nel senso che il profondamente umano è divino e viceversa.

All'inizio del mondo Dio crea l'uomo a sua immagine e somiglianza. Nella seconda creazione, con la risurrezione, accade il contrario: Dio ricrea la persona somigliante a Lui, per assumere pienamente la maniera umana di essere “tutto in tutti” (1Cor 15,28) nel nuovo mondo.

Più esattamente, il processo di divinizzazione della persona e di umanizzazione di Dio inizia nella persona fin dal momento della nascita, per l'effetto della morte e risurrezione di Gesù e va crescendo gradualmente, nella misura in cui la persona risponde positivamente con a pratica di vita corrispondente.

Ritengo che questo processo non avrà mai fine, neanche con la venuta del Risorto alla fine dei tempi, perché Dio e la persona vivranno per sempre. In altre parole, quel momento segnerà nella persona la sua costituzione ultima e definitiva (e per Dio sarà un momento di crescita, dal punto di vista della sua umanità) senza pericolo di ritorno alla condizione precedente e di essere fuorviati da essa.

Mi chiedo se non è questa “la gloria del Signore“ che gli angeli cantano e che “avvolse di luce” i pastori di allora (considerati, dalla teologia e morale del tempo, esclusi dal regno perché pascolavano le bestie in terreni non loro) e avvolge quelli di oggi.

Certo, una proposta così sconvolgente genera grande timore in coloro che si sentono esclusi o marginalizzati dall'istituzione ecclesiale per non essersi uniformati alle norme vigenti “Essi furono presi da grande timore”. E non era per meno: da esclusi e condannati, divenivano inclusi e integrati al massimo livello, senza rendersi conto del perché e del come.

Come per Maria, l'angelo interviene: “Non temete (…) è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Notare che non dice: l'uomo Gesù, figlio di Maria, ma Cristo Signore, ossia, usa il titolo proprio del Risorto. Malgrado la sorpresa e il timore, i pastori si dirigono accompagnati dall'angelo al luogo dell'evento “… oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore”.

Avvicinandosi al Salvatore, malgrado la loro coscienza di essere considerati pubblici peccatori, il grande timore si converte in un incontro umanissimo, pieno di familiarità e tenerezza “… un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”: il profondamente umano (i pastori, pur nella loro condizione di peccato e di esclusione) e il profondamente divino sono uno di fronte all'altro: ed ecco che “… subito apparve con l'angelo la moltitudine dell'esercito celeste, che lodava a Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”.

Si tratta di una rivelazione inaspettata e improvvisa, che fa svanire il timore nei pastori, perché coinvolti nella percezione che gli uomini sono amati da Dio. Ed in primo luogo proprio loro, gli esclusi dalla comunione da parte della teologia ufficiale, e tutti indistintamente, affinché comprendendo il grande amore di Dio si avvicinino al Salvatore e si lascino trasformare dagli effetti della sua morte e risurrezione.

In tal modo la gloria di Dio nei più alto dei cieli e la pace sulla terra, le due facce della stessa moneta, si concretizzano nella nuova creazione per la pratica dell'amore, ritornando a Dio il dono che ci ha fatto: “… che vi amiate gli uni gli altri,come io ho amato voi” (Gv 15,12).

Buon Natale!

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