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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 24,1-4.12-16)

La sapienza è il perfetto grado di conoscenza delle cose; costituisce il possedere dottrina e sapere, l’essere dotto con grandi capacità di discernimento, accompagnate da alte doti morali. Essa forma la fonte dell’esperienza, competenza, abilità e saggezza ed è uno dei sette doni dello Spirito Santo che desta l’aspirazione alle cose divine.

Il brano è un elogio di essa perché “in Dio trova il proprio vanto”. Afferma di se stessa: “Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creata” e ha coscienza che, “per tutta l’eternità non verrò meno”, perché la sua missione è trasmettere l’eternità nel tempo. Vale, per inciso, precisare che l’eternità non è l’assenza del tempo ma la sua qualità. Ed è la sapienza che gli conferisce questa qualità che non verrà mai meno, in virtù del continuo sviluppo e crescita, per fare della creazione “nuovo cielo e nuova terra” (Ap21,1), manifestazione della gloria di Dio e spazio del Regno di Dio.

In effetti, la sua esistenza e azione non è finalizzata a se stessa; infatti, “Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: ‘Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti’”.

Dio e il popolo – quest'ultimo per mezzo di Mosè – sigillano il Patto nel Sinai, dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. L’adempimento di esso è condizione essenziale perché, nell’entrare nella terra promessa, si perpetui quella libertà loro donata, attraverso la pratica del diritto e della giustizia. In tal modo, l’avvento del regno di Dio, frutto del compimento, costituisce la testimonianza e un richiamo per tutte le nazioni della terra affinché partecipino e si integrino della stessa realtà.

Il segno del Patto è Legge. L’osservanza dello spirito di essa – la finalità alla quale tende, ossia, l’avvento del regno di Dio – più che la materialità del precetto, costituirà il cammino per l’entrata e la crescita nel regno.

La sapienza è l’insieme di elementi che, organicamente strutturati, permettono di gestire correttamente tale processo. Essa richiede un impegno intellettuale, psicologico, sociale e morale a tutto campo, nel percepire la direzione e il cammino degli eventi giornalieri e storici da vagliare e combinare con la giustizia e il diritto, soprattutto a favore delle persone e classi sociali meno favorite.

In tal modo la sapienza può affermare di se stessa: “Nella tenda santa ho officiato e così mi sono stabilita in Sion”. La tenda è il popolo eletto, ed è santa perché l’adeguato comportamento rivela che il popolo è decisamente votato al rispetto dell’Alleanza ed alla comunione di vita e di destino con il suo Dio.

Pertanto potrà affermare ancora di se stessa: “Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mi eredità, nell’assemblea dei santi – quelli che si identificano e agiscono per la causa del regno – ho preso dimora”, cosicché “dinnanzi alle schiere proclama la gloria dell’Altissimo”, percepita nei frutti di solidarietà, responsabilità e fraternità, nei rapporti sociali e nella comunione con le persone di diversa origine, cultura e religione.

Nonostante questo bellissimo ed entusiasmante quadro, la sapienza non è stata compresa, accolta e valorizzata.

La difficoltà di allora è quella di sempre e riguarda il dedicarsi ad essa, l’impegno umano ed intellettuale, il coraggio, l’audacia nell’elaborare creativamente nuove risposte intraprendendo cammini inediti e rischiosi, confidando nella sintesi che la sapienza suggerisce in attenzione alla mutevoli condizioni della vita sociale e individuale.

Fra l’altro, la fedeltà alla tradizione, aspetto importante per mantenere solida l’identità del proprio essere e agire a livello personale ed ecclesiale, non consiste semplicemente nell’eseguire norme e regole consuetudinarie, meno ancora nella gattopardesca ed ipocrita attitudine di “cambiare per non cambiare”, ma all’azione creativa di cui abbiamo riferito precedentemente.

È celebre la frase di San Giovanni della Croce: “per arrivare alla meta che non conosci devi intraprendere il cammino che non conosci”. Fuori da tale indicazione ci sarà sicuramente sapienza, ma non quella che viene dall’alto e che il testo odierno presenta ed elogia.

Una testimonianza di grande importanza è l’esperienza di Paolo con l’incontro del Risorto, della quale è un riflesso la seconda lettura.

 

2a lettura (Ef 1,3-6.15-18)

Paolo eleva a Dio la lode e il ringraziamento perché “ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo”. Con l’esperienza dell’incontro con il Risorto, alle porte di Damasco, gli si apre un nuovo e sconcertante orizzonte di vita perché si percepisce partecipe della vita di Cristo – che entrato corporalmente nei cieli, ossia con la realtà umana totalmente impregnata della gloria di Dio – chiama a sé il persecutore Paolo, trasmettendogli la nuova condizione di rigenerato e di intima comunione.

Con grande stupore e profondo senso di gratitudine Paolo si rivolge agli Efesini, coinvolti nello stesso evento pasquale; pertanto, anch'essi partecipano “di ogni benedizione spirituale in Cristo”, ed afferma che Dio Padre, in Gesù Cristo, "ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”.

