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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 2, 12.17-20)

È un testo di grande attualità, elaborato della sapienza ebraica nella città di Alessandria d’Egitto, e scritto circa cinquant’anni prima della nascita di Gesù.

Tutto il capitolo descrive il contrasto fra il giusto, che teme Dio e si comporta in sintonia con la Legge, e l’empio, il suo contrario. Non è un contrasto sulle idee di Dio ma sulla condotta, sul comportamento. Ed è quest’ultimo che determina la condizione di credente o di ateo pratico – non teorico – come diremmo oggi. È descritta, con precisione, la distorta e perversa condotta dell’empio, che si comporta come se la Legge non esistesse affatto.

“Dissero gli empi”, infastiditi e incomodati dalla condotta del giusto, dal suo comportamento che “si oppone alle nostre azioni”, incluso quello di non associarsi e mantenersi distante da loro. Sono due mondi vicini, ma contrapposti.

Gli empi ricevettero la stessa educazione ma preferirono un altro genere di vita, contrario allo stile di vita del giusto. Quest’ultimo è un continuo richiamo all’educazione che gli empi rinnegano, rimuovono e vorrebbero mai ricordare.

Essi sono molto infastiditi della presenza del giusto che, per il solo fatto di esistere, “ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”. Il comportamento, accompagnato dal silenzio, è più provocante della parola e del richiamo verbale.

Lontani dal voler cambiare vita sorge in loro un sentimento d’avversione e il contrasto giunge un punto tale da essere avvertito come una seria minaccia ai loro convincimenti, al loro stile di vita e al loro agire. L‘avversione cresce fino a generare la determinazione di sopprimere il giusto.

È quello che mettono in atto: “Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione”. L’intento è distruggerlo, fisicamente e moralmente, in modo da sopprimerne non solo la presenza ma anche la memoria, infangandola affinché non diventi un martire, un modello per le generazioni future.

A ciò si aggiunge il sarcasmo della verifica riguardo alla consistenza della bontà e della mitezza nel tormento e nella sofferenza, ritenute caratteristiche di colui che si ritiene "giusto". Ancora più audacemente, l’empio sfida addirittura Dio, dal quale aspetta la manifestazione, l’intervento a favore del giusto, ritenuto figlio di Dio come insegna l’educazione ricevuta: “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari (…) perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà”.

L’intervento diretto di Dio è prova definitiva e irrefutabile.

È inconcepibile, per il mondo religioso di allora, che Dio non intervenga a favore del giusto; se ciò non dovesse accadere sarebbe evidente l’inganno del giusto o, più ancora, l’assenza o il disinteresse di Dio nei suoi riguardi. È il crollo di tutto l’impianto basato sulla Legge, in ordine al merito e alla conseguente retribuzione.

Per l’azione e la presenza del giusto, nell’empio si configura, simultaneamente, la coscienza della propria condizione di trasgressore della Legge e della burla verso il giusto sfidando l’intervento di Dio, del quale non ha alcun particolare interesse, se non la curiosità di chi vuol prendersi gioco di Lui.

Nella figura del giusto si riflette quella di Gesù, così come le reazioni di rifiuto contro di Lui.

I due mondi contrastanti – quello dell’empio e del giusto – sono in perenne e inconciliabile opposizione, e delimitano l’ambito dello svolgimento dell’azione pastorale. Il motivo del conflitto, e gli atteggiamenti dell’uno e dell’altro, sono ripresi nella seconda lettura.

 

2a lettura (Gc 3,16-4,3)

L’empietà e la giustizia sono due modalità di vivere accessibili ad ogni persona. Sono in netto contrasto fra di loro, sia che la persona partecipi o meno alla comunità credente o che appartenga ad altri gruppi o istituzioni. Fra l’altro, è nota la condizione di persone che, pur non partecipando alla comunità, hanno una condotta integerrima, colma di generosa attenzione ai necessitati, non inferiore a quella di chi è credente.

Pertanto l’apostolo ammonisce i membri della comunità: “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni”, perché “manca la sapienza che viene dall’alto”. La gelosia è il timore di perdere quello che la persona possiede, e genera nel suo animo un sentimento di avversione intensa, anche violenta, verso il concorrente, ritenuto avversario. L’invidia è l’inverso; è il sentimento di avversione verso chi possiede quello che la persona non può o non è capace di ottenere.

L’apostolo domanda: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?” e asserisce, in forma interrogativa: “Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra alle vostre membra?”. Le passioni sono finalizzate al godimento e possesso del contenuto, che le motiva e le suscita. Tuttavia non tutte hanno come soddisfacimento il possesso ma, quelle ad esso finalizzate, hanno una grande forza distruttiva, un potenziale di distruzione e morte.

Di conseguenza, continua l’apostolo, “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere, combattete e fate guerra!”. La seduzione,  associata all’intenso desiderio di possedere, è un veleno mortale per sé stessi e per la persona, coinvolta direttamente o indirettamente con l’oggetto desiderato, quale il denaro, un’eredità o altro.

Possedere è esercitare il dominio incondizionato sull’oggetto, sulla persona, sulla collettività o altro. È esattamente il contrario del dono che, rispettato come tale, mantiene un rapporto di gratitudine, di fraternità, di amicizia e familiarità con il donante, nell’orizzonte della bellezza e del fascino di esso.

Il rapporto vero e autentico con Gesù Cristo lo si vive solo nel donarsi vicendevolmente. E il dono è tale solo nella gratuità, senza nessuna pretesa di risposta o di ritorno, perché sarebbe entrare nell’orizzonte dello scambio, primo gradino verso l'idea del possesso. L’attesa dello scambio svuota la potenzialità e il fascino del dono, dell’amore nella sua purezza divina.

Ebbene, esso coinvolge il donante e il destinatario nell’evento di liberazione dalle conseguenze negative del dominio della passione, e infonde nuova vita e gioia. Gli attori dell'evento, gratificati e desiderosi di non perdere il dono, mai cercheranno di trasformarlo in possesso e di fare di esso un'acquisizione permanente, una volta per sempre, per poi disporne a piacimento.

Al contrario, il modo per conservarlo e crescere in esso consiste nel trasmetterlo agli altri,  con le stesse condizioni di gratuità, in modo da coinvolgere il destinatario nella stessa dinamica e renderlo partecipe dei frutti. Si tratta del compimento del mandato di Gesù: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12).

Quando il dono impegna la qualità e il senso del rapporto personale, sincero e trasparente, il possesso o l’uso strumentale di esso ha immediatamente conseguenze deleterie che oscurano, rendono impercettibile e stravolgono il suo elemento costitutivo e fondante: l’amore.

Dio è amore, e perciò gli effetti del possesso agiscono svuotando e svilendo il rapporto con Lui. La conseguenza è un profondo il senso di vuoto, d’insoddisfazione, di isolamento, di illusione e non senso, accompagnato dalla delusione e dall'amarezza di sentirsi come defraudato.

Tale rapporto incentiva conflitti e sentimenti di profonda avversione, fino a sostenere lotte fratricide e guerre. È nota l'avversione di Dio al riguardo, quantunque la misericordia alla lunga prevale e offre altre opportunità in virtù del suo immenso amore.

L’apostolo indica una via d’uscita: “Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare le vostre passioni”. È importante chiedere, ma chi già possiede o ritiene di possedere non chiede, difende soltanto, gelosamente, quello che ha, nel timore di perderlo.

Chiedere alla luce della “sapienza che viene dall’alto”, nel dono di sé per il bene di altri e della collettività in generale, è fare esperienza della sapienza “pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera”, e allontanare la tentazione, il dominio e la schiavitù dalle passioni, finalizzate ad interessi personali o di lobby e motivo di “ogni sorta di azione cattiva”, posta in atto per raggiungere l’obiettivo proposto.

La passione per il dominio, il potere e il denaro, è la più tenace e pericolosa tentazione del credente e di ogni persona in generale. Da essa Gesù pone in guardia i discepoli, come mostra il vangelo.

 

Vangelo (Mc 9.30-37) adattamento dal commento di Alberto Maggi

Il brano non è una parabola ma un insegnamento di grossa portata di Gesù. Al centro c’è l’auto definizione di “Figlio dell’uomo”, che verrà consegnato “nella mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. L’espressione “Figlio dell’uomo” indica l’uomo che raggiunge la sua pienezza ed entra nella condizione divina. Gesù è il Figlio di Dio in quanto rappresenta Dio nella sua condizione umana, ed è il Figlio dell’uomo in quanto raffigura l’uomo nella sua condizione divina.

