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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 26,4-10)

Il testo corrisponde al nostro “credo”. È la professione di fede del popolo ebraico liberato dalla schiavitù dell’Egitto e condotto, attraverso il deserto, alla terra promessa. La sua fede è la testimonianza di una storia, di un cammino che inizia nella persona di Abramo, il capostipite: “Mio padre era un Aramèo errante”.

Le vicende che seguirono fecero sì che la poca gente divenne una “nazione grande, forte e numerosa”. Nonostante la sintonia iniziale con la vicenda di Giuseppe – divenne addirittura viceré -, col passare degli anni essa divenne una minaccia per L’Egitto; infatti, “I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divenendo numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno” (Es 1,7).

Non si conosce la causa della fallita integrazione in quanto viene solo indicato il rapporto fra i due popoli valutato sulla numerosità dei membri, sulla loro forza e potere di dominio e, quindi, sull’eventualità che uno prevaricasse sull’altro. In conseguenza di questo reciproco contrasto gli egiziani presero l’iniziativa e, quando la paura si associa al potere, il risultato è la soppressione dell'altro, ridotto in schiavitù o, addirittura, la strage. Cosicché “Gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù”.

Tuttavia può darsi che il popolo d’Israele, numeroso, forte e sicuro di sé, si sia allontanato dal Dio della promessa e ha fatto di Lui, semplicemente e deduttivamente, il Dio del privilegio. In tal modo ha ammutolito il suo Dio. Come spiegare il lungo silenzio di Dio nei riguardo del suo popolo?

L’avvertenza è illuminante per il nostro oggi, riguardo all’efficace e positivo processo di accoglienza e integrazione delle folle che arrivano sulle coste europee, in considerazione dello sconvolgente fenomeno dei migranti in cerca di pane, pace e sicurezza di vita. Considerare la propria condizione esclusivamente nell’ambito del privilegio e del diritto acquisito, porta a ritenere e vedere nei numerosi migranti, bisognosi di aiuto, una minaccia o, peggio, un pericolo. La conseguenza di questo atteggiamento è la tentazione di chiudere le frontiere.

In ogni caso, riprendendo il testo, non è difficile immaginare la condizione devastante, sia a livello generale del popolo sia individuale di ogni persona. L’interrogativo ovvio è: Dio ha dimenticato la sua promessa? ha ritirato il suo favore? L’angoscia da un lato, e la memoria nella fedeltà di Dio alla promessa dall'altro, suscitano l’invocazione d’aiuto.

“Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria, la nostra oppressione”. La compassione e la misericordia – l’amore fedele – del Signore, però, hanno prevalso; e infatti “… il Signore ascoltò la nostra voce (…) ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio, spargendo terrore e operando segni e prodigi”.

Ecco, allora, la memoria del grande evento della liberazione, elemento centrale della fede del popolo. A esso si aggiungono la finalità e il destino ultimo di tale evento, in modo da costituire il quadro di riferimento per il presente e il futuro del popolo.

Dio ha liberato il popolo perché faccia del dono della liberazione memoria che attualizza gli effetti per le generazioni future. Resterà impressa nel loro patrimonio di fede e d’identità il passaggio dalla condizione di schiavitù e oppressione a quello di popolo eletto, libero ed erede della benedizione, della promessa di Dio, nonché riferimento per tutte le nazioni.

Uscito dall’Egitto il popolo intraprende il cammino nel deserto nel quale, attraverso molteplici prove e difficoltà perfeziona, purifica e consolida il frutto della liberazione e rende comprensibile, in tutta la sua portata e significato, l’Alleanza contratta nel Sinai, in modo che, correttamente intesa e praticata, lo introdurrà nella nuova realtà della terra promessa.

Proseguendo, il “credo” afferma: “Ci introdusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele”. Non si allude solo ad una terra o ad uno spazio geografico ben definito, ma dell’ambito del vissuto del popolo in sintonia con la pratica della giustizia e del diritto, secondo le indicazioni e le esigenze dell’alleanza che farà, di tutta la realtà, espressione del regno di Dio: il luogo e l’ambito dove Dio regna.