La nuova condizione di rigenerati, in intima comunione con Gesù Cristo, fa sì che essa riveli la sua origine nell’amore trinitario attivo prima della creazione del mondo, anteriore all’azione creatrice della stessa Trinità. In tal modo l'apostolo trasmette l’idea della grandezza, profondità ed inesauribilità del mistero di Dio in cui sono immersi.

La coscienza di tale immersione non è fine a se stessa, in termini di gratificazione e di benevolenza, ma è condizione per attivare il mistero d’amore che motiva e sorregge la pratica della carità verso le persone, l’umanità e la creazione, attraverso rapporti umani autentici e nella costruzione di una società più confacente all’avvento del regno.

È la pratica della carità che assicura la condizione di santità – nel senso di separazione da tutto quello che non è carità – e, pertanto, mantiene integro e senza macchia, nell’autentica comunione in Cristo, chi responsabilmente la esercita.

Per di più, tale condizione proietta nella predestinazione “a essere per lui – Dio – figli adottivi mediante Cristo Gesù”, indicando la condizione ultima e definitiva generata dalla fedeltà alla pratica dell’amore. Tutto ciò corrisponde “al disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.

Il dono (la grazia) immeritato e sconcertante dell’amore, che ha trasformato l’immagine e la visione di se stesso, acquisterà uno splendore ancora maggiore e più intenso se verrà trasmesso alle altre persone nelle diverse circostanze, sperando che anche loro si coinvolgano nella stessa dinamica. Si compie, così, il disegno d’amore della volontà del Padre: la simultanea glorificazione della creatura e di Dio stesso; viene donata la glorificazione alla persona e all’umanità e questa, trasmettendola e scambiandola reciprocamente, esprime il culto e la glorificazione del Padre.

Dopo tutto questo preambolo Paolo, “avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete versi i santi – i membri della comunità” – rende grazie a Dio affinché “vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. Tale dono è particolarmente necessario per attualizzare l’esercizio della carità con creatività, audacia e coraggio, nelle mutevoli e varie condizioni di vita personale a cui è diretto l’annuncio e la missione, estendendo il processo di glorificazione.

Tutto ciò significa illuminare “gli occhi del vostro cuore – intelligenza, pensiero e riflessione – per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati -, ossia la partecipazione piena alla gloria di Dio nell’avvento ultimo e definitivo del regno; infatti, "quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi", ovvero la comunione con Dio e la salvezza di tutti”.

Ciò è reso possibile dalla centralità dell’evento Gesù Cristo, che il vangelo sintetizza in maniera mirabile.

 

Vangelo (Gv 1,1-5.9-14 (forma breve))

Il brano, elaborato verso la fine del secolo, molti anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, dalla Chiesa di Giovanni (gli esperti dicono che non erano più di 5 persone!) è una visione retrospettiva del mistero di Dio nella persona umana di Gesù di Nazaret.

Con l’evento Gesù Cristo l’umanità inizia un nuovo cammino – un nuovo “Principio” della creazione, una nuova storia – nel quale Gesù è percepito come “il Verbo – la parola/azione – presso Dio”. In virtù di esso, “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. L’azione creativa è la Parola, per mezzo della quale tutto è chiamato all’esistenza.

L’azione creativa è la carità; quindi il termine “Principio” non si riferisce semplicemente a un momento cronologico che si allontana sempre più con il trascorrere del tempo, ma è il momento di ogni momento. Esso è “inaugurato” dalla carità e continua, nel processo di crescita e di sviluppo nel tempo che trascorre, per l’azione del “Verbo” che si fa carne nella persona di Gesù, Verbo nel quale “era – ed è – la vita e la vita era la luce degli uomini”.

È possibile che la luce era, ed è, così forte e intensa da accecare gli uomini, per cui “veniva nel mondo la luce vera (…) eppure il mondo non lo ha conosciuto, Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Ma non tutti, perché “a quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome”.

Sorprendentemente, il potere di diventare figli di Dio il Figlio lo ha posto nelle mani degli uomini. Esso si attiva in loro per l'azione di “credere nel suo nome”. Credere è porre fiducia nella sua condizione di Verbo, inviato dal Padre nello Spirito Santo, che testimonia e insegna il cammino della salvezza all’umanità intera e a ogni singola persona, attraverso l’esercizio della carità che rigenera e include nel regno coloro che, per la teologia consolidata e gestita dalle autorità del tempo, erano irrimediabilmente condannati ed esclusi.

Lo stesso Giovanni racconta che “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi gridò: ‘Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me” (Gv 7,38). Chi ha fame e sete di giustizia sarà saziato con l’avvento del regno di Dio (Mt 5,6); basta solo “bere” quello che sta insegnando, praticando e trasmettendo, con la fiducia nell’efficacia di ciò che propone.

Gesù continua, riprendendo la Scrittura: “Dal suo grembo – del credente – sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,39).

L’attivazione del potere in essi è accompagnato dalle coscienza della nuova generazione, del nascere dall’alto che, nella conversazione con Nicodemo, Gesù poneva come condizione per partecipare al regno di Dio nel vissuto giornaliero (Gv 3,3). Di conseguenza, percepiranno che la nuova condizione proviene “non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”.

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”: uno di noi, affinché ognuno possa rimanere in lui oggi e sempre, oltre la barriera della morte, come risorto in lui.

 

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