Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Maggio: 2019
L M M G V S D
« Apr    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Login

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (1Sm 1,20-22. 24-28)

“Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele, ‘perché – diceva – al Signore l’ho chiesto’”. In tal modo, il Signore esaudisce la sua preghiera e le concede un figlio maschio, togliendole l’infamia della sterilità che pesava fortemente su di lei.

Anna non accolse l’invito del marito di accompagnarlo per soddisfare il voto fatto, adducendo la necessità di attendere allo svezzamento e, nello stesso tempo, si fa spazio nella sua coscienza la convinzione che il dono deve ritornare al donatore. Perciò essa stessa lo condurrà “a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre”.

Elkanà è un padre e un marito cosciente della sua missione e dell’impegno doveroso di rendere culto a Dio per il dono ricevuto. Tale coscienza, e l’azione corrispondente, sono di grande importanza per l’identità della famiglia; infatti conferiscono ad essa le fondamenta per un futuro solido e soddisfacente, qualunque circostanze o difficoltà dovesse accadere.

Non è difficile percepire i sentimenti e lo stato d’animo di Anna per la nascita del figlio desiderato, dopo l’umiliante sterilità e l'aver sopportato, con essa, l’arroganza e la prepotenza della seconda moglie del marito, al quale aveva dato dei figli.

L’attenzione al dono, e la necessità che non manchi nulla al bambino, unita al buon senso, hanno fatto sì che Anna non accolga la richiesta del marito affinché tutta la famiglia vada “a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e soddisfare il suo voto. Anna non andò (…) Non verrò, finché il bambino non sia svezzato’”.

Anna, nella sua immensa gioia, non perde di vista che il bambino è dono di Dio e che, in primo luogo, deve essere restituito con la stessa modalità di dono. Si tratta di un atteggiamento magnanimo e sorprendente perché è cosa comune che una madre prenda “possesso” del figlio, come realtà che gli appartiene inseparabilmente, partendo dal concetto che “è mio figlio!”. Tale comportamento, carico e caratteristico dell’esclusivo sentimento di possesso dimentica, o mette in secondo piano, la realtà del dono di Dio e non permette di assumere la dovuta distanza dall'idea di possesso esclusivo, in modo da mantenere integra la realtà del dono.

Di fatto Anna compirà la promessa, andando ben oltre a quello che normalmente è richiesto in tali circostanze. Infatti, “Dopo averlo svezzato, lo portò con sé (…) e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo (…) per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”. È impressionante l’atteggiamento e la determinazione di Anna: anteporre il ritorno del dono a Dio ai propri sentimenti e accettare il distacco della sua presenza nella vita famigliare offre uno spaccato della qualità del suo rapporto con il Signore.

Accompagnare il processo di crescita è comune, gioioso e doveroso per ogni madre. Ritornare a Dio il dono ricevuto, è tutta un'altra storia! Per essere stata esaudita nella preghiera Anna entra nella stessa sintonia e afferma: “Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”.

Ella insegna come il dono, per mantenersi tale, non deve divenire possesso, ma deve essere devoluto per il bene del donante, del ricevente e del dono stesso, trattandosi quest’ultimo di una persona. Nel caso non fosse una persona, come i beni materiali quali abilità, competenza professionale o altro, si tratta di condividerli nell’ordine della gratuità e del disinteresse, senza secondi fini; ciò arricchisce donante, ricevente e fa crescere la comunione fraterna.

Questo dono ritornato – il figlio – diventerà un regalo per tutta l’umanità, oltre a indicare la dinamica che rende veramente felice e piena l’esistenza.

Il contrario del dono è il possesso. Trattenerlo per sé, come dono esclusivo, significa svuotarlo della sua forza e potere rivitalizzante; in altre parole, è distruggere il dono stesso, e tutto diventa sterile e senza senso.

Il possesso genera morte, contrariamente a quanto comunemente si crede.

Purtroppo la nostra cultura dominante ci spinge al possesso e la condivisione ha spazi molto ristretti e localizzati, normalmente e il più delle volte, nell’ambito della famiglia e dell’amicizia fra persone affini.

Infatti, le nostre comunità cristiane, non sono famiglie nel senso che Dio desidera, ma spazi di servizi religiosi, supermercati dove prendere quello che occorre – sacramenti, celebrazioni cultuali per soddisfare il sentimento religioso, ecc., – pagando il prezzo di un numero di riunioni; luoghi di istruzione e di erudizione sulla parola di Dio, in risposta agli interrogativi della vita, ma non luoghi di apertura, di comunione fraterna, di condivisione dei beni, ecc. , che Dio brama.