L’atto finale di fede è il riconoscimento della sua presenza, azione e dono: “Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”, perché da Lui provengono e a Lui tutto appartiene.

All’offerta segue l’adorazione: “ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio”; in questo modo il popolo riconosce, assume e stabilisce il corretto rapporto con il Signore e con se stesso, fondato sulla fiducia nel Dio che lo ha liberato.

È proprio la fiducia che Paolo chiede ai cristiani nella seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 10,8-13)

È noto che Paolo presenta Gesù sempre a partire dalla risurrezione. Non lo fa dal concepimento, dalla nascita o dalla vita pubblica, come sarebbe normale in ogni biografia. Comincia sempre dalla fine, dal punto d’arrivo, perché l’evento della risurrezione rivela e conferisce a Gesù, definitivamente, il carattere di Messia. Da allora sarà Gesù Cristo, unendo i due aspetti: l’umano e il divino.

La risurrezione manifesta Gesù costituito dal Padre, per mezzo dello Spirito, Signore del cielo e della terra. L’evento è generato dall’amore per la causa del regno e fa sì che, per la morte in croce, Gesù prenda possesso della risurrezione.

“Chiunque crede in lui non sarà deluso”. Credere significa lasciarsi coinvolgere dagli effetti dell’evento pasquale, tenendo ben presente che essi sono un dono, non la ricompensa acquisita per un merito. Tale fiducia non rimarrà delusa riguardo a quello che il credente sarà in condizione di fare, di scoprire, di contemplare riguardo all’avvento del regno di Dio in lui e, misteriosamente, nell’umanità percepita in cammino verso l’evento ultimo e definitivo alla fine dei tempi.

Nel credente tali effetti sostengono e autorizzano a vedere se stesso con gli stessi occhi di Dio, al di là dei propri limiti e capacità, dei peccati e virtù, della forza e debolezza, degli aspetti negativi che prevalgono pesantemente, il più delle volte, sulla necessaria autostima e condizionano la crescita e l’impulso nel progredire fiduciosamente contro difficoltà e ostacoli. Non poche volte tali aspetti sono causa di depressione.

Ebbene, il dono degli effetti della morte e risurrezione di Gesù, genera, nel credente, il legittimo ottimismo perché, rimanendo profondamente unito a Cristo, vittorioso sul male e sul peccato, si sente come rigenerato nel sostenere la lotta contro difetti e limiti che sono reali, ma non invincibili.

Dio lo vede come una persona nuova, rivestita del Figlio, attraverso le lenti dello Spirito, ossia come giustificato, trasformato, glorificato e capace di affrontare, vittoriosamente, la lotta giornaliera contro il male e il peccato, in virtù dell’amore in cui si sente coinvolto e immerso.

Paolo, con l’esperienza alle porte di Damasco, si è così riconosciuto e per questo motivo può, legittimamente, affermare: “Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore”. E specifica che, se proclamerai “Gesù è il Signore e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo”. È noto il detto: “la lingua parla di ciò che è pieno il cuore”.

“Con il cuore si crede per ottenere la giustizia”. Il cuore non è ritenuto, come si crede nella nostra cultura, la sede degli affetti, delle emozioni e dei sentimenti, ma del pensiero, della riflessione, dell’approfondimento e della formazione della coscienza. Credere è accogliere e coinvolgersi negli effetti del dono della sua morte e risurrezione.

Oggettivamente, l’evento pasquale ha reso giusto ogni essere umano e l’umanità intera. Il credente, coinvolto e immerso nell’oceano di quest’amore, percepisce la sua trasformazione e, nell’intimo, si sente giusto davanti a Dio. Tale condizione fa sì che “con la bocca si fa professione di fede per avere la salvezza”, per la comunione con Dio.

Tuttavia il dono non è un’acquisizione permanente, altrimenti diverrebbe possesso e svuoterebbe la forza e il potere della gratuità dell’amore. Per mantenere la sua caratteristica di dono, come tale deve essere invocato nel momento opportuno: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Il nome, diversamente dalla nostra prassi, manifesta la profondità, l’autenticità e la missione della persona: nel caso di Gesù Cristo è l’amore trinitario e la sua dinamica.

