Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Maggio: 2019
L M M G V S D
« Apr    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Login

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,4-7)

Il brano è tratto dal terzo dei quattro cantici del "Servo”. I cantici tracciano il profilo e l’azione di un personaggio (alcuni ritengono, in modo fondato, che si tratti di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele all’Alleanza) chiamato e unto dallo Spirito per la missione. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, i discepoli e gli apostoli identificarono il misterioso personaggio con Gesù Cristo.

La caratteristica della missione consiste nello svolgere l’attività profetica in nome di Dio, indicando e insegnando il cammino corretto riguardo al rapporto con se stessi, con le altre persone, con la società e il creato intero, in modo da compiere la volontà di Dio riguardo all’avvento del suo regno.

La missione riguarda il farsi del regno nell’oggi, nell’attualità. L’"oggi" del regno è un anticipo nella circostanza concreta della realtà, ultima e definitiva, che si manifesterà alla fine dei tempi con il ritorno del Risorto, nella quale si rivelerà la portata dell'affermazione di Paolo per la quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

A tale fine, al “Servo” Dio ha dato una lingua da discepolo, perché “sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”, a chi non ha o ha perso speranza e fiducia in un futuro di redenzione dalle sofferenze e umiliazione, di riscatto dal male e dal peccato; l’avvento del regno si qualificherà quale duplice conversione, personale e sociale, in modo da instaurare una nuova filosofia di vita, una rinnovata organizzazione sociale, rispettosa del diritto e della giustizia in sintonia con i termini dell’alleanza, che permetta una vita più umana e degna a tutti e a ogni singola persona.

Sarà Dio stesso che indicherà il cammino e il modo di procedere; perciò, “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”. L’umiltà di chi ascolta e impara è la prima caratteristica del discepolo. L’istruzione riguardo allo svolgimento della missione ha dello sconvolgente, come si deduce dalle parole seguenti: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. La missione sarà non solo difficile, ma drammatica, per le prevedibili resistenze e opposizioni al processo di cambiamento.

Ora il Servo descrive le sofferenze e le umiliazioni che l’hanno investito: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Sono gesti e atteggiamenti di grande disprezzo da parte del popolo e trasmettono la portata e la radicalità del rifiuto e del rigetto nei confronti del “Servo”.

Essi sono interpretati come la manifestazione dell’abbandono di Dio, per aver osato attribuirsi la pretesa messianica: una blasfemia imperdonabile e meritevole di tutto ciò.

Il Servo, invece di mostrare abbattimento, depressione, delusione e scoraggiamento, manifesta uno stato d’animo singolare; afferma di non restare svergognato né confuso. Manifesta grande fermezza, uno stato psicologico e una capacità di sopportazione del dolore fisico sorprendente, oltre ogni umana attesa.

Il motivo e la forza è da ricercare nella presenza del Signore; infatti, "Il Signore mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. In cosa consista concretamente l’aiuto non è specificato.

È probabile che, paradossalmente, il Servo percepisca “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16), come linfa vitale proveniente dalla radicale fedeltà di Dio, anticipo della sconfitta del male e vittoria sul peccato.

In tal modo il Servo, in virtù della sua fedeltà alla missione e fiducia nella promessa del suo Signore percepisce, nel profondo del suo animo e nella sua persona, la trascendenza del suo Dio o, meglio ancora, la potenza dell'amore insita nella causa del Regno. Si può affermare che questo tipo di sofferenza e umiliazione non è contraria alla felicità e alla gioia, quando si percepisce che il dono di se stesso porterà salvezza e beneficio addirittura ai persecutori e carnefici.

È l’esperienza di Gesù nell’evento pasquale, che Paolo sintetizza magistralmente nell’inno della seconda lettura.

 

2a lettura (Fil 2,6-11)

Il testo è, probabilmente, un inno liturgico dei primi cristiani. Sintetizza la figura di Gesù Cristo, il significato e la portata della sua missione. Molto si è scritto e si continuerà a scrivere giacché il contenuto costituisce il pilastro dell’identità e della fede di ogni cristiano, della chiesa e inquadra il cammino nel regno di Dio.

