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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 7,7-11)

Gli studiosi affermano che il testo è una rilettura della preghiera di Salomone (1Re 3,6-13; Sap 9,1-11): “Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza”. Il re, cosciente che la prudenza e la sapienza non gli appartengono, manifesta la sua umiltà, accetta la sua dimessa condizione nei confronti della maestà di Dio e chiede al Signore il dono della prudenza e della sapienza.

L’umiltà è il modo corretto di porsi alla presenza di Dio; essa fa della persona un soggetto recettivo del dono che Egli dispensa a ogni essere umano sincero e autentico con sé stesso. Può sorprendere che il re chieda tali doni giacché, in virtù della sua condizione regale, dovrebbe già possederli ed esercitarli in modo abituale e autorevole.

Ma non è così. Al di là della singolare condizione personale e sociale, partecipa della comune condizione di ogni essere umano. La méta e le condizioni per raggiungere e ottenere risultati soddisfacenti nella missione sono comuni a tutti; inoltre, il dono non è un possesso ma proviene dal donante, ed è efficace alle condizioni che lo stesso determina. Il possesso è pienamente gestito dal detentore sotto ogni aspetto.

“L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta”. Il re è affascinato dalla sapienza, con il cuore pieno di vita e di soddisfazione. Essa l’ha coinvolto in maniera così gratificante da divenire il suo patrimonio profondo, e costituisce il dono preferito su tutti gli altri.

“La preferii a scettri e troni (…) non la paragonai a una gemma inestimabile neppure, perché (…)”. Non c’è un bene maggiore. In genere, per governare, il re ha bisogno di prestigio e di denaro; affermare una preferenza per la Sapienza è assolutamente sconcertante, innovativo, e trasmette l’idea di quanto grande sia considerato il dono della Sapienza.

Essa è ciò che il re Salomone chiese in Gabaon quando, per la sua giovane età e spaventato di dover governare, Dio gli apparve in sogno promettendogli ciò che gli avrebbe chiesto. Era normale, per quei tempi, chiedere potere, vittoria sui nemici e denaro. Salomone, invece, chiese: “Signore dammi un cuore che sappia ascoltare” (1Re 3,9), per saper discernere correttamente il bene dal male.

Dio si complimentò con Salomone per aver formulato la richiesta corretta, e non solo gli concesse la sapienza per la quale divenne famoso nella storia, ma anche denaro, splendore del regno e vittoria sui nemici. Non è da escludere che, a quel singolare periodo di splendore, facciano riferimento le parole seguenti: “Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”.

La sapienza non è riconducibile meramente all’ampiezza dell’istruzione, ma all’acutezza e alla capacità di discernere ciò che è soggetto all’ambiguità, a un insieme di vero e falso, di corretto e sbagliato.

Pertanto, discernere correttamente è manifestazione di sapienza, dimostrazione di saper collegare i diversi elementi della realtà in modo da costituire l’adeguata griglia di discernimento.

Il primo atteggiamento dell’uomo sapiente è la capacità d’ascolto. Ascoltare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutto il proprio essere per percepire, nel miglior modo possibile e in profondità, le inquietudini, i punti nodali di riferimento, i desideri e la meta, con il rispetto e l'attenzione che la circostanza personale o sociale richiede.

Ascoltare argomentazioni, opinioni e proposte radicalmente diverse, libera da ogni forma di preconcetto e dalla presunzione di dover dare necessariamente una risposta; aiuta a comprendere la complessità dell’esistente e ammettere, se fosse il caso, l’incapacità o l’impossibilità di rispondere.

È disporre della griglia e delle condizioni per discernere gli elementi che caratterizzano i valori e i controvalori riguardo alla finalità e alla meta in gioco. Nel caso specifico il filtro è offerto dall’auto-rivelazione di Dio nel vissuto individuale, collettivo e circostanziale, dalla Parola e l’evento Gesù Cristo e dalla misteriosa presenza della forza dinamica della carità,  che orienta alla realizzazione della giustizia e dei valori etici di fraternità universale.

Pertanto la sapienza è legata alla profondità e alla qualità della vita, al suo senso ultimo e definitivo, che orienta verso un futuro pieno di speranza. Essa ha come riferimento la persona di Gesù Cristo, centro di tutta la creazione, dal quale è attratta, come lascia intendere la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 4,12-13)

“La parola di Dio è viva, efficace”. Immediatamente il pensiero va al testo scritto, letto in ogni celebrazione. In effetti il testo è solo un mezzo per informare e trasmettere ciò che ha attinenza con la vita, il vero luogo della Parola.

