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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 49,1-6)

Il brano è tratto dal secondo cantico (dei quattro) del “servo del Signore” e appartiene al secondo Isaia (l’autore si è ispirato al primo Isaia) che abbraccia il periodo successivo al ritorno in patria (anno 536 a.C.) dall’esilio in terra babilonese, con l’intento di ricostruire il popolo d’Israele nell’ambito dell’Alleanza e la cui trasgressione è ritenuta come causa della deportazione.

Ebbene, il profeta esorta l’umanità all’ascolto: “Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane”. È notevole che già alcuni secoli prima della venuta di Gesù l’intervento del Signore non sia circoscritto alla ricostruzione del popolo eletto – Israele – ma finalizzato a portare “la mia salvezza fino all’estremità della terra”.

A tal fine il Signore chiama una persona specifica (alcuni esegeti, sulla base di altre affermazioni nei quattro cantici, ritengono che si tratti anche del popolo d’Israele): “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome”, che il Signore qualifica come “mio servo” (il pronunciare il nome è il modo di associarlo a sé, alla sua intimità e familiarità).

Il servo ha coscienza della missione profetica affidatagli e afferma: “Il Signore… ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano – la forza del potere -, mi ha posto nella sua faretra” in modo che, nel momento opportuno, intervenga con la forza e l’impeto della freccia che, tolta dalla faretra, è lanciata sull’obiettivo.

Il compimento della missione sarà la manifestazione della “mia gloria” – della gloria del Signore -, che consiste nell’avvento della sua sovranità nel credente e su tutti quelli che lo accoglieranno per una nuova società, per stabilire nuovi rapporti interpersonali, in modo che, diremmo oggi, alla luce dell’evento Gesù Cristo ognuno abbia vita in abbondanza,  nella fraterna e responsabile comunione sociale e nel rispetto del creato.

Tuttavia una missione così entusiasmante e promettente non ha dato i risultati sperati e il servo afferma: “Invano ho faticato, per nulla ho consumato le mie forze”. È la manifestazione della persona delusa ed è, altresì, anche l’esperienza di numerose persone che, dopo aver lavorato con coscienza, dedicazione e responsabilità, si rendono conto di aver raggiunto risultati insoddisfacenti, con conseguenti ricadute nello scoraggiamento, nel senso di inutilità e, per questo motivo, sono tentate di abbandonare l’incarico o la missione.

Non è il caso del servo, che dice: “Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio”. Il vincolo di familiarità, di fedeltà e di responsabilità in mezzo alle prove, alle difficoltà e al senso di fallimento, sostiene un animo fiducioso, sereno e cosciente di aver fatto quello che poteva e sapeva fare.

Questo modo di porsi, in ogni ambito e circostanza della vita, nello svolgimento di un incarico, della missione o di un’attività specifica, anche se di piccola portata, è fondamentale per il senso ultimo dell’azione, al di là di possibili deludenti risultati. Esso assicura il mantenimento dell'identità e lo sviluppo della propria personalità. Al riguardo Gesù afferma: “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti” (Lc 16,10).

È quello che testimonia di sé il “servo”: “poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza”, Dio ha detto: “È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”.

È sorprendente e sconcertante l’intervento del Signore; non solo non fa riferimento all’inutile impegno del servo, e al deludente risultato, né opera in modo da contribuire a che ne comprenda il motivo, le cause, in modo che il servo possa rendersi conto di cosa realmente è scattato negativamente, al di là del suo meritevole sforzo.

Il Signore passa direttamente non solo a confermare l’incarico ma, addirittura, a renderlo più ampio e impegnativo, perché riguarda “tutte le nazioni”, cosa da far tremare i polsi, pur nella piena fiducia e familiarità del rapporto con il Signore.

Certo l’intervento del Signore suona a merito e approvazione del lavoro svolto, e questo non è poca cosa, anzi.

Ma nel servo resta l’incognito riguardo all’esposizione del contenuto, al metodo, all’opportunità o meno del momento e ad altri fattori che, più o meno inconsapevolmente, hanno influito negativamente, non solo verso il servo ma anche verso i destinatari; elementi di cui non solo è bene, ma anche doveroso, tener conto.

Comunque, alcuni aspetti della figura del servo riguardano Giovanni Battista (e più direttamente Gesù), per il ruolo che svolgerà come precursore di Gesù.