“Essi però non capivano queste parole”, perché erano lontane dalle loro convinzioni e attese in merito all'idea di Messia, dal quale aspettavano l’instaurazione del regno e un posto di rilievo per loro. Di conseguenza, il loro ideale di successo è tale che impedisce di comprendere le parole molto chiare di Gesù. E “avevano timore a interrogarlo” perché temono che Gesù confermi quello che loro hanno capito; quindi è vero, capivano ma non accettavano. Non è che non capivano, non accettavano quello che Gesù diceva.

Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discorrendo per la strada?”. L’indicazione “per la strada” è sintomatica; essa è il luogo della semina infruttuosa. “Per la strada” il seme viene gettato per terra, ma vengono gli uccelli e subito lo raccolgono. E Gesù, spiegando queste immagini, diceva che era il Satana che rendeva inutile la parola.

“Ed essi tacevano”. Tacciono perché provano un senso di colpa. Essi sanno che hanno discusso su qualcosa che Gesù non approva. “Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande”, il più importante. È questo il tarlo che rode i discepoli, l’idea di grandezza, l’ambizione di essere uno più importante degli altri.

Gesù non si sorprende della loro incomprensione. Con calma e padronanza, “Sedutosi” – posizione di colui che insegna – “chiamò i Dodici”. È strano, è una casa, una casa palestinese, e non è molto grande. Perché Gesù deve chiamare? L’evangelista avrebbe dovuto scrivere: ‘Gesù disse …’; invece Gesù li deve chiamare. Perché? I Dodici lo seguono, ma non lo accompagnano, non gli sono vicini interiormente. Gli sono vicini fisicamente ma la loro mentalità è lontana. Gesù è il Dio che, per amore, si mette al  servizio degli uomini. Ha detto che il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire: loro, invece, pensano soltanto a comandare. Ecco perché deve chiamare i Dodici, perché sono lontani.

“E disse loro: ‘Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti’”. Loro hanno discusso su chi vuol essere il più grande e Gesù non accetta questa impostazione, ma desidera che nella comunità ci sia il primo.

Il primo significa il più vicino a lui. Non si tratta di idee di grandezza, non c’è nessuna persona più importante, più grande, ma sì ci sono persone più vicine a Gesù, quelle che si mettono a servizio di tutti e che, liberamente e volontariamente, mettono la loro vita al  servizio degli altri.

È difficile comprenderlo per noi, oggi come allora, e come il rovesciamento possa avere successo. Solo dopo la morte e risurrezione di Gesù, e l’invio della Spirito. i discepoli  incominceranno a capire che il rovesciamento è motivato dall’amore incondizionato e irrinunciabile per l’avvento del regno, per la nuova società che egli sta impiantando e in merito al quale Gesù chiede la fiducia.

Alberto Maggi puntualizza: Con un gesto sorprendente Gesù, “preso un bambino”. È l’individuo che sta accanto a lui e ci si chiede cosa facesse questo bambino in questa casa con i discepoli. Ma il termine adoperato dall’evangelista indica un individuo che, per età e per ruolo nella società, è il meno importante di tutti; potremmo tradurlo con il termine ‘garzone’. Questo garzone, questo ragazzino, è l’immagine del vero seguace di Gesù, di quello che s’è fatto ultimo, fra tutti.

“Lo pose in mezzo”. In mezzo è il posto di Gesù. Ebbene, Egli pone al suo posto l’individuo che si mette a servizio degli altri. “Abbracciandolo”: Gesù si identifica con costui, con l’ultimo della società. “E disse loro: ‘Chi accoglie uno solo di questi bambini’, di questi garzoni (quindi non si tratta di bambini o di ragazzini qualunque) ma di questi che sono l’immagine del discepolo che veramente si mette a servizio degli altri e che agiscono nel mio nome, identificati con la mia persona e il mio agire per il regno, “accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

Gesù garantisce che dove c’è un individuo che per amore, liberamente e volontariamente, si mette a servizio degli altri, in questo individuo si manifesta la presenza di Gesù e quella di Dio stesso. L’uomo che si mette al servizio è l’unico vero santuario dal quale si irradia l’amore di Dio.

 

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