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di Aldo Antonelli

 

Mi ritrovo nel traffico cittadino, stoppato da una lunga fila di bambini e bambine che attraversano la strada. Sono molti, chiassosi, belli e variopinti e purtuttavia ordinati, accompagnati dalle loro maestre. La domanda che mi si affaccia spontanea, mentre aspetto che finisca la lunga, festosa fila è: ma lo fanno per amore o per i soldi? Il pensiero, naturalmente, è per le giovani maestre che accompagnano l’allegra comitiva.
La domanda non è neutra, perché a seconda della risposta sia il lavoro (l’insegnamento), sia il soggetto che lo compie (il lavoratore), come pure l’oggetto del lavoro stesso (la merce) e le persone coinvolte (nel nostro caso i bambini e le bambine) assumono tutt’altra identità e valore.
L’amore redime il lavoro perfino dalla condanna biblica, là dove oggetto della condanna non è il lavoro ma la “fatica” e il “sangue” che lo corredano!
Al contrario, la mancanza di amore abbrutisce il lavoratore rendendolo schiavo, trasformandolo in macchina, spingendolo a lavorare il meno possibile e ad assentarsi quanto più possibile.

 

Lontano da me il rimpianto dei tempi che furono, ma devo riconoscere che nelle scuole di avviamento si insegnava, sì, un lavoro, ma i ragazzi che si presentavano sceglievano già il mestiere che in parte amavano….
Contrariamente a quanto ci tocca constatare oggi: l’omologazione generalizzata alla ricerca di un qualsiasi lavoro, pur di riscuotere a fine mese la cosa ambita: il danaro! Questo dio-mammona che azzera le differenze, sottrae senso alle cose, sterilizza i sentimenti e desertifica gli orizzonti.
Questo tipo di lavoro, facchinaggio da schiavi più che umana impresa, non è lo stesso lavoro di cui scriveva Voltaire: «Le travail éloigne de nous trois grands maux: l'ennui, le vice, et le besoin» (il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno), perché diventa noioso esso stesso, vizio alla bisogna.
E’ pur vero che lavoro e amore sono sempre state considerate due sfere separate, ma dobbiamo riconoscere che, in realtà, il lavoro si fa bene solo quando ci si mette amore. A livello dell’inconscio collettivo non è un messaggio nuovo, tutti conoscono il significato e il valore dell’espressione “fatto con amore”. D’altronde, non solo i biscotti della nonna, ma anche i grandi capolavori del Rinascimento, l’Arte stessa, non sono forse tali proprio perché fatti con amore?

 

Nell’esporre queste riflessioni mi torna i mente la bellissima parabola di Raoul Follereau che narra di un passante che si fermò un giorno davanti ad una cava dove lavoravano tre uomini. Egli chiese al primo : “Che cosa fai, amico ?”. Quello rispose senza alzare la testa: “Mi guadagno il pane”. Chiese al secondo: “Che cosa fai, amico?”. E l'operaio, accarezzando l'oggetto delle sue cure, spiegò: “Vedete? Taglio una bella pietra…”. Chiese all'ultimo: “Che cosa fai, amico?”. E l'uomo, alzando verso di lui degli occhi pieni di gioia, esclamò: “Costruiamo una cattedrale!”. Tutti e tre compivano lo stesso lavoro. Il primo si accontentava di ricavarne da vivere, il secondo gli aveva già dato un senso; ma solo il terzo gli conferiva la sua grandezza e la sua dignità.
 

A fine narrazione, Raoul Follereau esortava: «Carissimi dei quali sono, per sempre, fratello, costruite anche voi la vostra cattedrale! Col vostro sforzo di tutti i giorni. Perché ogni lavoro è nobile quando è appeso ad una stella. Il segreto della felicità è di fare tutto con amore. Che il vostro cuore, come una cattedrale, offra rifugio a tutto ciò che c'è nel mondo di bello, di chiaro, di puro, di grande, di fraterno.

La nostra civiltà, martirizzata dal progresso, ha ancora nei suoi labirinti un cammino che si apre verso il sole. Esiste, per risolvere tanti problemi, un’unica soluzione. In mezzo alle vociferazioni del fanatismo ed alle tiritere della demagogia, si fa sentire una voce, così forte e dolce che gli odi motorizzati trattengono talvolta il fiato. E’ quella che dice: “Voi siete tutti fratelli”».
Mentre scrivo questa bellissima parabola non posso nascondere, nel gustarla, il sapore agrodolce che mi si forma in bocca, cosciente di come, purtroppo, vanno le cose.
Vivendo noi in un'epoca nella quale le merci sono diventate le protagoniste della storia mondiale, mentre il lavoro che le produce viene ricacciato in una sorta di purgatorio dell'irrilevanza, e il soggetto scompare sommerso dagli oggetti e l’individuo, non più soggetto, rimane prigioniero di se stesso, incapace a relazionarsi con altri soggetti.

C’è un racconto ebraico che ben descrive questa deriva dell’individualismo narcisista che affligge le società moderne.
«Rabbino, non riesco a capire: si va accanto a un povero, ed egli è cordiale e aiuta, dove può. Si va invece accanto al ricco, ed egli nemmeno ti guarda. Che cosa fa dunque il denaro?».
«Avvicinati alla finestra! Cosa vedi? ».
«Vedo una donna con un bimbo ed un carro che va al mercato».
«Bene. Ora vai davanti allo specchio. Cosa vedi? ».
«Rabbino! Cosa mai dovrei vedere? Me stesso».
«Vedi dunque: la finestra è di vetro, e anche lo specchio è di vetro. Ma basta mettere appena un po’ d’argento sotto quel vetro e si finisce per vedere solo se stessi».

(Tratto dal Mensile "ROCCA" del 15 Ottobre 2018)

 

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