I primi tre versetti sono diametralmente contrapposti ai seguenti tre. I primi si riferiscono allo svuotamento, il cui punto finale è la morte di croce; i secondi, al contrario, al riscatto dalla morte nella pienezza della vita e all’esaltazione del Gesù Crocifisso come Cristo Signore.

Pertanto, "Gesù pur essendo nella condizione di Dio (…) svuotò se stesso”. Don Mario Antonelli fa notare che nel testo originale non esiste il “pur”; e non c’è quel "nonostante fosse di natura divina", come se si trattasse di una benevola e umile concessione. Ciò significa che Gesù non diventa povero in deroga della sua divinità né è chiamato a distaccarsi dalla sua divinità per diventare povero. Al contrario Paolo – continua d. Mario Antonelli – sembra affermare che, “Proprio per essere di natura divina, Gesù si fece povero”. Non c’è nessuna antitesi tra lo svuotarsi e la sua condizione divina, anzi, è proprio di Dio lo svuotarsi.

La povertà è ritenuta da Dio il modo adeguato e conveniente per farsi presente in mezzo agli uomini. Gesù, per farsi povero, non ha dovuto né voluto distaccarsi dalla ricchezza divina. È evidente che la povertà non è una sciagura o una disgrazia, ma la condizione e l’ambito per Gesù di farsi prossimo degli uomini e, per questi ultimi, avvicinarsi e fare esperienza di Dio.

Non si tratta solo di non accumulare denaro, beni materiali, e condurre una vita sobria e legata allo stretto necessario ma, più ancora, della povertà di chi assume la condizione sociale del servo: “ svuotò se stesso assumendo la condizione di servo". In Gesù non c’è nessuna opposizione tra la forma di Dio e la forma del servo di tutti, anzi, in Lui si può riconoscere la profonda identificazione tra questi aspetti.

Il servo è chi non ha volontà né libertà propria, ma in tutto dipende dal suo Signore. Il servizio al quale si sottomette è la causa del regno, ambito di liberazione e redenzione dalla forza del male e dal potere del peccato, che attanaglia le persone e l’umanità intera.

Riformulare le proprie convinzioni riguardo a Dio, ridisegnare il rapporto con Lui e rimodellare le condizioni e le caratteristiche del vissuto sociale riguardo alla giustizia e al diritto dell’alleanza, incontreranno forte opposizione e il rigetto estremo con la croce. Tale atteggiamento del popolo e delle autorità configura la realtà del peccato, che investe e si scarica con inimmaginabile la violenza su di Lui persona.

Per amore dell’umanità Gesù, davanti al Padre si fa carico del rigetto e del peccato, come se Lui stesso fosse il peccatore e, in tal modo, rappresenta ogni uomo e quella parte dell'umanità che non crede. Come conseguenza sperimenta l’allontanamento e l’ira del Padre – manifestazioni di un amore tradito e deluso dalla pertinace insistenza e sfiducia degli uomini nel Figlio -, piombando nella radicale solitudine espressa con le parole: “Perché mi hai abbandonato?”.

Altra solitudine gli è riservata dal popolo e dalle autorità che lo condannano a una morte ignominiosa e spregevole, come maledetto da Dio. Quindi, addirittura, una doppia e radicale solitudine.

L’amore di Dio, deluso dalla sfiducia degli uomini e l’amore di Dio nel riscattarli dall’autodistruzione, dal peccato e dalla morte, è espressione dell’unico amore che sostiene l’evento: “Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. C’è un nesso fra i due momenti, fra l’umiliazione e l’esaltazione, fra la morte e la vita piena, non in virtù di un rapporto causa-effetto, né per una sorta di automatismo che scatta automaticamente, ma per la rilevanza dell'amore, per il vivere e donarsi alla causa del regno nell’amore, con amore e per amore. L’amore della consegna di se stesso è lo stesso che risuscita il corpo martirizzato e ridona la vita in pienezza, che non morirà mai più.