La vita e l’esistenza sono veramente tali se vengono elaborate e vissute nell’orizzonte del dono. Più ancora, sono dono che devono far intravedere la filigrana dell’autenticità: il farsi del regno di Dio e l’immergersi nel suo amore e nella sua presenza.

“E si prostrarono là davanti al Signore”; atteggiamento importante che manifesta il vero culto dei due sposi. Nello specifico, si tratta di prostrarsi alla presenza del Dio della vita, che si manifesta nell’esistenza di ogni persona, o comunità di persone – famiglia di Dio – vissuta come dono di sé, affinché tutti abbiano vita in abbondanza.

La radice è nell’amore che Dio stesso ha manifestato nei riguardi di ogni persona e dell’umanità, consegnando il Figlio, come maestro e cammino di vita.

 

2a lettura (1Gv 3,1-2.21-24)

Con l’evento di Gesù Cristo – specialmente per gli effetti della sua morte e risurrezione – non siamo solo persone e dono di Dio, ma abbiamo la condizione di figli nel Figlio; infatti, “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”. L’enfasi evidenzia il grande, sorprendente e immeritato dono che, opportunamente meditato e interiorizzato, ci mette in sintonia con l’amore di Dio e ci rende partecipi della vita eterna.

L’essere figlio di Dio non si esaurisce nella realtà individuale, ma abbraccia la dimensione comunitaria, sociale e l’umanità, nel senso che la persona si percepisce come parte integrante e inseparabile di esse. Pertanto, in virtù dell’inscindibile rapporto, la vera personalità del soggetto/individuo è posta come in continua formazione, in permanente processo di crescita (o nel suo contrario, dipendendo da riferimenti contrari e liberamente scelti).

La persona raggiungerà l’apice della sua realizzazione con “il ritorno” del Risorto alla fine dei tempi, per cui l’apostolo afferma: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è”. Con altre parole, la persona è posta fra il “già” e il “non ancora”, nella dinamica dell’amore che Gesù ha espressamente comandato: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12).

Il divenire e il processo richiedono dl fare propria tale dinamica, che rende sempre più somiglianti a Gesù Cristo. Ogni persona è creata a immagine e somiglianza di Dio, immagine che si fa sempre più somigliante o, al contrario, più sfigurata, in relazione diretta da come assume e sviluppa, o rifiuta, tale identità.

A tal fine è necessaria la fiducia nell’insegnamento, nella pratica e nello stile di vita di Gesù in ordine alla finalità del regno di Dio, motivo della sua incarnazione. È necessario, dice l’apostolo, “che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato”.

Credere nel nome è dare fiducia alla sua persona; perciò l’autore, nella lettera agli Ebrei, insisterà sul mantenere gli occhi fissi su Gesù con queste parole: “colui che da origine alla fede e la porta a compimento” (12,2). Per conoscerlo sempre più, e meglio, è doveroso imitarlo nell’amore vicendevole, come lui ha praticato e insegnato; in altri termini, come lui stesso ci ha amato e continua amare. In tal modo i cristiani si pongono nella verità e fanno la verità, condizione indispensabile per ascoltare e comprendere la sua Parola. In caso contrario, il loro sarà un semplice udire, senza comprendere nulla.

L’effetto di tutto ciò è la sorprendente comunione con Dio; infatti, “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui”. Questo costituisce il culmine dell’esperienza veramente umana, perché in essa la persona trova la soddisfazione completa di tutto ciò che aspira e desidera, anzi va molto oltre, in virtù della esorbitante e trasbordante misura del dono.

L’attore invisibile del processo è lo Spirito Santo; infatti, “In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. In merito allo Spirito, Gesù, riprendendo la Scrittura, afferma che “dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,38). Ecco da dove proviene il coraggio, l’ardire, l’audacia di prendere iniziative atte all’incontro sincero fraterno e cordiale, avendo come meta il bene dell’umanità, della collettività e della creazione.

Da qui nasce la creatività pastorale, il nuovo mondo e, con esso, la crescita del regno di Dio verso la meta definitiva, quando lo stesso regno sarà impiantato definitivamente dal Padre. Verso tale meta Gesù è orientato fin dal momento in cui è riconosciuto come adulto dalla comunità d’Israele, come racconta il vangelo odierno.

 

Vangelo (Lc 2,41-52)

Per la Legge, al compimento dei dodici anni, l’adolescente acquistava ed era riconosciuto come adulto a tutti gli effetti (oggi diremmo maggiorenne) e gli era concesso di manifestare di comprendere la Legge, nell’apposita circostanza prescritta a tal fine. Prima di tale momento non aveva alcun peso sociale, anzi era equiparato a uno schiavo ebreo, totalmente sottomesso all’autorità paterna anche se, tuttavia, era ritenuto un soggetto importante perché futuro cittadino.