Tutto ciò è “la parola di fede che noi predichiamo”, ovvero è l’evento centrale della vita di Gesù, verso il quale Egli si è incamminato dopo aver vinto l’estenuante lotta contro il demonio nel deserto, come racconta il vangelo.

 

Vangelo (Lc 4,1-13)

È sorprendente che Gesù, dopo il battesimo e “pieno (…) e guidato dallo Spirito Santo”, vada nel deserto per essere tentato dal diavolo. Nel battesimo il Padre e lo Spirito approvano Gesù che lo riceve come uno del popolo – il comune peccatore che desidera riavvicinarsi a Dio -, facendosi solidale con esso, quale primo passo dell’ avvento del Regno.

Gesù sa che la salvezza è la comunione con Dio. Dio è amore e la salvezza è il coinvolgimento nell’amore trinitario. Ma cosa fare e come fare per mostrare loro il cammino corretto per accoglierlo?

Gesù – il Verbo in condizione umana – conosce bene i punti deboli di tale condizione e il conseguente cammino di perdizione. D’altro lato, come Figlio, è immerso totalmente nell’amore trinitario e, più ancora, è l’amore di Dio in mezzo a loro. I due opposti sono pienamente presenti nella sua persona: da un lato la missione del Messia redentore e, dall’altro, il diavolo, l’avversario che separa, divide e allontana da Dio.

L’avversario – il diavolo – è presentato metaforicamente come una persona che gli sta di fronte. In effetti, è la realtà umana sviata e distorta che instaura, nel suo mondo interiore, una lotta estrema che non lo abbandonerà mai. La lotta si farà particolarmente intensa e drammatica proprio pochi momenti prima di morire – in condizione fisiche e psicologiche estremamente fragili – con l’ultima tentazione di scendere dalla croce.

Il numero quaranta, riferito ai giorni, è simbolico ed indica un tempo piuttosto lungo (o potrebbe anche indicare gli anni di vita pubblica). Per Gesù sono stati anni di deserto, un crescendo di solitudine che lo porterà fino all’abbandono da parte del Padre.

È noto che il digiuno permette di percepire meglio se stesso e la realtà in cui si è immersi, migliora le capacità introspettive e il pensiero acquista maggiore lucidità e profondità. Evidentemente non è possibile che Gesù “non mangiò nulla” ma, certamente, si privò di tutto, eccetto lo strettamente necessario.

Il diavolo, abilmente, tenta Gesù non riguardo al fine della missione, perché sa che Gesù mai verrebbe meno, ma riguardo al modo, al cammino per realizzarla. Evidentemente, cedendo, il cammino Gesù non avrebbe raggiunto la méta prefissata.

Le tentazioni riguardano tre aspetti cardine della vita umana:

1) i beni necessari per una vita degna, il pane;

2) il successo, in termini di potere e gloria;

3) l’esperienza del divino nell’evento meraviglioso e sorprendente.

Tutti e tre sono legati all’idea di un Dio che fa miracoli, domina e soggioga tutti alla sua volontà e che manifesta la sua condizione divina in maniera indiscutibile.

La prima tentazione:

Gesù, trasformando la pietra in pane, ossia, risolvendo le necessità degli uomini con un tocco magico, avrebbe dato un forte impulso all’individualismo della persona, perché essa non avrebbe avuto bisogno di alcun altro. Al contrario, le persone che vivono della Parola che esce dalla bocca di Dio – il testo parallelo di Matteo -, motivate dalla legge dell’amore, stabiliscono rapporti di fraternità, solidarietà e giustizia e, in virtù di tale rapporto, il pane arriva su tutte le mense. Cadendo nella tentazione, Gesù avrebbe demotivato la pratica dell'amore e li avrebbe allontanati da Dio. Sarebbe stato il suo fallimento e la vittoria dell’avversario.