L’esistenza si sviluppa, nel trascorrere del tempo, attraverso eventi dinamici conflittuali tra vita e morte, senso e non senso, verità e menzogna, fino all’estrema agonia conclusiva del ciclo terreno. Essi, da un lato, riguardano tutta la persona, la storia, l’umanità e il creato che portano con sé elementi di ambiguità e possibilità di morte; dall’altro lato sono eventi del Dio della vita, del suo amore, nel quale non c’è ombra di morte. Perciò “La parola di Dio è viva": è il luogo dell’esistenza veramente umana che si divinizza nell’accogliere e discernere come procedere affinché la vita trionfi sulla morte, il bene sul male.

Di conseguenza, la persona è vita piena di senso e di gioia per il procedere nell’amore inesauribile di Dio, nel quale è immersa. Questa vita si proietta oltre sé stessa e contribuisce alla qualità di vita per ogni essere umano e per la comunità, e si estende in tutto il creato.

Gesù di Nazareth – parola fatta carne – con la sua morte e risurrezione è vita che trionfa sulla morte, è la morte della morte. Di conseguenza, in quanto Parola, è “viva” ed “efficace” se da un lato abbatte la morte e, nello stesso tempo, dall’altro dona vita in abbondanza, partecipazione piena nell’amore di Dio. La Parola è punto di partenza, cammino e insegnamento per ogni essere umano al fine di crescere nella somiglianza a Dio, perché creato a sua immagine e somiglianza.

Questo processo di crescita si svolge assumendo la causa del regno di Dio nella forma che Gesù insegna e pratica, e nel verificare la bontà e la corrispondenza del cammino con il percorso delle Beatitudini, da Lui stesso indicate, scoprendo il tesoro di cui dispone e partecipare della sua gioia piena.

Si tratta, allo stesso tempo, del processo di purificazione e di crescita nella somiglianza a Dio. È come entrare in una spirale in continua espansione e approfondimento, che abbraccia il vissuto dell’umanità, la cura del creato e rende partecipi della trascendenza e immanenza che avvolge e trasforma la persona, immergendola nella pienezza di vita senza fine.

In tal modo la “Parola di Dio viva, efficace” svolge la sua missione di spada ben affilata, “a doppio taglio”, che agisce nella parte profonda e insondabile dell’animo umano, giacché “essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito”, giudicando, discernendo e purificando “i sentimenti e i pensieri del cuore”.

Essa non penetra come intrusa, ma per la volontà della persona di accoglierla e confrontarsi con essa, percependola come necessaria e positiva per la vita sua e di tutti e  come partecipazione dell’immanenza/trascendenza dell’amore di Dio che fa, dell'esistenza umana e dell’umanità, l’ambito del divino.

La persona si trova come collocata tra due estremi opposti. Da un lato, “Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”, perché la parola viva ed efficace dell’amore è costitutiva di ogni persona, è il DNA di ogni essere umano. Dall’altro lato la persona può disattendere, rimanere indifferente, svalorizzare e addirittura rigettare la parola viva ed efficace. In altre parole, fare propria la realtà del peccato contro Dio: “Contro te, contro te solo, ho peccato” (Sl 50,6).

Tuttavia, alla Parola di Dio “dobbiamo rendere conto”, perché da essa tutto procede e a essa tutto tende, quale riferimento ed agente di ricapitolazione di tutto e di tutti, anticipo e garanzia della risurrezione alla fine dei tempi.

L’insoddisfazione proveniente dal non sintonizzare in modo adeguato con la Parola suscita l’inquietudine interiore che spinge, e motiva, a trovare una risposta soddisfacente, rivolgendosi a Gesù, come racconta il vangelo odierno.

 

Vangelo (Mc 10,17-30) – testo adattato dal commento di Alberto Maggi

L’evangelista scrive: “mentre Gesù andava per la strada”. Ecco la prima indicazione. La  strada è il luogo della semina infruttuosa, dove il seme è stato gettato per terra ma, subito,  sono venuti gli uccelli. Quindi l’evangelista mette in guardia sul fatto che questo brano sarà all’insegna della semina infruttuosa, la parola non verrà accolta.

Un tale gli corse incontro e si gettò in ginocchio. Finora è corso incontro a Gesù l’indemoniato, cioè una persona posseduta da qualcosa di più forte di lui che lo tiene prigioniero, e si è gettato in ginocchio presso Gesù il lebbroso, cioè la persona impura che si riteneva esclusa da Dio.

Quindi l’evangelista ci sta dicendo che questo tale è più posseduto di un indemoniato e più impuro di un lebbroso. La preoccupazione di questo tale – che è anonimo e quindi è una figura rappresentativa – è: cosa deve fare per ottenere la vita eterna.

