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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Nm 11,25-29)

L’attività profetica è essenziale alla vita del popolo d’Israele. Infatti, Elia è il prototipo dei profeti e Mosè è colui che ha trasmesso la legge che sancisce l’alleanza di Dio con il popolo. La Legge e la profezia – Mosè ed Elia – sono come le due gambe sulle quali cammina il popolo dell’Alleanza, chiamato a testimoniare alle altre nazioni l’avvento del regno di Dio ovvero l’esercizio della sua sovranità.

In particolare, il profeta vigila sul corretto cammino del popolo, affinché sia in sintonia con la legge interpretata dalle autorità. Egli agisce quale coscienza critica che valuta, e giudica,  il cammino e le circostanze personali e sociali nelle quali essa è applicata.

L’intervento del profeta non è quasi mai bene accetto, soprattutto quando segnala e sanziona il governo. le autorità e i notabili per azioni compiute in modo contrario alle esigenze dell’alleanza. Essi vengono esposti all’incomprensione, all’isolamento, all’esilio e,  talvolta, al ripudio violento.

Ancora, nel cammino nel deserto, prima dell’arrivo nella terra promessa, è molto impegnativa per Mosè anche l’attività profetica a causa dell'impossibilità di dirimere le innumerevoli cause del popolo. Perciò Il Signore parlò a Mosè e “tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani”. In fondo è una decisione di buon senso, e istituisce persone per il servizio, inviando e donando loro lo Spirito.

Desta attenzione che l’esercizio della profezia non è legato solo all’istituzione dei settanta  ma alla libera determinazione della volontà di Dio. La profezia è, e rimarrà, sempre un dono, mai un possesso del profeta e, meno ancora, dell’istituzione, in modo tale che essa ne possa disporre a suo piacimento. Perciò, “quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito”. Non è detto il perché e se corrisponde all’esplicita volontà del Signore.

Possedere è dominio e potere sullo Spirito. Attribuirsi tale condizione è appropriarsi di quel che appartiene unicamente a Dio ed è, quindi, un abuso. Pertanto, pur avendo ricevuto l’investitura profetica, l’esercizio di essa dipende unicamente, ed esclusivamente, dalla libertà di Dio, dalla sua volontà per far compiere il servizio che Dio lo ritiene opportuno.

Accade che su due uomini, che erano rimasti nell’accampamento, “Lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento”. I due non presenziarono alla celebrazione e non ne viene spiegato il motivo; ciò lascia un alone di mistero e confusione in merito al modo di procedere di Dio. È evidente, quindi, che la sua azione non è soggetta a nessun vincolo previo, neanche all’investitura ufficiale da Lui stesso approvata.

Dio è libero dalle sue stesse determinazioni nel fare ciò che ritiene necessario per il bene del popolo. Sconcerta e pone fuori rotta chi pretende che Dio abbia un criterio fisso per agire, come nel caso del giovane che corre da Mosè, annunciando che “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento” e chiede: “Mosè, mio signore, impediscili!”.

Quante volte nella storia della chiesa, e nell’attualità, persone a capo dell’istituzione ordinarono di far tacere voci profetiche perché dissonanti da quel che consideravano corretto e veritiero? E dopo anni e, nella grande maggioranza dei casi, dopo la morte degli stessi, sono state riabilitate, assumendo l’errore e chiedendo il perdono?

L’istituzione auto-giustifica sé stessa, ammettendo di essere, allo stesso tempo, santa e peccatrice, e riconoscendo di essersi appropriata di ciò che non era dovuto. Il peggio è che molti pensano che ciò sia inevitabile e dovrà ancora accadere, senza analizzare le cause dell’errore e pensare ad un’organizzazione e ad un procedere dell’istituzione che sia alternativa.

La risposta di Mosè mostra la grandezza e la consistenza dell’uomo di Dio: “Sei tu geloso di me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”.

La gelosia è la paura di perdere ciò che appartiene, che è proprio. Né Mosè è geloso del dono ricevuto né il giovane Giosuè deve dar spazio ad essa.

Con una punta d’ironia Mosè mette in risalto il pericolo di considerare la profezia esclusiva competenza dell’istituzione per vedere diminuito il suo potere e la sua competenza su altri che esercitano lo stesso dono, come se questi avessero tolto qualcosa che gli appartiene o volessero entrare in competizione. “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”. Mosè comprende la portata e la libertà dell’azione di Dio e si rallegrerebbe se tutto il popolo fosse messo in grado di profetizzare.

Tuttavia la condizione profetica donata nel battesimo nel quale, per la forza dello Spirito,  ogni credente è costituito tale, non è presa in considerazione nella pastorale ordinaria della comunità, anche perché l’istituzione teme la perdita del controllo e lo sviluppo di azioni e interventi di non facile gestione in una società sempre più multietnica, multiculturale e multireligiosa.

È una grave carenza che deresponsabilizza il cristiano dalla sua vocazione, in considerazione del fatto che la responsabilità è costituita fin dalla nascita, e precede la libertà stessa.

L’attenzione a tale realtà è un argine a situazioni disdicevoli, come quelle trattate nella seconda lettura.

 

2a lettura (Gc 5,1-6)

Agli albori delle prime comunità cristiane era ritenuto imminente il ritorno del Signore e l’ultima e definitiva installazione del regno di Dio con il giudizio finale, nel quale ognuno avrebbe dovuto render conto della propria condotta e della sintonia, o meno, con la fede professata. L’apostolo, prendendo atto di comportamenti inaccettabili, si rivolge ai ricchi della comunità con parole molto severe: “piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi!”, affinché si ravvedano riguardo allo sfruttamento dei lavoratori.

All’ammonimento aggiunge il motivo della gravità del loro comportamento: “Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto le vostre terre, e che voi non avete pagato, grida”. La ritenzione ingiusta è causa di sofferenza del lavoratore, dei familiari, e delle loro condizioni disumane. Se poi loro stessi – i ricchi – vivono “in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati”, allo sconcerto del lavoratore defraudato risalta, dall’altro lato, la vergognosa, scandalosa e sorprendente indifferenza e disinteresse da parte degli arricchiti ingiustamente; e ciò cancella in loro ogni sentimento di pietà, di compassione e di misericordia.

Peggio ancora quando, per accrescere il lusso, l’apostolo constata che: “Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza”. E ancora: “vi siete ingrassati per il giorno della strage”. Strage di chi? Certamente dei poveri e dei giusti, vittime della malvagità che, crescendo come una spirale, inesorabilmente non risparmierà nessuno e coinvolgerà sempre più persone; ma, sicuramente, anche di loro stessi – i ricchi – sui quali cadrà l’ira del Signore nel giorno del giudizio, cosicché “le sciagure cadranno su di voi!”.

L’apostolo, con ironia, evidenzia, alla luce dell’evento finale, con il “ritorno” del Risorto, l’insensatezza del loro comportamento e stile di vita: “Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!”. E aggiunge: “Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco”.

Giacomo mette in guardia riguardo la rovina che stanno accumulando contro sé stessi, in totale contraddizione al fatto che ritengono il lusso e l’accumulo della ricchezza un bene, un motivo di soddisfazione e di successo. Dal punto di vista di Dio questo è un suicidio.

Purtroppo è una realtà sempre attuale, con caratteristiche diverse, ma non meno drammatica. Basti solo pensare allo sfruttamento, a livello di schiavitù, dei migranti, alla mancanza di etica nei rapporti economici, all’economia e alla speculazione finanziaria, a causa della quale la forbice fra ricchi e poveri si allarga sempre di più.

Se poi si aggiunge la corruzione, la violenza, la falsità delle informazioni e la morte di  innocenti per denutrizione, assenza di cure sanitarie e guerre, motivate dal potere del denaro, si rimanere inorriditi. L’iniquità si perpetua nonostante esperienze tragiche che la storia recente ha consegnato alla perenne memoria.

Non solo la Chiesa, ma movimenti, istituzioni e uomini di buona volontà, di ogni popolo e fede, chiedono con insistenza un nuovo ordine economico e la formulazione di principi etici per la finanza mondiale; si appellano, poi, ai sentimenti umani, alla fraternità universale e ai valori della convivenza nella giustizia e, infine, alla sopravvivenza del pianeta, considerato lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali.

Essi sono la voce del Signore presente nella storia e svolgono un ruolo profetico nel chiedere di porre rimedio allo scandalo di una vita disumana e di morti premature di tante persone innocenti.

Profezia e scandalo. La prima è dono di Dio per ogni cristiano cosciente. Il secondo è da evitare, con quella determinazione sorprendente che il vangelo mostra.

 

Vangelo Mc 9,38-43.45.47-48 – adattamento del commento di Alberto Maggi

Gesù aveva dato ai suoi discepoli la capacità di liberare dai demoni, cioè di liberare da quelle ideologie che impediscono di accogliere il messaggio della Buona Notizia. Ebbene, non solo essi non ne sono capaci, ma tentano, con arroganza, di fermare quelli che lo fanno.

E li orienta sul come mantenere ampie vedute e non racchiudersi in angusti criteri, quali il  separare, allontanare, una persona dall’altra sul criterio: “questo è dei nostri e quest’altro no, perché non fa parte del gruppo”. Questi insegnamenti sono una risposta a Giovanni riguardo al preciso comportamento da tenere da parte dei discepoli: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome”, ossia si identificavano con Gesù.

Giovanni continua: “E volevamo impedirglielo”, adducendo la seguente motivazione:  “perché non ci seguiva”. Non può dire “perché non seguiva te”, perché agisce nel nome di Gesù, ma “non seguiva loro”. Essi, infatti, pretendono che tutti i seguaci di Gesù facciano parte del gruppo dei discepoli.

Ebbene, Gesù amplia l’orizzonte della sua comunità e dice: “Non glielo impedite” – ed è imperativo – “perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome”, cioè identificandosi con me, “e subito possa parlar male di me”. Se lo sconosciuto fa quello in suo nome è perché per altri cammini, che non sono la partecipazione nel gruppo, ha acquisito conoscenza di chi sia Gesù. Non si tratta di una semplice informazione al suo riguardo, di per sé insufficiente a operare un miracolo, ma del coinvolgimento espressivo con la sua persona, la filosofia e pratica di vita. Pertanto, se opera in suo nome un miracolo, certamente non parlerà male di lui.

“Chi non è contro di noi è per noi”. Gesù ammette che ci possano essere suoi discepoli anche se non appartengono al gruppo che pretende di avere il monopolio del suo insegnamento. E poi invita anche i discepoli a identificarsi con lui e dice: “chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua, nel mio nome” – quindi invita anche loro ad identificarsi con lui, perché loro non lo sono ancora – “non perderà la sua ricompensa”.

La presenza di Gesù e del Padre è la ricompensa di chi lo accoglie e, con essa, partecipa alla pienezza di vita che fa dell’azione una sorgente di gioia.

Rilevante è l’atteggiamento di Gesù verso chi è causa di scandalo, verso chi, con parole o atti, suscita riprovazione, disgusto, rigetto e grande turbamento di coscienza, allontanando e facendo deviare dal giusto cammino altre persone. I profeti fanno constatare come, per gli scandali, molte persone si allontanano o deviano dal cammino del Signore.

Alberto Maggi specifica che, con l’affermazione “Chi scandalizza uno solo di questi piccoli”, Gesù non indica i bambini ma le persone emarginate, gli ultimi insignificanti della società, “che credono in me”. Essi sono adulti che hanno dato adesione a Gesù, ma sono persone senza importanza.

Ebbene, le parole di Gesù sono terribili, tremende: se uno di voi mi fa inciampare una di queste persone che credono in me, che hanno sentito parlare di questo messaggio di amore e invece vedono che tra di voi c’è rivalità, queste persone che hanno sentito parlare di un messaggio di fratellanza e, invece, vedono che tra voi ci sono divisioni, “è meglio per lui che gli venga messa al collo una macina”, e poteva bastare, invece Gesù precisa: “da mulino”.

C’erano due tipi di macina, una domestica, quella girata dalla donna, e quella da mulino, che serviva per il frantoio ed era pesante, “e sia gettato nel mare”. Perché Gesù dà queste indicazioni? Gesù dice che quest'individuo deve scomparire definitivamente e, per assicurarsi che ciò avvenga, deve essere gettato nel mare, ma con una macina enorme – da mulino – fissata al collo. Perché? Gli ebrei avevano il terrore di morire affogati; infatti credevano che se si moriva affogati non c’era speranza di risurrezione.

Allora Gesù dice che non basta gettare nel mare questa persona perché, poi, il corpo può tornare a galla; allora bisogna evitare che il corpo torni a galla per poi essere seppellito. Quindi, le parole di Gesù sono davvero tremende.

E poi Gesù dà una serie di avvisi alla sua comunità e dice: “Se la tua mano”, poi parlerà del piede e dell’occhio; la mano indica l’attività, il piede la condotta, l’occhio il criterio con il quale si osservano le cose della vita, “ti è motivo di scandalo”, cioè è motivo di inciampo per te, se fai un’attività che ti fa inciampare, Gesù è radicale: “tagliala! È meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con due mani andare nella Geènna”.

Cos’è questa Geènna? era ed è un burrone, a sud del tempio di Gerusalemme, che al tempo di Gesù veniva usato come discarica dei rifiuti. Questi rifiuti venivano continuamente ammucchiati e poi bruciati, per eliminarli completamente. Quindi Gesù dice: “è meglio, anche se doloroso, che ti togli qualcosa che ti impedisce la pienezza di vita piuttosto che finire nell’immondezzaio di Gerusalemme”.

E così via. Gesù parla del piede, parla dell’occhio. Ed ecco la parte finale; dice: “È meglio per te tutto questo, anziché essere gettato nella Geènna”, e Gesù qui cita il finale del libro di Isaia (66,24): “dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue”.

Gesù non sta parlando di un castigo successivo alla morte, tutt’altro. La fine del libro di Isaia illustra la pena per gli israeliti che erano stati infedeli. La maniera per eliminare i cadaveri era duplice: da una parte c’era la putrefazione e, dall’altra, la cremazione. Ebbene, qui il profeta le mette insieme: “il loro verme non muore” indica che la putrefazione è completa, e “il fuoco non si estingue” indica che la cremazione è completa.

Tutto ciò indica la distruzione totale. O si entra con Gesù nella pienezza della vita, o, quando arriva la morte fisica, questa trova un corpo svuotato di vita ed è quella che nell’Apocalisse (2,11; 20,6.14; 21,8) si chiama “la morte seconda”, la fine totale dell’individuo.

In conclusione, quando lo stimolo allo scandalo sfugge al controllo della ragione. della coscienza, e cresce il pericolo che si manifesti, è doveroso prendere le misure necessarie alla luce della grazia e della misericordia del Signore.

 

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