– da Avvenire del 23 ottobre 2018

 

 

Nel mondo i sopravvissuti alla Shoah che ancora possono far sentire la loro voce sono ormai solo poche centinaia. Tra qualche anno non ci sarà più alcun testimone vivente di uno dei grandi genocidi della storia dell’umanità e di quei passaggi "burocratici" che possono condurre a tanto orrore. La conservazione della memoria e la sua trasmissione a livello popolare sarà più difficile, venendo meno la forza empatica di un racconto narrato mostrando le ferite impresse nella carne e nell’anima. La questione travalica i confini della terribile vicenda che ha interessato il popolo ebraico, e dovrebbe destare preoccupazione. Papa Francesco è entrato nell’argomento durante un incontro all’istituto Augustinianum di Roma, rimarcando quanto è importante «che i giovani conoscano come nasce un populismo», ovvero – ha detto riferendosi ad Adolf Hitler – «promettendo lo sviluppo e seminando odio».

Di fronte al risorgere dei nazionalismi in Italia e in Europa spesso ci si chiede se il Vecchio Continente non stia correndo il rischio di ritrovarsi in un contesto nel quale il potere costituito promuove e autorizza nefandezze di vario tipo ai danni di antiche o nuove minoranze. La risposta non può che essere rassicurante: l’Europa ha tutti gli anticorpi utili a prevenire derive totalitarie o la riproposizione di qualcosa di simile alle leggi razziali, a provvedimenti per limitare le libertà costituzionali, perseguire le persone sulla base delle proprie idee o appartenenze politiche, giustificare fenomeni come la segregazione in nome della razza, la deportazione e altre atrocità. Tuttavia quello che dovremmo chiederci non è se si possa riproporre un finale che la storia ha già mostrato, ma se si scorgono segnali di allarme, fatti, circostanze e approcci culturali in grado di ricreare quell’humus che ha reso possibile la deriva.

Quando il pubblico allo stadio fischia un giocatore di colore si può dire che non è razzismo, ma tifo. Quando dei giovani molestano uno straniero o lo usano come bersaglio, si può rispondere che sono ragazzate. Poi però arrivano trasmissioni televisive che mostrano in modo ossessivo solo i crimini commessi dagli immigrati. Poi i titoli di alcuni giornali si ampliano solo per denunciare le malefatte di determinati gruppi etnici. Col tempo si radica lo storytelling dell’invasione e della sostituzione etnica. "Noi" e "loro", "loro" e "noi", "noi" e gli "altri". Qualcuno incomincia a non volersi sedere in treno a fianco di un nero. La stampa scomoda viene intimidita con minacce di ridimensionamento o campagne di attacco via social network: cioè si scherza, ma nemmeno troppo.

A un certo punto nelle città di provincia si inizia a usare la burocrazia per rendere più difficile a chi non è italiano al cento per cento l’accesso ai servizi sociali o alle mense dei bambini. E poi cosa verrà una volta che ci avremo fatto l’abitudine, che la discriminazione sarà considerata normale e nessuno avrà il coraggio di alzare la voce? Forse è utile ricordare che il welfare "nazionalista" era molto apprezzato dalla maggioranza degli elettori ai tempi del nazionalsocialismo, e che dal riproporsi di questa prospettiva ci si può difendere solo con un sistema di diritti e garanzie universali. O che le firme sui certificati scolastici per dividere i bambini in base alla nazionalità lasciano traumi anche se dopo non si viene deportati.
In un episodio di una serie televisiva di qualche anno fa, "Black Mirror", soldati vengono addestrati per sterminare persone che hanno l’aspetto di pericolosi zombie, definiti per questo "scarafaggi" umani.