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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 2,1-5)

Il brano odierno, escatologico – termine che indica il discorso sulla realtà ultima e definitiva di tutto e di tutti -, annuncia e profetizza quello che accadrà “alla fine dei giorni”, con l’intervento di Dio. In altre parti della bibbia tale intervento è indicato come il “terzo giorno”, espressione, questa, non di ordine cronologico ma metaforica, per indicare l’intervento decisivo di Dio a favore dell’umanità.

Cronologicamente nessuno sa quando avverrà. Gesù stesso ammette di non conoscerlo,  perché proprio del Padre; tuttavia la risurrezione di Gesù si rapporta al "terzo giorno”.

Se si trattasse di un’indicazione cronologica, cadrebbe di lunedì e non la domenica prima dell’alba; infatti, dopo la sepoltura del venerdì, nessuno presenziò né affermò di essere stato testimone della risurrezione. In ogni caso, l’evento anticipa quello che si manifesterà pienamente “alla fine dei giorni”.

Il primo riferimento è “il monte del tempio del Signore”. Per l’israelita, il tempio è il centro del mondo, l’ombelico che unisce il cielo con la terra e il tabernacolo il luogo dove Dio appoggia i suoi piedi. Il tabernacolo è accessibile – non senza timore – solo al Sommo Sacerdote, una volta all’anno, per il rito dell’espiazione dei peccati.

Ebbene, il tempio “sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli”. La profezia trasmette l’idea di stabilità permanente e luogo della manifestazione di Dio. Il tempio raffigura il trono e i colli l’umanità redenta e la creazione ambiti del suo regno; è come la calamita che attrae la limatura di ferro: ad esso “affluiranno tutte le genti” affinché il Dio di Giacobbe “ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”, e il regno di Dio sia percepito come comunione di vita nella sua Gloria.

Il popolo d’Israele ha coscienza della sua missione verso tutte le nazioni. Il compimento dell’Alleanza nell’orizzonte della pratica del diritto, della giustizia fra le nazioni – suffragata dai valori etici fondamentali della convivenza solidaria e responsabile – costituisce l’ampio spettro dell’avvento del Regno di Dio già nel presente delle persone e dell’umanità.

Non si tratta di installazione o costruzione del Regno come realtà raggiunta una volta per sempre. Al contrario, il termine avvento rimanda al divenire, o meglio, a ciò che costantemente diviene nella dinamica dell’Alleanza, per la quale il popolo si manifesta come appartenete a Dio – il popolo di Dio, appunto – e Dio come Colui al quale è riconosciuta la sovranità, nel “timore” di chi vuole comportarsi e vivere secondo lo spirito della Legge, sigillo dell’Alleanza. Allora il popolo e le singole persone potranno scorgere l’avvento del Regno negli eventi sociali nazionali o locali, così come nelle circostanze particolari di singole persone.

L’avvento del Regno rimanda alla tensione tra il “già” e il "non ancora” dell’ultimo e definitivo dell’umanità e della creazione.

Questa tensione sarà opportunamente elaborata,  in ordine all’avvento del Regno, se il popolo e le autorità porranno attenzione a che “da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore”, in modo da elaborare determinazioni e comportamenti audaci, coraggiosi e creativi all’avvento del regno nella realtà mutevole degli eventi storici, delle circostanze e vicende giornaliere, sia individuali che sociali.

Ecco, pertanto, l’esortazione ad assumere con determinazione la causa del regno: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo alla luce del Signore”. Il legame tra il presente e il futuro offre motivazione e significato alla vita del popolo e di ogni persona, perché la parola del Signore, già presente nello spirito della Legge – segno dell’alleanza stabilita nel monte Sinai -, è luce per discernere tra il bene e il male, per determinare il corretto cammino nelle molteplici proposte e sollecitazioni del vissuto personale e sociale. L’avvento ha un valore universale, per il quale Dio “sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli” in ordine alla nuova umanità, dove regnerà la pace universale.

A causa del non rispetto dell’Alleanza e dei peccati del popolo, la pace universale è lontana non solo dal mondo ma anche in Israele. La profezia, rivolta al futuro, riguarda il presente, perché anticipo del futuro. La promessa della pace universale è efficacemente espressa dalla seguente metafora: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.

Perciò l’Avvento è la singolare combinazione di presente e futuro – il primo già partecipa del secondo e il futuro attrae a sé il presente -. L’incarnazione del Figlio, nella persona del Gesù storico per la causa del regno, instaura e testimonia in Lui la dinamica dell’amore trinitario, per il quale la storia e le vicende umane, personali e sociali, evidenziano l’avvento del regno in tensione verso l’evento dell’ultimo e definitivo Natale, quando Dio Padre si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28) con il “ritorno” del Risorto.

L’ultimo Natale vive già misteriosamente nel presente, come anticipo, nell’etica dell’amore, a cui fa riferimento Paolo nella seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 13,11-14)

Paolo, nei capitoli precedenti, argomenta insistentemente sulla giustificazione del peccatore da parte di Dio Padre per mezzo del Figlio, e come essa si attualizza nella vita quotidiana per mezzo della fede, in virtù degli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Ritiene i destinatari dell’epistola “consapevoli del momento”, ossia di cosa significhi essere discepoli del Signore negli eventi e circostanze di ogni giorno, alle quali fa riferimento dall’inizio dal capitolo precedente in poi. Tuttavia li esorta che “è ormai il tempo di svegliarvi dal sonno”, dato che vivono una condizione molto simile a coloro che dormono.

Essi non percepiscono effettivamente la realtà escatologica di salvezza nella quale sono immersi perché vivono secondo la mentalità del mondo, con la sue logiche e la sua sete di potere e di affermazione che li rende come addormentati. Per svegliarsi dal sonno indica loro di gettar “via le opere delle tenebre (…) orge e ubriachezze, lussurie e impurità, litigi e gelosie”.

Il motivo è che “la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Si riferisce, pertanto, al giorno dell’intervento ultimo e definitivo di Dio, con il “ritorno” del Risorto che “consegnerà il Regno al Padre (…) perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,24b.28) e alla manifestazione della pienezza del Regno.

Così afferma che il presente e il futuro, ultimo e definitivo, sono strettamente interdipendenti. Metaforicamente sono come le due eliche del DNA dell’ esistente, unite dai segmenti dell’etica della carità nelle svariate declinazioni, in attenzione alle varie circostanze.

L'apostolo richiama, altresì, la loro l’attenzione rilevando che “la notte è avanzata, il giorno è vicino”. La notte della schiavitù del peccato, per la seduzione del male, gradualmente è vinta e lascia il posto alla luce della testimonianza di Gesù Cristo in ordine alla giustizia, al nuovo cielo e alla nuova terra, all’avvento del Regno.

Di conseguenza esorta: “gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”. Paolo prende seriamente in considerazione la possibilità che il processo di vittoria sul male si arresti nel credente, la speranza – “il giorno è vicino” – venga meno per l’affievolimento della luce della fede per la carità, sopraffatta dalla seduzione di cammini alternativi, per le prove e gli ostacoli nell’accogliere il vangelo. Prende piede lo scoraggiamento e un senso di illusione riguardo all’avvento del Regno.

Paolo ricorre alla terminologia militare ed esorta a “indossare le armi della luce”, per gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Appropriarsi di essi non solo è difesa contro il peccato e il male ma sostegno e forza, perché si consolidi il comportamento adeguato (“Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno”), il coinvolgimento e il  fascino sempre più forte nella luce. Il “come” rimanda al fatto che il credente non è ancora nella pienezza della luce, ma la percepisce davanti a sé come attrazione.

La fede è un modo di possedere quello che si spera e è fondamento solido e sicuro – come la roccia – della giustificazione nel presente, ossia l’entrata nel regno di Dio oggi,  nella partecipazione della gloria di Dio futura. Essa è anche prova di ciò che non si vede, dell’amore infinito di Dio nei riguardi della fragilità e del peccato del credente: “La fede è un modo di possedere quello che si spera e un mezzo per conoscere realtà che non si vedono” (Eb 11,1).

Credere con tutto il cuore, e sinceramente, è allo stesso tempo rivestirsi di Cristo, assumere la condizione di nuova creatura e adottare il conseguente comportamento. È come entrare nell’arca di Noè, cui fa rifermento il Vangelo.

 

Vangelo (Mt 24,37-44)

Gesù paragona i giorni che precedettero il diluvio universale a quelli che precederanno “la venuta del Figlio dell’uomo”, il momento escatologico – ultimo e definitivo – della storia e della creazione riguardo al Regno di Dio.

Gesù non si attribuisce il titolo di Messia, ma di “Figlio dell’uomo". Con esso indica che il vero uomo è in chi lo ha inviato nel farsi “carne” (Gv 1,14), affinché con la sua consegna per la causa del Regno diventi l’UOMO: “Ecco L’uomo!” (Gv 19,5). Il Figlio è la continuazione del Padre, e la sua immagine indica e testimonia il processo per diventare vero uomo. Sarà costituito Cristo, Messia, con la risurrezione. Da allora sarà Gesù Cristo.

Anticamente solo Noè si preparò all’arrivo del giorno designato ed “entrò nell’arca”. Lui, timorato di Dio e obbediente alla sua volontà, entrò nello spazio – l’arca – indicatagli dal Signore per la sua salvezza personale, per quella del genere umano e degli esseri viventi. Era l’inizio del rinnovamento, della nuova creazione redenta dal male e dal peccato.

Ebbene, nei giorni precedenti al diluvio, nessuno prevedeva quello che sarebbe accaduto; infatti “mangiavano e bevevano, prendevano mogli e prendevano marito”. Svolgevano la loro vita abituale, senza considerare che l’allontanamento da Dio consolidava sempre più in loro il deturpamento della convivenza sociale e della condotta individuale. Cosicché il diluvio colse tutti di sorpresa.

Il messaggio è quanto mai attuale. L’indifferenza, se non il disprezzo, per l’etica sociale e personale, il crescere nella cultura individualista a tutti i livelli, le guerre, l’alleanza perversa tra finanza, tecnocrazia, economia, politica e altro, per dominare i popoli invece di servirli, è il contrario dell’avvento del Regno: è come il rimanere fuori dall’Arca; è esporsi all’irreparabile quando accadrà.

“Così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo”, Gesù Cristo, il vero uomo. Nella circostanza “due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata”. Non è detto il criterio della scelta ma solo che toccherà, in un modo o nell’altro, tutti indistintamente.

Nella certezza dell’evento, l’evangelista mette in guardia: "Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà (…) tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”. Vegliare – mantenersi svegli e non dominati dal torpore o dal sonno – per conservare e approfondire, nel corretto timore di Dio, il rapporto di fiducia con il Signore e non lasciarsi sorprendere come accadde ai tempi di Noè.

A tal riguardo dobbiamo riflettere se l’evento prospettato è riconducibile semplicemente alla fine dei tempi o anche, in un certo senso e in modo indefinibile, all’esperienza del credente di ogni epoca, con l’avvento improvviso della morte, di una catastrofe naturale o altro. Perché un evento futuro, slegato dal presente, è un’astrazione che non coinvolge il vissuto giornaliero se non nel momento in cui accade. In tal caso, la paura e lo sconcerto attribuiscono all’evento un connotato negativo, per l’assenza di un convincente e solido fondamento.

Vegliare dà consistenza e contenuto alla speranza che l’evento avrà le caratteristiche della promessa, proprie del contenuto della fede per la pratica dell’Alleanza nuova ed eterna e l’amore fedele di Dio. Perciò, il “tenetevi pronti” esorta a elaborare le condizioni e lo stile di vita per non lasciarsi sorprendere dalla nuova vita, dalla nuova creazione già in atto e infine dal vero Natale, la nascita dell’Uomo e di tutti gli uomini – maschio e femmina – con l’evento escatologico.

All’entrata di Gesù nel mondo è inscindibilmente associata la causa del Regno di Dio. Credere nella sua persona, e nella sua causa, è come fare proprie le due gambe che camminano spedite verso l’evento nel quale il nostro Natale e il Suo Natale, saranno per sempre uniti nella realtà del regno, per l’eterna dinamica dell’Amore.

 

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