 

2a lettura (At 13,22-26)

Paolo sottolinea il ruolo del precursore: “Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele”. La missione di Giovanni è svolta nell’ambito dell’attesa del messia, la cui venuta, ormai imminente, sarà motivazione per instaurare il Regno di Dio, tanto atteso dopo la devastazione, l’abominio della desolazione all'epoca di Antioco Epifane, poco più di un secolo e mezzo prima, la cui vicenda è narrata nel libro dei Maccabei.

L’intento di Giovanni era di ricondurre il popolo al rispetto dell’alleanza, della Legge, che doveva costituire il criterio dirimente per discernere il grano dalla paglia, ossia chi entrava  nell’ambito del regno e chi ne sarebbe stato escluso irrimediabilmente.

È innegabile che l’etica dell'Alleanza è il primo passo necessario. Essa, correttamente elaborata nell’ambito della solidarietà e fraternità del popolo d’Israele, conduce sicuramente all’apertura universale, includendo nel processo altri popoli e realizzando, così, il fine dell’Alleanza stessa.

Ma il processo, gestito dalle autorità e dai capi religiosi, all’interno del popolo d’Israele ha assunto ben altro percorso, ragion per cui è necessario un cammino che riscatti il corretto comportamento e attenzione alla finalità dell’alleanza stessa.

La fragilità, la vulnerabilità e la debolezza del popolo d’Israele sono presi in seria considerazione da Giovanni che, annunciando l’imminenza dell’avvento del regno e il necessario processo di conversione, anticipa che lo stesso assumerà caratteristiche che andranno ben oltre le sue indicazioni.

La conversione riguarda il dono dell’entrata nel regno di Dio, dell’accoglienza della sua sovranità nel credente per la gratuità del perdono dei peccati e la rigenerazione a nuova vita, instaurando le condizioni di comunione con Dio.

La nuova condizione personale, per consolidarsi e crescere nella comunione con Dio,  deve necessariamente declinare la formazione di una nuova società, integrando gli esclusi – quelli che secondo la teologia del tempo non ne avevano diritto perché ritenuti peccatori e indegni – per la stessa dinamica d’amore.

Concretamente vuol dire: gestire la giustizia e il diritto nell’orizzonte della fraternità universale, nella solidarietà per la causa comune di un mondo nuovo, nella responsabile gestione e conservazione del creato (l’Eden che Dio ha posto nelle loro mani).

Il comportamento, e l’azione di Gesù, crea un grande sconcerto in Giovanni che, trovandosi in carcere per la rigorosa fedeltà alla missione, manderà alcuni discepoli a dirgli: “Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Gesù risponde: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete, i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo” (Mt 11, 3-5), segni e opere dell’avvento del regno, della misericordiosa sovranità di Dio. E aggiunge un messaggio per lo stesso Giovanni: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo” (Mt 11,6).

Poco dopo Giovanni viene decapitato e il testo non riferisce la sua reazione, ma vi sono buoni motivi per ritenere che abbia compreso il messaggio.

Perché Paolo riferisce che Giovanni, sul finire della missione, disse agli interlocutori: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”? Non si tratta di un atto di umiltà nei riguardi di Gesù, ma l’aver compreso che è Gesù che feconderò Israele, non lui. Infatti l'azione di slacciare il sandalo rappresentava un atto giuridico: con essa il parente più prossimo del defunto acquistava il diritto di fecondare la vedova rimasta sterile.

Pertanto, nella circostanza di cui sopra, Giovanni ha capito che è Gesù ad essere chiamato a fecondare Israele, divenuta come una vedova sterile e quest'affermazione rivela la grandezza morale di Giovanni.

La sua venuta nel mondo è descritta come un evento sorprendente, che desta stupore, e presagio di una singolarità che si manifesterà con la sua missione.

 

Vangelo (Lc 1,57-66.80)

(commento al testo di Alberto Maggi)

Al centro del brano c’è la nascita del bambino che è totalmente dono di Dio, essendo nato da una madre sterile.

“Per Elisabetta si compì intanto il tempo del parto e diede alla luce un figlio” quindi la promessa dell’angelo si realizza ‐ “i vicini ed i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lui la sua misericordia e si rallegravano con lei. All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre Zaccaria”.

Quindi continua la tradizione: il figlio primogenito porta il nome del padre. È una maniera che si usava anche in Italia fino a qualche decennio fa, specialmente nel meridione, che il primogenito portasse il nome del padre perché questa è un modo per perpetuare la propria discendenza.

Io sto andando verso la fine, ma il mio nome e quindi anche il mio sangue continua in mio figlio e non finirà, perché poi mio figlio, al suo figlio primogenito metterà il mio e il suo nome e così via; è una catena, una maniera tradizionale per perpetuare il proprio nome.

I vicini ed i parenti che non sono al corrente dello sconvolgimento che è accaduto in questa famiglia, e soprattutto non hanno percepito la benedizione discesa su questa famiglia, decidono di chiamarlo secondo la tradizione, secondo l’uso normale, col nome del padre, Zaccaria.

Sua madre però interviene. L’intervento di Elisabetta è abbastanza perentorio, violento: “no, si chiamerà Giovanni”. È strano che una donna potesse prendere la parola e la reazione è quella tipica degli ambienti religiosi; infatti le dicono: “non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome!”. Nel mondo, negli ambienti religiosi vige l’imperativo: si è sempre fatto così! Ogni novità viene vista con sospetto e come attentato alle proprie sicurezze.

Le persone religiose scambiano per fede il proprio desiderio di sicurezza; allora, se provate a proporre qualcosa di nuovo, una maniera nuova di esprimersi nella preghiera, una modalità nuova di vivere la propria fede, in un ambiente religioso sentirete la risposta: e perché? Si è sempre fatto così! Sono stati fatti tanti santi nel passato! Ogni novità viene vista con sospetto ed è esattamente la reazione dei vicini e dei parenti: e perché? Si è sempre fatto così! Ogni figlio ha portato il nome del padre: cos’è questa novità?

“Allora domandarono con cenno a suo padre”: prima abbiamo visto che Zaccaria era muto e adesso veniamo a scoprire che è anche sordo, perché gli devono chiedere con dei cenni “come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome”.

Ecco, finalmente il cuore dei padri si è rivolto verso i figli: Zaccaria, il sacerdote del tempio, lontano dall’ambiente nefasto del tempio – i luoghi religiosi sono refrattari ed impermeabili all’azione dello Spirito -, non si può pensare di trovare il Signore in un luogo religioso. Ebbene, Zaccaria, lontano dal luogo refrattario allo Spirito, il tempio, lontano dalle sue funzioni sacerdotali, ma in casa, dove non è più sacerdote, ma finalmente è padre, cambia la sua mentalità ed accetta quanto detto dalla moglie: Giovanni è il suo nome.

“Tutti furono sconcertati”: c’è qualcosa che non quadra o come diciamo noi, qui non c’è più religione! Cos’è questa novità? Ma che cosa succede? Zaccaria, sacerdote, l’uomo della tradizione è d’accordo con Elisabetta? Perché questo figlio non si deve chiamare come il padre? “In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua e parlava benedicendo Dio”: è il cambiamento di Zaccaria: da sacerdote diventa profeta. “Tutti i vicini furono presi da timore e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di queste cose”.

L’Evangelista sta preparando la nascita di Gesù e già c’è un movimento, c’è qualcosa di incomprensibile. Il nuovo che Gesù porterà con pienezza, con prepotenza, si fa strada: anche il sacerdote diventa profeta, una cosa fino a quel momento impossibile per i sacerdoti, diventare profeti!

“Coloro che le udivano le serbavano in cuor loro: ‘che sarà mai questo bambino?’ dicevano e davvero la mano del Signore stava con lui”. Cosa sarà di questo bambino? L’uomo che è stato riempito di Spirito Santo già nel seno della madre non seguirà le orme paterne, non si chiamerò Zaccaria come il padre e non sarà sacerdote come il padre. Anziché sacerdote nel tempio andrà nel deserto, dove sarà portavoce della parola di Dio: “il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito e visse in regioni deserte fino al momento della sua manifestazione ad Israele”.

In questo capitolo l’Evangelista ha privilegiato la conversione di Zaccaria: nel momento in cui si apre al nuovo permette allo Spirito di entrare nella sua esistenza e diventa profeta. L’esistenza del credente, di tutti coloro che hanno lo Spirito, è quella di essere profeti.

Che cosa significa essere profeti? Significa essere in sintonia con la presenza di Dio nell’umanità e formularla in maniera, come abbiamo già avuto modo di dire più volte, inedita, in maniera nuova.

 

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