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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 11,1-10)

 

“In quel giorno” si riferisce al giorno dell’ultimo e definitivo intervento di Dio nelle vicende umane, ma anche all’azione di Dio nella vita individuale, sociale e dell’umanità di ogni tempo e circostanza. È la costante presenza di Dio nell’opera delle sue mani. Paradossalmente, quel giorno ultimo e definitivo, può indicare il giorno di tutti i giorni.

Il profeta annuncia un futuro in cui “un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici”. È la metafora di chi si prepara, in modo conveniente ed opportuno, ad intraprendere la missione. La pianta giovane, l’arbusto pieno di ramoscelli, in quel giorno – presente e futuro, “già” e “non ancora” – “si leverà a vessillo per i popoli”.

Il riferimento è al re portatore di pace, che spunta dal tronco di Iesse, il padre di Davide, e rappresenta una realtà totalmente nuova che porterà a compimento il progetto divino,  espresso nella vocazione di Davide. Del nuovo re sono tratteggiate le prerogative per il fatto che su di lui “si poserà lo spirito del Signore”, maestro interiore della missione.

Le prerogative sono sei e sono quelle del re ideale, prefigurazione di quello che sarà poi Gesù. Esse qualificano il rapporto con Dio: lo“spirito di sapienza e d’intelligenza” per giudicare correttamente; lo “spirito di consiglio e di fortezza” per l'attività politica e militare, e “lo spirito di conoscenza e di timore del Signore”.

Particolarmente importate è che “Si compiacerà del timore del Signore”. Il timore non equivale alla paura, ma a un senso di profonda attenzione e cura nel servire fedelmente il Signore, nel non sviare o trasgredire, anche nel minino dettaglio, le indicazioni e i suggerimenti dello Spirito riguardo alla volontà divina, in ogni circostanza.

Di conseguenza gli effetti sono: “Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra”. La giustizia è la pratica della misericordia, l’azione di un cuore magnanimo fissato sulla miseria umana, per riscattare la persona dalla palude di miseria nella quale sta sprofondando senza speranza di uscirne.

L’equità è un aspetto della giustizia che applica la legge non rigidamente, ma temperata da umana e indulgente considerazione dei casi particolari a cui la legge si deve applicare. È la “giustizia del caso singolo”, quella che prevede la creazione di una nuova norma applicabile al caso concreto, nel trattare ognuno secondo i meriti o le colpe con assoluta imparzialità.

Il re farà della “giustizia la fascia del suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi” e “percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio”. Si comporterà come il difensore dei miseri e degli oppressi, contro i violenti e gli empi, mostrando così tutta la sua giustizia e la sua fedeltà verso Dio. Queste due virtù diventano, così, parte costituiva del suo modo di essere e di agire. Egli porta a termine la lotta contro i malvagi senza ricorrere alla violenza ma solo con la potenza della sua parola.

La profezia descrive gli effetti della sua azione politica la cui conseguenza è la pace universale: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso”; gli animali si riconciliano tra loro e con l'uomo e i serpenti velenosi non morsicano la mano che il bimbo mette nel loro nido.

Avverrà un cambiamento radicale nel comportamento della gente; infatti, “Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare”.

Nel mondo rinnovato si attua una diffusione universale della conoscenza di Dio e, con esso, l’avvento del Regno, cosicché “In quel giorno avverrà che la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa”.

Notevole il concetto che il discendente di Iesse diventerà un punto i riferimento, non solo per gli israeliti ma anche per le altre nazioni. L’evento Gesù, il re prefigurato nel testo, pone le basi nel credente per la realizzazione della profezia nella comunità aperta alle nazioni di ogni cultura e fede.

Tuttavia nelle comunità cristiane in formazione non mancano tensioni e difficoltà fra i componenti, come si evince dalla seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 15,4-9)

 

Paolo esorta i fratelli della comunità: “Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”, per le contrapposizioni e controversie tra «deboli» e «forti». L’apostolo riprende il tema dell’amore, a cui aveva dedicato i due capitoli precedenti, mettendo a fuoco il problema che divide la comunità, e fa una breve digressione circa l’attualità delle Scritture: “Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza”. Le Scritture sono in grado di istruire i credenti e di consolarli, conferendo loro il dono della perseveranza; questo poi va di pari passo con la speranza del pieno conseguimento delle promesse divine.

Paolo conclude la sua esortazione con una preghiera che riguarda non più soltanto i forti, ma tutti i membri della comunità: “E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. Quel Dio che, mediante le Scritture, dona perseveranza e consolazione,  possa conferire a tutti i credenti, sull’esempio di Cristo, una profonda sintonia di pensiero,  perché in modo unanime possano rendere “gloria a Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo”.

Negli ultimi versetti Paolo riprende il tema dell’accoglienza, presentando Gesù come il modello a cui tutti i membri della comunità devono riferirsi, perché Cristo ha accolto tutti i membri della comunità, senza discriminazione: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”. Cristo non è solo un modello a cui rifarsi, ma anche colui che, stabilendo un rapporto personale con ciascuno di essi, rende possibile il loro rapporto di comunione vicendevole. Egli ha fatto ciò “per la gloria di Dio”, in modo da attuare quella salvezza nella quale Dio si manifesta in tutta la sua potenza.

Di seguito, Paolo aggiunge: “Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri”. L’accoglienza da parte di Cristo si è esercitata in due direzioni, verso i giudei (circoncisi) e verso i gentili. Dei primi egli si è fatto “servitore” – il Servo del profeta Isaia – al fine di attuare la “verità” di Dio, cioè la sua fedeltà all’alleanza e, quindi, il compimento alle promesse fatte ai padri. 

“Le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome”. Per merito di Paolo, anche le nazioni hanno ricevuto il dono della misericordia divina, per il quale devono ringraziare continuamente Dio. Paolo non può appellarsi, evidentemente, a particolari opere compiute da Cristo in loro favore, quindi fonda la sua affermazione sulle parole della Scrittura. Ciò significa per Paolo che anche le nazioni sono state accettate da Dio e fatte partecipi della salvezza finale.

Al termine della lettera l’apostolo interviene direttamente e rivolge le sue raccomandazioni anzitutto ai forti, con i quali il dialogo è più aperto e spontaneo; e si mette sinceramente dalla loro parte, dimostrando di condividerne pienamente gli orientamenti. Al tempo stesso,  però, esorta i forti a rispettare la fede dei deboli, evitando il rischio di forzare la mano nei loro confronti provocando, magari, contrasti insanabili o cedimenti insinceri. Pur essendo dalla parte dei forti, egli dimostra di capire la posizione dei deboli e la difende, a patto però che anch’essi non emettano giudizi sommari nei confronti degli altri. Per porsi in questa prospettiva, tutti hanno l’esempio di Gesù, che ha accolto giudei e gentili, per imparare ad accettarsi gli uni gli altri.

In questo brano si trova una conferma del fatto che la divisione derivava dal modo di intendere i rapporti con la comunità di matrice giudaica. L'apostolo svolge una proficua opera di mediazione tra i due gruppi, che rischiavano di cadere in una contrapposizione senza via di uscita. Nessuno, più di lui ne aveva i titoli, essendo un apostolo ed era ben noto a parecchi dei suoi membri, per la sua intensa attività di evangelizzazione. 

L’intervento di Paolo ha lo scopo di aiutarli a ritrovare la buona armonia che deve esistere tra i componenti della stessa comunità. Egli è preoccupato, soprattutto, di evitare che l’estremismo dei forti abbia come effetto la loro emarginazione in seno alla comunità e, di riflesso, la chiusura di quest’ultima su posizioni eccessivamente conservatrici.

Il vangelo indica come riferimento centrale di comunione nelle diversità l’avvento del Regno dei cieli, o di Dio.

 

Vangelo (Mt 3,1-12)

Giovanni Battista – poi Gesù stesso – inizia la sua missione con questa esortazione:  “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino!”.

Fra parentesi, vale specificare che “regno di Dio” e “regno dei cieli” indicano la stessa realtà perché Matteo, rivolgendosi agli Israeliti, evita di riferirsi al tetragramma del nome di Dio, perché era proibito proferirlo. Solo i grandi rabbini pronunciavano le quattro lettere al migliore alunno, dopo essersi ritirati in un luogo appartato e non senza coprirsi il capo con un panno nero. Ciò comportava l'entrare nella presenza del mistero trascendente di Dio. Gesù farà riferimento a questo procedere affermando l’opposto: “Nulla c’è di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze” (Lc 12,2-3).

Tornando al brano, Giovanni indica il primo passo: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” nel deserto. Oggi diremmo, entrando e assumendo la propria solitudine, l’autenticità di se stessi, la trasparenza con se stessi, purificando e rinnovando il proprio mondo interiore e, di conseguenza, il rapporto con gli altri e con la società intera, nella fiducia dell’avvento del regno di Dio durante l’attesa del Messia, che indicherà la realtà di esso con le beatitudini.

È elaborare “un frutto degno di conversione", ossia, il cambio di mentalità e di comportamento per vivere a favore degli altri e non per se stessi. Allo stesso tempo, è non cadere nell’illusione di “poter dire dentro di voi ‘Abbiamo Abramo come padre!’”, dell’auto-giustificazione fallace: “Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli di Abramo”.

Per Giovanni si tratta di riscattare la fedeltà al compimento della Legge, e avverte che non bisogna perdere tempo, anzi è urgente procedere con prontezza e determinazione perché  “Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” con l’arrivo del Messia.

Ebbene, perché non pensino che lui è il Messia afferma: “Io vi battezzo nell’acqua ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Giovanni precede e annuncia un altro battesimo. Nel riconoscere la sua impotenza annuncia la necessità del cambio di vita, ma non ha la capacità di realizzarlo perché esso dipende dal battesimo “in Spirito Santo e fuoco".

Lo Spirito Santo è l’energia che trasforma il mondo interiore, lo libera dal male e dal peccato, comunicando la stessa capacità di amare come Dio ama e il fuoco è il castigo per chi non lo accoglie. Gesù non è d’accordo. Negli atti degli apostoli Egli afferma: "Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo” (At 1,5). Egli, con la sua morte e risurrezione, battezzerà in Spirito Santo ma non giudicherà, non condannerà e, meno ancora, castigherà chi non lo accoglie. Pertanto, elimina il “fuoco”.

Ebbene, il profilo di Giovanni si chiude con l’idea di giudizio tradizionale; secondo lui il Messia “Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia nel fuoco inestinguibile”, ossia il restare nel regno per chi l’accoglie e il castigo per chi lo rifiuta. Ma la condotta di Gesù sarà motivo di crisi per Giovanni, come vedremo nel vangelo di prossima domenica.

 

 

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Un Commento a “Commento alle letture: II DOMENICA DI AVVENTO -A- (04-12-2016)”

  • francesco laini:

    benissimo ,caro Luigi,saprai già che a Bologna,su idea di Alberto Melloni(?),oggi hanno aperto un'Accademia Europea per il confronto tra le fedi. Repubblica di ieri commenta che vi aderiscono ventimila studiosi (troppi?) se ti capita di sapernr di più…..Ciao e spero ci vediamo il 17 p.v.

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