A questo si riferisce il testo evangelico.

Nella sua condizione di adulto Gesù ha preso le distanze dalla semplice sottomissione e controllo dei genitori. L’accaduto, semplicemente circostanziale, potrebbe essere letto come il distacco che segna l’inizio della nuova condizione di uomo, di adulto e, come tale, determinare il cammino e l’attività corrispondente alla propria inclinazione o vocazione.

Nell’andare in carovana a Gerusalemme per la Pasqua, uomini e donne viaggiavano separati: i figli viaggiavano con uno dei due genitori e solo alla sera si riunivano.

Nel ritorno verso casa, Maria e Giuseppe si accorgono dell’assenza di Gesù. Dopo averlo cercato affannosamente, ritornano a Gerusalemme e, dopo averlo ritrovato nel tempio, Maria dirà: “Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”.

Smarrire un figlio è un motivo di angoscia più che comprensibile. Nella circostanza di Gesù non indica solo un fatto circostanziale ma un momento decisivo e irreversibile per la sua persona e futuro. Infatti sono le parole, sorprendenti e determinate, rivolte da Gesù ai genitori, che ne configurano la portata: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.

La domanda sembra retorica, se non fosse per quello Gesù dice per specificare che il suo distacco è dovuto al preciso obbligo di occuparsi delle cose “del Padre mio”, per le quali è stato inviato.

Gesù non appare per nulla turbato, rattristato o pentito, per aver causato preoccupazione ai genitori. Anzi, la coscienza del legame con il Padre e il doversi occupare delle sue cose, presenta un Gesù che, in virtù della sua condizione di adulto, si mostra determinato e colmo di fermezza e convinzione nella sua missione, anche a costo di suscitare angustia in persone alle quali è legato da particolare affetto e gratitudine.

Per il credente di tutti i tempi, l’aver raggiunto la maggiore età dal punto di vista del discepolato, comporta l'assumere la stessa determinazione a proposito della missione che Gesù ha lasciato come compito fino al momento del suo “ritorno” nella gloria, quando la storia raggiungerà il suo termine. Sono memorabili e sconcertanti le sue parole, con le quali Egli afferma che amare il padre e la madre, il figlio o la figlia più di Lui rende impossibile il discepolato.

Evidentemente, non si tratta di trascurare o disattendere l’affetto e l’attenzione che si deve ai genitori, ma di porre al primo posto il servizio alla causa del regno, anche a costo di suscitare angustia in essi riguardo alla possibilità di perdersi nel cammino. La posta in gioco è la maturità cristiana, necessariamente vincolata a quella psicologica, etica e sociale; in altri termini, la crescita della persona sotto tutti gli aspetti.

“Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio”. L’affermazione riguardo ai “tre giorni” fa riferimento al momento decisivo dell’intervento ultimo e definitivo di Dio, che dirime per sempre le questioni. Lo incontrano nel tempio, nella casa di Dio e tutto ciò allude all’incontro del Crocefisso nella gloria di Dio, trasformato e realizzato pienamente per la risurrezione.

I genitori “non compresero ciò che aveva detto loro”, anche perché la sua risposta era collocata in tutt’altra lunghezza d’onda. Infatti lo trovarono nel tempio, “seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”. Non si sa di che cosa parlassero e le rispettive argomentazioni, ma per la reazione di stupore e ammirazione riportata dall'evangelista, è lecito supporre che si trattasse di aspetti rilevanti a proposito della missione che svolgerà.

Viene da chiedersi come un adolescente potesse già affrontare, con successo, i maestri della legge. Non mi sembra che sia da attribuire al fatto di essere il figlio di Dio, poiché per l’incarnazione pone come fra parentesi questa sua condizione, come afferma l’inno ai Filippesi 2,6. Non è da escludere, però, che Gesù possedesse un’intelligenza particolarmente perspicace.

In ogni caso, l’atteggiamento di ascoltare e fare domande a persone competenti riguardo alle cose di Dio, è stare nel tempio, nel luogo della presenza di Dio; e ogni luogo, ogni circostanza può diventare lo spazio dell’incontro con Dio, e come tale deve essere anteposto a quello dei familiari.

Ascoltare e fare domande, con il sincero desiderio di conoscere e approfondire il mistero e la volontà di Dio, è motivo di crescita e forza per mantenersi nel cammino corretto; allo stesso tempo, sviluppa l’intelligenza creativa che permette di rispondere correttamente al nuovo che continuamente si presenta.

In quest’ottica, la vita familiare incontra, in questa celebrazione festiva, elementi di grande importanza per valutare e confrontare il proprio vissuto e la missione che il Signore gli ha affidato.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento