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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,18-24)

“Non è bene che l’uomo sia solo”. Dio desidera il meglio per l’opera delle sue mani. Lasciando l’uomo solo questi non raggiungerebbe l’obiettivo, da Lui stabilito, di vita piena e di gioia. Perciò la decisione: “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”, altrimenti rimane un soggetto isolato e infelice.

La solitudine è parte integrante della realtà umana e condizione per realizzare la comunione con gli altri. Solitudine e comunione sono due lati della stessa moneta, della vita di ogni persona. La solitudine – non l'isolamento, ovviamente – è necessaria per la vera e solida comunione, così come quest’ultima esige l’accettazione e la corretta gestione della solitudine.

Dio completa la carenza che l’individualità contiene in sé stessa e, dopo aver creato gli animali e gli uccelli – essere viventi – “li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato degli esseri viventi quello doveva essere il suo nome”. Conferisce, quindi, all’uomo superiorità e potere su di loro. Secondo la cultura di allora conoscere il nome è condizione per dominare e disporre del soggetto conosciuto, secondo i propri criteri e la propria volontà.

Se da un lato Dio conferisce tale potere, dall’altro vi è la coscienza dell’impossibilità di raggiunge l’obiettivo perché “l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. Ne consegue un principio fondamentale per il corretto vivere umano: dominare e possedere non è quello di cui l’uomo ha bisogno per vivere bene la solitudine. Quest’ultima, finalizzata a sé stessa, diventa isolamento.

Tuttavia il dominio e il possesso segnano profondamente l’essere umano. Per molti diventano l’elemento principale della ricerca del senso del proprio vivere, che esercita una seduzione molto forte, affascinante per il senso di superiorità, di successo, di comando e sottomissione di altre persone alla propria volontà, al punto da fare di esse degli strumenti  o, peggio, delle cose di cui disporre per scopi altrimenti irraggiungibili. È il fondamento della falsa e ingannevole comunione.

Sorge la domanda: che tipo di rapporto si instaura fra chi possiede e l’altro che non ha nulla e ha bisogno di lui per vivere? Il dislivello è tale da rendere impossibile il rapporto di complementarietà; quel che si instaura è la dipendenza, la sottomissione e l’esposizione al dominio e alla circolarità del rapporto con altre persone, producendo l’effetto secondo cui il soggiogato, a sua volta, è causa di estensione dello stesso malsano rapporto verso altri.

L'antidoto al desiderio di possesso è il non perdere di vista la caratteristica del dono della vita. Per essere dono, è gratuito e ricevuto senza alcun merito che lo possa rendere  esigibile. Di più, il donante non richiede alcun ritorno: è felice nel solo donare, è gioia di trasmettere vita. Se comportasse qualche tipo di riconoscenza, il dono perderebbe la sua essenza, divenendo un semplice scambio. Tale aspetto è poco preso in considerazione, e facilmente messo da parte, anche perché l’affanno d’incontrare sicurezza nel possedere suscita la gelosia, con conseguenze deplorevoli.

Dio procede su un altro piano e crea un essere di pari dignità. All’uomo “gli tolse una delle costole (…) e formò con la costola (…) una donna e la condusse all’uomo”, ma non per dargli il nome e dominare su di lei, ma per fargli riconoscere l’aiuto di cui ha bisogno. Non si tratta di una copia carbone, ma di un soggetto diverso e, allo stesso tempo, con affinità molto grande, al punto che l’uomo esclama con entusiasmo: “Questa volta è ossa delle mie ossa, carne della mia carne”.

L’uomo dovrà porre attenzione a non farne oggetto di possesso perché svuoterebbe,  simultaneamente, la dignità della donna e la propria. I due sono dono di Dio, e dono uno per l’altro. Mantenersi nel dono è rimanere in Dio.

La crescente purezza del dono libera gradualmente dalla bramosia del possesso, dalle sue nefaste conseguenze e rende sempre più evidente la qualità del rapporto. In altre parole, emerge nella purezza della trasparenza la presenza di Dio – come la filigrana del francobollo che in controluce ne conferma  l’autenticità – e, con essa, la pienezza di vita del rapporto. Nel momento in cui prevale il dominio, o il possesso, scompare la trasparenza e il rapporto in breve tempo diviene insostenibile.

Il dono fa sì che “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”. Esso è più forte dell’affetto profondo verso i genitori. Questi ultimi sono posti in secondo piano, pur non escludendo l’attenzione loro necessaria nel momento del bisogno. Nel donarsi reciprocamente, l’uomo e la donna realizzano un’unione singolare ed unica, che consente loro di sentirsi come una sola realtà, pur nella diversità soggettiva. L’unione non sopprime le diversità, né cancella la solitudine.

Sarà per la pratica del permanente dono reciproco, nella libertà e gratuità – la dinamica dell’amore -, che essa si estenderà ai figli e, come una spirale in costante espansione, abbraccerà tutta l’umanità, percependosi come parte viva di essa e motivo di solidarietà e attenzione responsabile.

La dinamica propria del dono è partecipazione alla realtà di Dio, dono per eccellenza per l’umanità. Essa ha la sua manifestazione singolare nella persona di Gesù Cristo, come insegna la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 2,9-11)

Il testo presenta Gesù come una persona comune. Riprendendo il salmo 8 (“fu fatto di poco inferiore agli angeli”) evidenzia la sua condizione umana. Cosicché in Lui ogni essere umano trova il fratello e il compagno di viaggio.

Ebbene, l’autore afferma che ora “lo vediamo coronato di gloria e di onore”, ossia con un’esistenza pienamente realizzata, partecipe della gloria senza fine e onorata per aver introdotto la vita umana nella comunione trinitaria. Con queste parole indica la meta di ogni persona e l’obiettivo dell’umanità: la loro divinizzazione.

Ha raggiunto la meta “a causa della morte che ha sofferto” per la fedeltà e la determinazione all’obiettivo generale della missione: la causa del regno, ritenuta cammino di verità e di vita e testimoniata con la consegna di sé stesso.

Il motivo di tale accadimento è “perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti”. Non si tratta della morte in sé stessa, ma la manifestazione tenace e ferma dell’amore per la causa del regno, che neanche la prospettiva della morte è riuscita a smuovere o sminuire e che, in quanto rappresentante di tutti gli uomini di ogni tempo, ha marcato la redenzione e rigenerazione di chi crederà nel cammino da lui tracciato.

Dopo la matura riflessione sull’evento Gesù Cristo, l’autore ne sintetizza l’importanza e la profondità con un’affermazione di grande respiro: “Conveniva, infatti, che Dio (…)  rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza”. Quello che, in un primo momento sembrava assurdo per lo sconcerto e lo scandalo, ora è percepito come conveniente. Un rovesciamento di centottanta gradi!

“Conveniva”, perché Dio manifesta in Gesù come Egli è, attraverso l’azione che “conduce molti figli alla gloria”. La gloria è la manifestazione della santità di Dio e coinvolge, nella comunione con sé, tutti gli uomini che partecipano della dinamica della carità insegnata e vissuta dal Figlio.

Tutto ciò perché loro abbiano vita in abbondanza, e consolidino il loro vissuto reciproco  nella manifestazione dell’avvento del regno di Dio. La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è lodare Dio per partecipare di essa, come afferma una bellissima espressione di S. Ireneo.

Il popolo infedele all’alleanza abbandonò il cammino e si auto-condannò. La fedeltà di Dio, motivata dall’amore tenace e persistente nel compimento della promessa, ritenne conveniente che “rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza”“Conveniva” – era opportuno, certo e giusto – per la salvezza dell’umanità che il Figlio, la cui incarnazione dava inizio al processo di salvezza, consegnasse sé stesso “per mezzo delle sofferenze” generate dal ripudio.

Non si tratta di mera e inutile sofferenza, come se fosse necessario un castigo riparatore, ma della grandezza e profondità dell’amore che, insegnando il cammino di salvezza, non poteva rinnegarlo o deviarlo per compiacere i destinatari; anzi, per amore verso gli stessi, era doveroso rimanere saldo e fermo in esso a qualunque costo, anche della vita.

Non si tratta di orgoglio che non vuol cedere, ma della consapevolezza di rappresentare,  nella sua persona, tutta l’umanità per cui, resistendo fino alla fine, riscatta dal falso cammino e dalla sfiducia nei suoi confronti chi lo condannava. Paradossalmente la sua morte diventa giustificazione davanti al Padre per costoro, e per tutti quelli che crederanno in lui.

Così l’umanità, davanti a Dio, è oggettivamente redenta. Soggettivamente lo è per la fede nel Figlio a favore della causa del regno. L’elemento propriamente salvifico non è la sofferenza ma l’amore puro, disinteressato, – senza seconde intenzioni di nessun genere – che lascia completamente liberi i destinatari – l’umanità – di accoglierlo o no.

L’aspetto conveniente è determinato anche dal fatto che, con l’evento, “colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli”. Dal punto di vista umano come può chiamare fratelli gli stessi che l’hanno crocefisso? Farlo è esporsi all’ironia e a considerazioni anche peggiori. Tuttavia essi sono nell’ambito Trinitario come giusti, non per i loro meriti ovviamente, ma resi tali gratuitamente.

Risalta quindi che “la stessa origine” è causata dall’amore. Dio è amore, la stessa realtà che giustifica addirittura chi l’ha crocefisso nella persona di Gesù. Il punto di osservazione è Dio stesso, quello che Lui è, e trasmette all’umanità come dono di sé: l’amore nella forma più elevata. È l’ottica nella quale leggere il vangelo.