Ebbene Gesù gli risponde quasi in maniera seccata, perché lui è venuto ad inaugurare il regno di Dio, una società alternativa, non certo per dare indicazioni per la vita eterna. Comunque Gesù lo rimanda a Dio e ai comandamenti, e qui Gesù elimina i tre che erano esclusivi di Israele, i comandamenti più importanti – gli obblighi nei confronti di Dio – e gli elenca soltanto cinque comandamenti più un precetto, tutti riguardanti il comportamento da tenere verso gli altri “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso…”, e qui Gesù inserisce “non frodare”, che era un precetto e non un comandamento.

Perché Gesù lo mette tra i comandamenti, dandogli lo stesso valore? Per la vita eterna non importa come e ciò in cui si è creduto: è importante il modo in cui si sono amati i fratelli. Il libro del Deuteronomio chiede di non imbrogliare i lavoratori, i dipendenti e, allora, Gesù insinua che alla base di ogni ricchezza c’è sempre la frode e l’imbroglio.

L’individuo afferma di aver fatto tutte queste cose fin dalla giovinezza. Il testo greco usa termini che fanno intravedere che l’individuo si riempie la bocca, fiero e orgoglioso di tutto questo. Allora Gesù lo fissò, lo amò e gli disse: “Uno ti manca”.

Traduco letteralmente il testo: non è “Una cosa sola ti manca”, cioè “hai fatto tanto, metti anche questo”. No. “Uno ti manca”! L’espressione indica: “Ti manca tutto”. Hai avuto tanta osservanza dei comandamenti, delle pratiche religiose, eppure, nonostante ciò, ti hanno reso un individuo angosciato, preoccupato.

Ecco, allora, Gesù, che lo ama, gli chiede di essere felice, facendo felici gli altri. È andato da Gesù per avere di più, per avere un consiglio per la sua vita spirituale e Gesù lo invita a dare di più. E infatti gli dice: “Va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri…”, cioè fai felice per essere felice, “e avrai un tesoro in cielo”, cioè in Dio.

“E vieni! Seguimi!” Non ha portato bene a questo individuo incontrare Gesù. Infatti, a queste parole egli “si fece scuro in volto e se ne andò rattristato”, e l’evangelista conclude: “possedeva infatti molti beni”.

Ecco perché all’inizio l’evangelista ha presentato l’individuo che corre come un indemoniato e si inginocchia come un impuro. Costui credeva di possedere i propri beni, in realtà ne era posseduto; e il possesso di questi beni, l’egoismo che comporta, lo chiudeva alla comunicazione con Dio. La sua condizione è più grave del lebbroso che Gesù ha purificato e più grave, anche, dell’indemoniato che Gesù ha liberato.

Allora Gesù ora si rivolge ai suoi discepoli ed esclude tassativamente che nella sua comunità possa entrare un ricco, perché nella comunità del Regno c’è posto per i signori ma non per i ricchi. Qual è la differenza? Signore è colui che dà, condivide con gli altri; il ricco è colui che ha, e trattiene per sé.

E Gesù, appunto, prosegue spiegando quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. Questa dichiarazione di Gesù crea sconcerto tra i discepoli, contenti che, finalmente, nel loro gruppo entrava un benestante, un ricco che avrebbe potuto provvedere al sostentamento della comunità dei discepoli, che avevano  lasciato tutto per seguire Gesù. Gesù, invece, lascia che se ne vada via.

Dicevano tra di loro: “E chi può essere salvato?”. Non si tratta della salvezza eterna (infatti il termine usato indica sostentare, sopravvivere, sfuggire ad un pericolo, cioè “Come andiamo avanti se tu non vuoi, qui con noi, uno che ha i soldi?”). E Gesù dice che è impossibile agli uomini, ma non a Dio. Gli uomini pensano che la sicurezza stia nell’accumulo; per Gesù la sicurezza, la felicità, stanno nel condividere con gli altri.

E allora reagisce Pietro che, con aria di sfida, dice: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. E qui Gesù gli risponde, elencando una serie di sette impedimenti che, se ostacolano il seguire Gesù e la pienezza della felicità, devono essere eliminati. Per questo afferma: “Non c’è nessuno che abbia abbandonato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo … “; ossia, ad ogni minima rinuncia corrisponde la piena abbondanza, “… cento volte tanto”.

Il numero cento indica la benedizione… “in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà”. È la vita eterna che viene ereditata, e non si ottiene per i propri sforzi ma è un regalo da parte di Dio.

Poi c’è un ultimo versetto, che è importante ma non è compreso nel testo odierno: “Ma tutti anche se primi devono essere ultimi e questi ultimi saranno primi”. Gesù ha incontrato uno che nella società è considerato un primo e lo invita a farsi ultimo, in modo che gli ultimi possano sentirsi primi.

 

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