La seconda tentazione:

Le persone non vogliono assumere responsabilità e, volentieri, le delegano ad altri, affinché assicurino loro pane e divertimento, salvo poi lamentarsi se le cose non vanno per il verso giusto. La libertà per amare, legata alla responsabilità di entrare in sintonia con il regno di Dio nel costruire il futuro di giustizia e di pace che coinvolge indistintamente tutti, non è la più ambita. Di più, afferma Dostoevskij, attraverso il Grande Inquisitore, quello che più teme l’uomo è la libertà.

Molti di coloro che assumono la delega, entrano in un giro istituzionale che identifica il fine con i propri interessi personali o di lobby, sempre a scapito della popolazione più bisognosa. In questo senso svolgono un’attività demoniaca quando si prostrano“in adorazione dinnanzi a me”. Il compenso di tale comportamento:“Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio”.

Il disinteresse colpevole dei primi e la spudoratezza dei secondi, rendono impossibile fare della politica la dimensione sociale dell’amore. Se Gesù avesse accettato la proposta, in una settimana avrebbe sì instaurato il regno, ma non quello di Dio: sarebbe stato il fallimento della missione e la vittoria dell’avversario.

La terza tentazione:

“Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui", dal pinnacolo del tempio, e gli angeli faranno in modo che non ti succeda niente. Essendo il Figlio, Dio non permetterà che ti succeda alcun danno e tutti, vedendo questo mirabile intervento, crederanno immediatamente nella tua Parola. Quale migliore opportunità viene offerta dal demonio per togliere ogni dubbio circa la pretesa di essere Figlio di Dio! Tale tentazione si proporrà, di nuovo, in un momento di estrema fragilità, ossia pochi minuti prima di morire sulla croce: “Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuole bene. Ha detto infatti: 'Sono Figlio di Dio'”(Mt 27,43).

Gesù risponde citando un altro testo: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”, perché chiedendo a Dio di manifestare la sua assistenza avrebbe dimostrato di non credere effettivamente che Dio avrebbe avuto cura del suo eletto, anche quando le circostanze sembrassero smentirlo. Fra l’altro, l'aderire alla prova, non avrebbe dato alcun risultato; lo mostra la parabola del ricco che chiede di ritornare in vita, convinto che un evento di tale portata converta i fratelli ancora vivi: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro (…) Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi anche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,27-31).

L’evento avrebbe sancito un’enorme e incolmabile distanza fra Gesù e tutti loro, come quella fra l’enormemente ricco e il povero che a stento vive. Suggestiva, al riguardo, la considerazione del filosofo Kierkegaard riguardo al rapporto fra il re e la povera plebea, che il primo dice di amare sinceramente e senza secondi fini: potrà la plebea credere nel sincero amore del re? È difficile.

Perciò, cadere nella tentazione, avrebbe significato manifestare un potere grandioso e sorprendente, ma inutile e sterile ed avrebbe causato il fallimento della missione e la vittoria dell’avversario.

Le tentazioni rivelano l'idolo presente negli uomini, ossia, l'immagine di Dio costituita da loro stessi. Gli uomini vogliono un Dio poderoso, che risolve con il miracolo i loro bisogni; che legittima il suo essere Dio con interventi sorprendenti e grandiosi, lasciando le cose come stanno, senza richiedere alcun impegno con Lui, eccetto quello strettamente necessario per risolvere, con un gesto miracoloso, ogni singolo caso – individualmente – le esigenze primarie, e per far sentire il potere della sua presenza, quando invocato per risolvere situazioni impossibili. Lo scambio, in queste circostanze, è il modo concreto di impostare il rapporto con Lui. Ma questa visione di Dio è incompatibile con la visione che ha Gesù. Il conflitto lo porterà alla croce.

Alla domanda iniziale, sul come svolgere la missione, la risposta è: accettare il conflitto che susciterà il nuovo cammino, anche se ciò lo porterà sulla croce, nella fiducia e certezza che il Padre e lo Spirito compiranno la promessa d’instaurare il regno.

 

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