 

Vangelo (Mc 10,2-16)

I farisei, per mettere alla prova Gesù, gli domandano “se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”, pur sapendo che il sì della risposta era scontata. Fanno questa domanda perché Gesù parla di questo amore e non distingue tra uomo e donna. Allora vogliono portare Gesù in questo ambito, dove era indiscusso il potere dell’uomo, del marito, sopra la moglie. 

E Gesù non risponde, ma fa un’altra domanda. “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. È strano che Gesù non dica “cosa ci ha ordinato Mosè”, in quanto anche Gesù era ebreo. Ma lui prende le distanze dalla legislazione di Mosè. Per Gesù non tutto quello che è scritto nella legge, a cui si attribuisce autorità divina, è realmente tale: in parte è un semplice cedimento alle perverse inclinazioni umane.

Essi risposero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. Gesù risponde loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma”. Il cuore,  nel concetto del mondo ebraico, non è la sede degli affetti ma significa la testa, la mente, la coscienza. Cos’è che fa sì che il cuore umano diventi di pietra? È il non ascoltare, o farlo superficialmente senza meditare, approfondire l’insegnamento e assumere il comportamento adeguato e responsabile in ordine all’avvento del Regno di Dio.

Di conseguenza la persona gravita attorno a sé stessa: è autoreferenziale; pone come asse della propria vita il riferimento alle proprie idee, alle conoscenze, alle emozioni che costituiscono un recinto invalicabile. Diventa come sorda e disinteressata alla voce del Signore e ai suoi precetti, nella misura in cui essi non corrispondono alle proprie attese o schemi di comprensione.

Continuando la discussione, Gesù prende ancora le distanze. Mentre i farisei si rifanno a Mosè e al Dio della legge, Gesù si rifà al libro del Genesi, quando all’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina: “Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.

E qui Gesù omette il versetto del Genesi sulla fecondità. Per Gesù quello che importa è l’unione tra l’uomo e la donna, l’amore che li rende uno, in modo che: “ i due diventeranno una carne sola”. Gesù parla di due persone che trovano, l’una nell’altra, una protezione, una sicurezza ancora più grande di quella che il padre poteva assicurare, e un amore incondizionato ancora più grande di quello che la madre poteva offrire.

Su questo sfondo il rapporto fra uomo e donna rivela la presenza di Dio, che sostiene e afferma l’autenticità e la verità del loro rapporto. Pertanto, la portata dell’affermazione –  “Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” – non riguarda semplicemente quello che si stabilisce nel momento cultuale del matrimonio. Esso è solo l’inizio; l’unione si stabilisce attraverso il processo del cammino con Dio che, partendo dal “non sono più due, ma una sola carne”, cresce nella purificazione, integrando sentimenti, desiderio di autenticità nella diversità, volontà di contribuire positivamente nella verità di sé stessi, di trasmettere serenità, fiducia e rispetto, non solo a familiari e amici, ma a ogni persona e all’umanità della quale si essi sono parte viva e integrante.

Questo processo non si può cancellare né distruggere; sarebbe una mutilazione perché diviene indissolubile, eterno nel tempo e senso ultimo dell’esistere. L’indissolubilità non deriva dall'imposizione di una legge esterna alla persona, ma raccoglie il punto alto e vero del cuore dell’uomo e della donna che si pongono uno di fronte all’altro, e si rapportano con passione, sincerità e fascino, nella fiducia ed entusiasmo reciproco, per un cammino verso un futuro di speranza per sé stessi e per la società. L’indissolubilità rivela il dono del regno di Dio, della sua sovranità, nello scoprire in sé stessi, con gli altri e con la società, atteggiamenti di fiducia, trasparenza, gioia e semplicità.

A nessuno sfuggono le difficoltà attuali del rapporto fra uomo e donna, e le cause sono molteplici. Importante è coltivare i topici che sostengono il cammino indicato da Gesù, che prende lo spunto dalla presenza dei bambini per far risaltare come i loro atteggiamenti sono condizione per ricevere il regno di Dio: “a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio”.

A casa, i discepoli lo interrogano di nuovo su questo argomento. E dice loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”. Gli presentano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverano. Gesù, al vedere questo, s’indigna e dice loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro”.

In contrapposizione ai farisei, che credevano che, per la loro santità e per la loro osservanza dei precetti, avrebbero meritato il regno di Dio, Gesù contrappone gli ultimi della società. È un invito ai discepoli, che continuamente litigano tra di loro per sapere chi è il più importante, di farsi ultimi. Dio, per amore, si è messo a fianco degli ultimi e chi vuole essere in comunione con questo Dio si deve fare ultimo. A loro, infatti, appartiene il regno di Dio.

E Gesù assicura: “In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un ragazzino, non entrerà in esso”. Per entrare nel regno di Dio, la società alternativa di Gesù, occorre farsi ultimi.

Quindi Gesù si identifica con loro e li benedice, imponendo le mani su di loro. Egli benedice quelli che nella società si fanno ultimi, ossia quelli che sono i più vicini a Lui.

 

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