E tutto “a gloria di Dio Padre”. La gloria di Dio è la vita degli uomini, e la vita degli uomini è lodare Dio. L’amore di Dio, percepito per la fede, rende capaci di rispondere nella stessa dinamica e immergersi totalmente in Dio stesso, come fa il pesce nel mare.

 

Vangelo (Lc 23,1-49) – (forma breve)

Il racconto della passione si presta a molte considerazioni. Commento solamente quelle che sono in stretto rapporto con le tentazioni di Gesù nel deserto, prima che iniziasse l’attività pastorale. Innanzitutto, dopo averle sconfitte, l’evangelista annota che “Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13).

Il momento propizio è poco tempo prima che Gesù muoia sulla croce: “Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: ‘Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Tutti gli erano contro e, tra incredulità e ironia, chiedevano un gesto spettacolare, sul tipo di quello della seconda tentazione nel deserto – buttarsi dal pinnacolo del tempio – nella certezza che Dio sarebbe intervenuto a suo favore, non permettendo che subisse alcun danno.

Forse il demonio sperava di ottenere maggior successo, date le condizioni di estrema sofferenza e debolezza di Gesù. Particolarmente insidioso è il “salva te stesso”, che la logica e l'attesa umana avallano come manifestazione della condizione divina e alla quale, i credenti in Lui, potranno attingere nel chiedere che Gesù eserciti lo stesso potere a loro favore nel momento opportuno.

Cadere nella tentazione, avrebbe significato manifestare un potere grandioso e sorprendente e, allo stesso tempo, sancire l’enorme, incolmabile distanza fra Gesù e tutti, nonché la loro sudditanza. È proprio questa l’immagine di Dio che hanno gli uomini. Essa è una costruzione dettata dai limiti della condizione umana, dalla precarietà e provvisorietà della vita, il cui sbocco è costruirsi un Dio che, in tal caso, non corrisponde a quello dell’Alleanza, ma all’idolo che il popolo costruì ai piedi del Sinai, quando Mosè era sul monte, al cospetto di Dio, per ricevere la Legge.

Affermavo, nel vangelo delle tentazioni, che tale idea di Dio non permette di instaurare il vero rapporto d’amore con Lui e, conseguentemente, con le persone, l’umanità e la creazione, ma solo un rapporto utilitaristico. Mettere da parte l’amore determina soltanto l'allontanarsi dal Padre, e ciò costituisce il fallimento della missione e la vittoria dell’avversario.

Tale immagine di Dio è il contrario di quella di Gesù. Non scendendo dalla Croce polverizza l’idea idolatrica di Dio; e la distrugge anche in ogni persona che crede veramente in Lui. Nonostante tutto, la tentazione idolatrica cerca sempre di ricostruirsi e non senza successo, viste le condizioni disumane di molte persone, l’imperante pratica della corruzione, del potere oppressore, dell’ingiustizia, della mancanza di rispetto verso la creazione e al rifiuto della pratica della fraternità e solidarietà universale.

Per la fede si fa memoria, e con essa si attualizza l’evento della distruzione dell’idolo. I sacramenti non sono altro che la celebrazione liturgica dell’evento nelle diverse circostanze della vita. In sostanza, in ogni momento, si ha accesso all’attualizzazione.

Per questo motivo i giorni della Pasqua sono i più importanti dell’anno. Dopo quell’evento, niente è più come prima. La non comprensione, la non adesione, il non entrare adeguatamente in sintonia con esso, porta al dominio della figura idolatrica di Dio sugli stessi cristiani, che dicono di credere in Gesù, figlio di Dio o, più generalmente, in Dio. Le sconcertanti conseguenze sono ben conosciute, ma sempre c’è la speranza e la possibilità di redenzione in virtù dell'immenso amore del Padre.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento