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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 3,5.7-12)

Il brano racconta il sogno di Salomone in Gàbaon. Alla morte del padre egli, essendo ancora giovane, disse: “io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi”. Tuttavia si trova a dover governare in una situazione molto complicata, anche per la recente unione della tribù con quella di Giuda, motivo per il quale Davide scelse quale capitale Gerusalemme, in quanto collocata sul confine delle due.

Non è difficile immaginare il turbamento e l’ansia del giovane Salomone, non sapendo cosa fare e da dove iniziare, con la corte che è un nido di vespe. Ebbene, quella notte in Gàbaon, il Signore gli apparve in sogno e gli disse: “Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda”. Il re è solito chiedere quello che Dio, conoscendo l’animo umano, si aspetta: molti giorni di vita, denaro e vittoria nelle battaglie sui nemici; invece Salomone chiede: “Concedimi un cuore che sappia ascoltare”. Dio rimane profondamente compiaciuto dalla richiesta; infatti il testo riporta che “Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa”. La sede dell’ascolto è il cuore, il canale di trasmissione l’udito e i sensi, attraverso i quali si percepisce il messaggio che proviene dall’intimo o dall’esterno della persona.

Una norma generale quella di è ascoltare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze, ossia impegnare tutta la persona. Fra parentesi, lo stesso vale per il parlare, quando vuole essere uno strumento di efficace e profondo dialogo con l’interlocutore.

Ciò è possibile solo per un cuore puro, non ambiguo, ma sinceramente determinato a cercare la verità nella trasparenza con se stesso e con le persone nelle diverse situazioni di ogni giorno. Deve essere, anche, un cuore libero da ogni preconcetto e pregiudizio che annullino ogni buon proposito di servire la causa del regno.

L’ambiguità non riguarda la debolezza, la fragilità della persona, che desidera il bene e finisce per fare il contrario, ma la conformità e giustificazione di realtà incompatibili, per comodità o interessi personali. Essa è il contrario del “cuore puro”, sincero e trasparente, il cui stato di beatitudine permette di vedere Dio, come afferma Gesù nel discorso della montagna.

Non si pone in ascolto chi ritiene di sapere abbastanza dell’ambiente e dell’argomento, di avere già la risposta pronta, in conformità a leggi, norme e tradizioni consolidate dall’esperienza e dalla consuetudine. Non ascolta chi ritiene che l’interlocutore non sappia,  o possa, offrire elementi da prendere in considerazione.

Ci sono anche aspetti di ordine personale e stati d’animo – preoccupazioni, sofferenze, ansie ecc. – che impediscono l’accoglienza e l’ascolto. In sintesi, l’ascolto è veramente il primo passo dell’accoglienza del Regno; ecco il motivo della grande insistenza dei testi biblici nel ripetere: “Ascolta Israele”; questa è anche la ragione per cui il Signore si compiace della preghiera di Salomone.

Salomone spiega il motivo della sua richiesta: “perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti, chi può governare questo popolo così numeroso?”. Discernimento e giustizia sono le due gambe per “camminare umilmente con il Signore” (Mi 6,8) e collaborare per la causa del regno. Senza l’ascolto è impossibile discernere correttamente e, quindi, praticare la giustizia.

Il Signore risponde: “Perché mi hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né (…), ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole”. Quando la preghiera ha come finalità il bene della società e considera le persone "prossimo”, al fine di contribuire a che siano profondamente se stesse e lodino il Signore, perpetuando la stessa dinamica a favore di altri, Dio si compiace e la esaudisce.

Più ancora, darà in abbondanza quello che non è stato chiesto in termini di lunga vita, ricchezza e vittoria sui nemici. Di fatto, il tempo di Davide e Salomone saranno ricordati come il periodo d’oro della storia d’Israele.

Salomone è arrivato in Gabàon con uno stato d’animo non invidiabile e ne esce con quello che ogni persona di buon senso desidera: “Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te”. Questo è il motivo che rende proverbiale la sapienza di Salomone.

La sapienza è trasmessa dalla persona e dalla missione di Gesù Cristo, e la seconda lettura fornisce alcune indicazioni importanti al riguardo.

 

2a lettura (Rm 8,28-30)

Paolo dà per acquisito, e accettato dal credente, un riferimento da non dimenticare e da seguire sempre: “Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno”.

L’amore a Dio è la risposta al sentirsi amati da Lui: “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (…). Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo” (1Gv 4, 10.19).

L’amore di Dio corrisponde alla chiamata per ogni persona, affinché ponga la sua attenzione e fiducia in quello che il Figlio, quale rappresentante degli uomini e donne di tutti i tempi e luoghi, ha insegnato, praticato e realizzato riguardo all’avvento del Regno, a favore di tutti e di ogni persona. Ciò corrisponde al suo disegno: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm2,4).

La solidità della convinzione e del rapporto fa percepire che “tutto concorre al bene”; che le circostanze, le persone e la storia in cui si è coinvolti sono finalizzate al proprio e altrui bene, anche quelle sgradevoli, impreviste, sconcertanti e dolorose, che manifestano la precarietà, vulnerabilità e inconsistenza della condizione personale e sociale.

“Concorre al bene” perché è opportunità per testimoniare in cosa consiste entrare personalmente e scoprire il regno di Dio come un tesoro nascosto, o trovarlo come perla preziosa, anche nei rovesci o nelle avversità. È ciò di cui ha bisogno l’evangelizzatore – il missionario – e le persone cui si rivolge. Si tratta del processo di crescita, l’uno per un modo, e gli altri per l'altro.

Il rapporto di amore fa sì che questi siano coloro che Dio “da sempre ha conosciuto e li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli”. Il conoscere, per Dio significa amare e, per questa dinamica, conosce chi si lascia coinvolgere nel suo amore. Per Dio è come se la persona, fuori dell'amore, non esistesse, sebbene sia sempre pronto ad accoglierla a sé.

Ecco, allora, l’urgenza e la determinazione sconcertante, dal punto di vista umano, di “quando eravamo ancora deboli" "nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi” (Rm 5,6). Eravamo ancora empi e deboli, dominati da tutto quello che fa della vita un inferno, e impossibilitati a comprendere quel che Gesù stava facendo per noi, quando questi donò se stesso per il riscatto di tutti.

La fede nel dono del riscatto solidifica il rapporto di amore con Dio che svela l'“essere conformi all’immagine del Figlio suo”, ossia creature assimilate al Figlio, che imprime in esse la sua immagine. In tal modo essa lo scopre come "primogenito tra molti fratelli”, ossia come fratello maggiore, e realizzatore della comunione con molti altri che hanno creduto nella sua persona e nel suo dono.

Tutti costoro entrano nel processo vitale per il quale il loro destino, oggi e alla fine dei tempi, è caratterizzato dalla costante chiamata, giustificazione e glorificazione che permette loro di vincere il potere del male e la forza del peccato, o di liberarsi di esso quando la debolezza e la vulnerabilità della condizione umana prendono il sopravvento. A questo ispirano le parole seguenti: “quelli che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati”.

Lo stesso Paolo testimonia tale processo nella propria vita e afferma: "dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).

È il tesoro del regno, cui fa riferimento il vangelo.

 

Vangelo (Mt 13,44-52)

Gesù, continuando il suo insegnamento attraverso le parabole, fa due similitudini.

La prima: “un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra il campo”; la seconda: “un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra”.

Si tratta di due persone che si danno da fare, spinte dall’inquietudine, dalla necessità, dal sogno, dal desiderio – il testo non specifica – di trovare quel che ritengono la fonte della loro felicità e sicurezza di vita.

Il testo non accenna a quanto tempo si dedicano alla ricerca, alle peripezie e difficoltà incontrate, allo sforzo, al sudore ed alle fatiche svolte. Sono persone tenaci e non hanno desistito; non ha prevalso in loro lo scoraggiamento, la delusione e la conseguente rinuncia, al punto da abbandonare la ricerca.

Il loro sforzo è premiato, nel senso che “pieno di gioia” il primo e, avendo "trovato una perla di grande valore”, probabilmente di là dalle proprie attese, il secondo, decidono di investire tutti i propri averi e, da quel momento, vivranno esclusivamente in funzione di quello che hanno trovato.

Gesù è sia l’uomo che il mercante menzionati nelle due parabole. Camminare con lui, per la stessa causa, nel vissuto personale e sociale di ogni giorno, richiede il disporsi all’esperienza di Gesù stesso che ha visto crollare attorno a sé tutte le attese per il crescere dell’opposizione, fino al rigetto violento della croce.

La lettera agli Ebrei lo presenta come “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb12,2). Egli crede nella promessa del Padre e nell’avvento del regno, continuando a credere in tutto ciò anche quando soffre per l’abbandono di tutti, incluso il Padre stesso: “perché mi hai abbandonato?”.

Ecco il compimento: la fiducia che il Padre realizzerà la promessa, sebbene tutto sembri asserire il contrario. È la fede pura. È allora che si manifesta la realtà del regno, come risurrezione di tutta la sua umanità e persona, che entrano nella pienezza della gloria di Dio.

Questa fede e questo comportamento permettono di percepire la realtà del regno, che va oltre l’oggi e abbraccia la storia dell’umanità sino alla fine dei tempi. Ecco allora, l’altra parabola, quella della “rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci”. Dopo, i  pescatori “raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi”, cosicché l’adesione al regno fornisce i criteri di discernimento per stabilire chi è dentro, e partecipa del regno,  da chi è rimasto fuori.

Gesù, dopo aver chiesto ai discepoli se avevano compreso quello che voleva dire, termina con queste parole: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”. Gli scribi sarebbero oggi i teologi, che con lo studio e gli approfondimenti, hanno acquisto conoscenza e competenza delle cose che riguardano Dio.

La loro apertura alla novità del regno, che Gesù sta insegnando e trasmettendo, completa il corretto sapere su Dio. Come il padrone di casa ha coscienza e dominio della propria casa, cosi essi hanno a disposizione un insieme di strumenti, un patrimonio al quale attingere per elaborare nuove risposte, pur restando in sintonia con la tradizione.

In tal modo sono in grado di offrire, con la loro intelligenza, il corretto intendimento del rapporto fra continuità e discontinuità in merito alla fedeltà della tradizione rispetto alla causa del regno. Fra parentesi, la tradizione non è una semplice ripetizione di quello che è stato detto e fatto, ma un processo creativo che arricchisce il patrimonio consolidato, perché offre risposte adeguate al nuovo che, costantemente, emerge.

Questo è un aspetto di grande importanza per una società tanto complessa come quella che si muove nel processo di globalizzazione dei nostri tempi, per cui è indispensabile, appunto, esprimere tale abilità.

Tutto questo si concretizza nella realtà del Regno che, come ci suggerisce Joseph Ambrosi, possiamo comprendere anche con le citazioni che seguono:

Il Regno nella sua pienezza è Gesù Cristo stesso, conosciuto, amato e predicato.

Il Papa Paolo VI ce ne ha lasciato una viva testimonianza nella sua appassionata omelia missionaria del 29 novembre 1970, davanti a due milioni di persone nella Messa al "Quezon Circle" di Manila: «'Guai a me se non predicassi il Vangelo!' (1Cor 9,16)… Gesù è il Cristo, Figlio del Dio vivo. Egli è il Maestro dell'umanità, e il Redentore. Egli è il centro della storia e del mondo. Egli è colui che ci conosce e che ci ama. Egli è il compagno e l'amico della nostra vita. Egli è l'uomo del dolore e della speranza… Io non finirei più di parlare di Lui. Egli è la luce, è la verità, anzi egli è 'la via, la verità, la vita' (Gv 14,6). Egli è il pane, la fonte d'acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete, egli è il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello…

A tutti io lo annunzio: Gesù Cristo è il principio e la fine; l'alfa e l'omega. Egli è il re del nuovo mondo. Egli è il segreto della storia. Egli è la chiave dei nostri destini. Egli è il mediatore, il ponte fra la terra e il cielo; Egli è il Figlio dell'uomo, perché Egli è il Figlio di Dio, eterno, infinito; è il figlio di Maria… Gesù Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annunzio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra, e per tutti i secoli dei secoli» (cf. Liturgia delle Ore, II lettura, Dom. XIII T.O.).   

 

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