Get Adobe Flash player

Categorie Articoli

Archivi del sito

Calendario

novembre: 2018
L M M G V S D
« Ott    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 31,7-9)

L’agire del Signore nei confronti del popolo eletto è motivato dalla seguente considerazione: “perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito”. Il cuore di Dio è pieno di gioia nel rinsaldare la sua paternità e la sua attenzione al popolo, ritenuto come figlio primogenito. È il punto finale del periodo di esilio del popolo per aver disatteso l’alleanza e le sue esigenze.

Ora il popolo ritorna alle condizioni di prima dell’allontanamento da Dio, e dall’esilio in terra straniera, per aver rinnegato l’alleanza, abbandonato il cammino del Signore e seguito altre vie, nonostante il profeta avesse richiamato le autorità e il popolo al rispetto dell’alleanza, alla pratica del diritto e della giustizia paventando, in caso contrario, l’invasione che poi avverrà da parte di Nabucodonosor.

Di conseguenza si apre la via alla deportazione in Babilonia, con grande sconcerto per l’occupazione di Gerusalemme e la distruzione del tempio; infatti, “erano partiti nel pianto”. Nell’esilio molti di loro si sono dispersi, ma è rimasto un “resto d’Israele”, un gruppo di persone che hanno mantenuto viva la loro identità e la loro speranza, memori della tradizione e della promessa del Signore di fedeltà all’alleanza che ha sostenuto, e motivato, l’insistente supplica per il ritorno alla terra promessa.

Dopo un lungo periodo in terra straniera – circa settanta anni – Dio risponde positivamente alla supplica, anche perché il suo Spirito non li aveva abbandonati ma, lasciando il tempio,  profanato dalla loro infedeltà all’alleanza e poi distrutto dall’invasore, è andato con loro in esilio e ha partecipato alle loro stesse sofferenze.

Ebbene, il momento del ritorno non riguarda solo i deportati a Babilonia ma anche i dispersi in altri paesi: “Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra”. Non si tratta soltanto di dispersione geografica, ma anche di smarrimento interiore, ossia l'aver smarrito il cammino. Perciò il Signore, fedele alla promessa, fa sì che il “resto d’Israele”, memore dell’alleanza e della fedeltà di Dio, intraprenda il ritorno in patria.

Con costoro, in virtù della sua azione misericordiosa e rigeneratrice, forma un nuovo popolo rinnovato e trasformato; inclusi “fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in grande folla”. Si riferisce a tutte quelli ritenuti indegni,  perché peccatori o impuri.

Il “resto” diventerà una grande nazione. Il Signore investe di nuovo nel sogno originario,  rinnovando la sua misericordia affinché il popolo, appresa la lezione dell’esilio, sperimenti l’efficacia dell’alleanza nel rispetto delle sue indicazioni ed esigenze: “li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada diritta in cui non inciamperanno”.

Non è difficile immaginare la gioia di Dio, dopo la delusione e l’amarezza dovuto all'allontanamento, nel riprendere con il nuovo popolo il cammino della realizzazione del Regno. L’entusiasmo è anche del “resto”, motivato ad esternarlo secondo l’indicazione del profeta: “Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: ‘Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele’”.

Il Signore fa del nuovo popolo “la prima delle nazioni”, nel senso di farla diventare  riferimento e modello per le altre nazioni affinché, motivate nello stabilire a loro volta l’alleanza, ne assumano il cammino corrispondente. Allora sarà la pace universale e la manifestazione piena della Signoria di Dio sulla creazione.

Pertanto, il “resto” sarà segno di speranza per le nazioni; basterà che esse rivolgano lo sguardo e il cuore alla nuova realtà che sta sorgendo per il dono della fedeltà del Signore alla promessa; in tal modo gli sfiduciati, i disperati, quelli che hanno davanti a sé un futuro tenebroso e senza speranza incontreranno una luce, un nuovo significato e la felicità della loro vita. Allora l’esultanza del Signore sarà grande, per la comunione con Lui e la sincera fraternità delle nazioni.

“Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”. Il contrario della gioia non è la sofferenza ma la tristezza.

Quest’ultima domina quando si perde l’identità in seguito alla deviazione, al rinnegare il cammino nell’Alleanza non attendendo alla pratica del diritto e della giustizia, nell’orizzonte della compassione e della misericordia per il povero e il debole, e nel camminare umilmente con il Signore: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la misericordia, camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi 6,8).

Risorgendo dal profondo dell'animo, la gioia e l’esultanza per aver accolto l’azione misericordiosa del Signore, con il rientro nell’alleanza e nella terra promessa, diventa esperienza di salvezza e motivo di letizia senza fine, se praticata con la stessa misericordia nel gestire la vita sociale nella fraternità, nell'offrire le stesse opportunità e nella comune responsabilità.

Purtroppo non sarà così.

Nonostante le ripetute infedeltà del popolo, il Signore non desisterà dall'essere “padre per Israele”, nel fare di lui “il mio primogenito”. L’invio del Figlio nel mondo, affinché svolga la funzione di sommo sacerdote a favore di tutta l’umanità, sarà l'azione decisiva per raggiungere tale obiettivo. È il tema della seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 5,1-6)

Il testo si riferisce alla figura del sommo sacerdote dell’Antico Testamento, insostituibile e di grande importanza per Israele. Egli è "scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio”. Di questa figura il brano pone l’accento su una caratteristica fondamentale: egli è un uomo e rimane tale, pur nell’esercizio di funzioni, stabilite dalla Legge, che riguardano Dio.

Egli “è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza”. Non gli è richiesta la perfezione della condotta ma la compassione, per percepire gli effetti dell’ignoranza della Legge e l’errore nel compimento di essa, realtà quest’ultima alla quale nemmeno lui può sfuggire.

La comprensione degli sbagli e delle debolezze altrui suscita la “giusta compassione”, ossia la partecipazione alla sofferenza di chi è cosciente del danno personale e sociale che esse comportano, riflesso, anche, della propria esperienza. Il sentimento di compassione, poi, si traduce in azione di misericordia nell’aiutare, con le proprie capacità e mezzi, ad uscire dalla palude, dalle sabbie mobili, in cui si è immersi.

La coscienza della propria condizione di sommo sacerdote lo rende atto allo svolgimento di tale missione: "egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per sé stesso, come fa per il popolo”. Si tratta del sacrificio di espiazione per il quale, nella liturgia, l’aspersione del sangue di animali sacrificati – in sostituzione del sangue dei trasgressori dell’alleanza – perdona i peccati del popolo e i suoi, ottenendo la giustificazione davanti a Dio.

La condizione di sommo sacerdote è attribuita da Dio mediante una chiamata specifica, come fu per Aronne e la sua discendenza. Nessuno può appropriarsi del diritto di costituirsi autonomamente a tale ufficio; infatti, “nessuno attribuisce a sé stesso quest’onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne”. Presiedere la liturgia nel giorno del perdono è proprio, e solo, del sommo sacerdote.

Orbene, con l’invio del Figlio nel mondo, la missione del sommo sacerdote è assunta e reinterpretata da Gesù. Con il sacrificio sulla croce egli unisce nella sua persona, allo stesso tempo, la vittima e il sacerdozio. Non offre il sangue degli animali, ma il proprio; non sacrifica animali ma sé stesso. Non entra nel tabernacolo del tempio, ma svuotandolo – il velo che separava il tabernacolo da tutti si squarcia con il suo sacrificio, segno che tale funzione è finita – entra nel tabernacolo del cielo alla destra del Padre.

L’evento ha effetto retroattivo fino a Adamo e per tutte le generazioni future, fino al “ritorno” del Risorto. Il suo effetto è attualizzato per la fede nella Parola e nei sacramenti (questi ultimi non sono altro che la Parola efficace). Non sarà più ripetuto annualmente, come nell’Antico Testamento, ma nei sacramenti del battesimo, dell’Eucaristia, dell’unzione degli infermi e della riconciliazione, esigendo, per l’efficacia soggettiva, la fede nell’evento per mezzo della Parola.

Agli occhi del Padre e dello Spirito l’evento conferisce a Gesù la condizione di sommo sacerdote. Infatti “Cristo non attribuì a sé stesso la gloria di sommo sacerdote (…)” giacché si consegnò per amore e non per obbedienza all’incarico da compiere, a qualunque costo. Non si attribuisce altra missione che quella di essere fedele all’amore per l’umanità, in sintonia con la volontà del Padre e la dinamica dello Spirito.

La forza e il potere salvifico stanno, appunto, nell’amore. La sua qualità fa sì che il corpo martirizzato sia generato a nuova vita con la risurrezione.

“(…) ma colui che gli disse: ‘Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato’”. L’essere generato non si riferisce all’incarnazione ma alla risurrezione: essa è la nuova vita nella quale l’umanità è, oggettivamente e continuamente, rigenerata. L’“oggi” consacra la permanente azione di Dio nella storia fino alla venuta del Risorto, quando consegnerà il regno al Padre affinché Dio sia “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Gesù Cristo è prefigurato nella singolare persona di Melchìsedek, sacerdote e re della pace che, presentandosi ad Abramo, lo benedice in nome di Dio: “Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek”. È un personaggio senza padre né madre, senza discendenza, non ha inizio né fine, né apparirà più nella bibbia. Questo misterioso personaggio è unicamente ed esclusivamente rapportato a Dio altissimo.

L’unica e singolare figura di Gesù percepisce la fede del cieco mendicante, nonostante gli ostacoli posti dalla gente, come racconta il vangelo.

 

Vangelo (Mc 10, 46-52) adattamento dal commento di Alberto Maggi

Quando leggiamo i vangeli dobbiamo sempre tener presente cosa sono. Gli evangelisti non intendono tanto trasmetterci dei fatti, ma delle verità; la loro non è una cronaca, ma una teologia. Quindi il racconto non riguarda la storia, ma la fede.

Questo è il motivo per cui i vangeli sono sempre attuali per la vita del credente e delle comunità. Ma se si vuole ricostruire, dai vangeli, il fatto storico veramente avvenuto, questo è pressoché impossibile. Ad esempio, nel brano del vangelo di Marco che oggi commentiamo, cap. 10, versetti 46-52, l’evangelista ci racconta che Gesù guarisce un cieco.

Ma nello stesso identico episodio, nel vangelo di Matteo, i ciechi sono due. Allora se vogliamo sapere storicamente quanti fossero questi ciechi, erano due come ci scrive Matteo o uno come ci scrive Marco? Non lo possiamo sapere, ma la verità che ci trasmettono sia Matteo che Marco è identica. Vediamola.

Marco scrive: Giunsero a Gerico. È l’ultima città prima di iniziare la salita a Gerusalemme,  dove Gesù sarà assassinato. E mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, c’è una presentazione alquanto bizzarra di un individuo.

Marco scrive: il figlio di Timèo, Bartimèo. Bartimeo non è il nome del figlio di Timeo in quanto, in lingua aramaica, significa “figlio di Timeo”. Quindi l’evangelista per due volte ripete “figlio di Timeo”.

Perché questa ripetizione? Gesù nella sinagoga di Nazareth aveva detto che nessun profeta è accetto in patria, ma è disonorato, disprezzato. Timèo significa “onore”; infatti “figlio”, nella cultura ebraica, non indicava tanto colui che nasce dal padre, quanto colui che gli assomiglia nel comportamento. Allora figlio di Timèo è l’onorato, colui che ambisce ad essere apprezzato dalla gente, mentre Gesù è disprezzato.

Il fatto che l’evangelista lo ripeta due volte indica che anche lui, come Matteo, nella figura del cieco intende raffigurare – simbolicamente s’intende – i due discepoli, Giacomo e Giovanni che, accecati dalla loro ambizione e dalla loro vanità (Gesù aveva detto in precedenza: Avete occhi e non vedete) avevano chiesto a Gesù i posti più importanti.

Pertanto, questo cieco è immagine dei due discepoli. Sedeva lungo la strada. “Lungo la strada” richiama la parabola del seminatore e il seme gettato lungo la strada è quello che non arriva ad attecchire. Perché, commenterà poi Gesù, arriva il satana, che è immagine del potere, e subito lo toglie. Quindi, chi ha desiderio di supremazia, di ambizione per superare gli altri, è refrattario al messaggio di Gesù. Ascolta le sue parole, ma queste non arrivano nel suo cuore.

Come Giacomo e Giovanni, che hanno ascoltato l’annunzio della passione di Gesù e, poi,  gli vanno a chiedere invece i posti più importanti.

Bartimèo, sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare, come in questo vangelo grida il posseduto nella sinagoga, e a dire (ecco il motivo della cecità): “Figlio di Davide”.

Per lui Gesù è il Figlio di Davide. Abbiamo detto che “figlio” significa colui che assomiglia al padre. Ebbene l’attesa popolare del messia era che fosse il figlio di Davide, cioè si comportasse come il re Davide, il grande re che, attraverso un bagno di sangue e  attraverso la violenza, conquistò il potere e riunì le 12 tribù.

Questa è l’attesa del popolo e l’attesa purtroppo anche dei discepoli. Loro non seguono il figlio di Dio, ma il figlio di Davide, ed è questo il motivo per cui sono ciechi.

“Abbi pietà di me”, cioè vieni in soccorso alla nostra situazione di sottomissione ai romani. “Molti li rimproveravano”, esattamente come posseduti dagli spiriti impuri, e sono coloro che collaborano con Gesù. Intanto egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide”. Ecco il motivo della sua cecità, lui non segue il figlio di Dio, ma il figlio di Davide.

Gesù si ferma, ma non si avvicina al cieco; deve essere il cieco ad avvicinarsi a Gesù e seguirlo nella sua strada. E, per ben tre volte, appare il verbo “chiamare”. “Chiamare” significa che questo cieco, esattamente come Giacomo, Giovanni e gli altri discepoli, sono lontani da Gesù, lo accompagnano ma non lo seguono.

“Chiamatelo”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”. E inizia la conversione dei discepoli raffigurata nelle azioni del cieco. Egli, gettato via il suo mantello (il mantello indica la persona e gettare via il mantello indica la conversione, la rottura con l’ideologia che lo aveva animato) balza in piedi e viene da Gesù.

Come ho già scritto, non è Gesù che va verso il cieco ma è il cieco che deve andare verso Gesù, e lo deve seguire nel suo itinerario verso Gerusalemme. Allora Gesù gli disse … E qui l’evangelista riporta la stessa domanda che Gesù ha fatto a Giacomo e Giovanni  (quindi si vede chiaramente la relazione tra i due episodi): “Che cosa vuoi che io faccia per te?” A Giacomo e Giovanni Gesù aveva chiesto: che cosa volete che io faccia per voi?

E il cieco gli rispose: “Rabbunì”. Non lo chiama più figlio di Davide, ma gli si rivolge con un termine rispettoso con il quale ci si rivolgeva a Dio – Rabbunì – che è differente da Rabbi. Rabbi, maestro, veniva adoperato per le persone, Rabbunì soltanto per Dio.

Ecco che il cieco comincia a vedere. Capisce che Gesù non è il figlio di Davide, ma il figlio di Dio. “Che io veda di nuovo!”. Quindi non era nato cieco, c’era un periodo in cui vedeva ma è stata l’ideologia che lo ha accecato. Allora chiede di tornare a vedere.

Gesù non compie nessun gesto, nessuna azione nei confronti del cieco. Gesù gli dice: “Va’ la tua fede ti ha salvato”. Riconoscere in Gesù il figlio di Dio, anziché il figlio di Davide, è quello che salva l’individuo. E subito vide di nuovo: quindi è tornato a vedere, e lo seguiva nella strada mettendosi di nuovo al seguito di Gesù, come Gesù aveva invitato a fare ai suoi discepoli.

La strada è quella verso Gerusalemme, dove Gesù incontrerà la sua passione e la sua morte.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento