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NELL'INTENZIONE DIVINA NON VI E' BIANCO, NERO, GIALLO, RESIDENTE O MIGRATO,

CITTADINO O STRANIERO, CON PASSAPORTO O SENZA,

MA SOLO "ADAM", CIOE' IL "GENERE UMANO"

di Paolo Farinella, prete

Narra un midràsh ebraico, ripreso anche da un apocrifo, che dopo aver creato la terra, prima di creare l’uomo, al crepuscolo del quinto giorno della creazione, Dio incaricò l’arcangelo Michele di raggiungere i quattro angoli della terra a nord, a sud, ad est e a ovest, e di portargli un pizzico di polvere da ogni angolo, con cui avrebbe creato Àdam, simbolo di tutta l’umanità.

Non esiste, dunque, angolo della terra, che non sia sotto il segno di Dio. Egli, infatti, ricevuta la polvere dei quattro punti cardinali, impastò, diede forma, animò e infine «ecco l’uomo» che nell’intenzione divina non è bianco, nero, giallo, residente o migrato, cittadino o straniero, con passaporto o senza, ma è solo «Àdam», cioè il «genere umano».

Ogni individuo per definizione, per scienza e per rivelazione, porta in sé tutta l’umanità e tutta l’umanità è contenuta in ogni persona, uomo o donna, di qualunque paese, nazione, cultura e lingua (cf Ap 7,9); ogni individuo, infatti, ha solo una caratteristica: è «immagine eterna di Dio». Nessuno la può violare senza compiere un sacrilegio.

La memoria di Tutti i Santi è la solennità dell’universalità ecclesiale e della fede, la Chiesa dà forza teologica a questa realtà, celebrando la festa di «tutti i Santi e di tutte le Sante del cielo e della terra», senza differenze, come dice la 1a lettura tratta dall’Apocalisse: «Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9).

Com’è bella questa prospettiva! Nessuno è straniero, ma tutti siamo cittadini; nessuno è «extra-comunitario», ma tutti siamo figli di un solo Padre e quindi figli in una sola famiglia; nessuno è di un’altra razza (insulto alla scienza e alla ragione!), ma tutti siamo cittadini del mondo; nessuno è superiore perché tutti siamo figli del «Padre», del dolore, della gioia e della speranza.

Prendiamo atto di appartenere alla «Chiesa Cattolica», cioè «universale» per sua natura, ma anche per mandato del Signore.
Oggi è il giorno dell’universalità per eccellenza, per cui questa celebrazione porta a compimento pieno quanto ci aveva anticipato la liturgia nella domenica 30a del tempo ordinario -A-, con la messa in guardia di non maltrattare lo straniero (cf Es 22,20-26), perché tutti gli stranieri sono, come noi, figli sotto la protezione di Dio.

La fede cristiana espressa nella liturgia odierna è incompatibile con chi nutre sentimenti razzisti, antisemiti e anti-immigrati. Chi si dice credente e ancora vota partiti che hanno fatto o fanno del razzismo e della demonizzazione dello straniero la loro bandiera, non può celebrare l’Eucaristia perché radicale è l’incompatibilità, senza possibilità di mediazione.

Oggi il richiamo alla «santità» non fa riferimento a un «modello eroico» di vita, ma alla condizione ordinaria della vita cristiana che non può non essere «santa», se non altro per il principio di causa/effetto: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; 11,45; 20,7.26).

È la coerenza all’interno di una relazione che si fonda sulla coscienza di vivere in ogni condizione di esistenza, indipendentemente dai condizionamenti di qualunque genere, un rapporto privilegiato di Dio che si manifesta nella vita di ciascuno. Un padre, una madre, un educatore sono credibili solo se quello che pretendono dai figli, essi lo vivono prima di chiederlo, altrimenti c’è scollamento e perdita di autorità.

Nessuno è chiuso all’azione di Dio, ma tutti siamo chiamati a rendere visibile il volto di Dio e credibile attraverso la nostra credibilità. In questa prospettiva, alle coppie che felicemente convivono, sposati in chiesa, in comune o solo conviventi; ai separati, ai divorziati e ai gay, oggi giunge un messaggio chiaro e forte: restate perché l’Eucaristia è il vostro posto e voi siete il «luogo» dove Dio risiede.

Nessuno, infatti, è estraneo a Dio e nessuno può essere privato dell’Eucaristia che è «il pane del cielo [dato] per la loro fame» (Ne 9,15; cf Gv 6,51) come nutrimento per portare insieme i pesi e compiere ogni legge: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

Ai razzisti, agli xenofobi, invece, occorre dire: andate perché non potete celebrare l’Eucaristia, che è il sacramento della fraternità universale e la mensa su cui il Padre nutre i suoi figli, specialmente coloro che hanno coscienza di non esserne degni: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Pr 9,5) e più esplicitamente: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Lc 5,31).

Non c’è Eucaristia senza coerenza del cuore e dell’anima con i nostri pensieri e i nostri sentimenti.

Chi nutre pensieri razzisti o considera i migranti come esseri inferiori e, mentendo, li ritiene colpevoli di ogni nefandezza, commette un grave peccato contro la stessa persona di Dio.

Davanti a Dio che è «Padre nostro» possiamo stare solo a condizione di riconoscere e accettare gli altri, tutti, come nostri uguali con gli stessi diritti e gli stessi doveri, consapevoli che essere cristiani significhi riconoscere che Gesù è un Giudeo, un emigrante, un perseguitato, un ricercato dalla polizia di Stato, un morto ammazzato con l’accusa di essere un sobillatore.

Facciamo festa oggi perché è la festa di tutti battezzati nella santità di Dio che ci genera suoi figli e figlie per portare nel mondo la rivoluzione cristiana: annunciare che un nuovo mondo sorge dalle macerie del vecchio, un mondo fatto di uomini e donne nuovi che annunciano un’èra di pace universale, senza divisioni, senza distinzioni, senza nazioni, perché il mondo intero è radunato sul monte del Signore, rappresentato da questo altare sul quale insieme spezziamo il pane e distribuiamo il calice per tutte le genti.

Oggi, festa di tutti i Santi e di tutte le Sante del cielo e della terra, ascoltiamo l’invito ad essere non piccoli come gli uomini, ma grandi, immensi e sconfinati come Dio stesso, che ha il cuore spalancato sul volto di ogni uomo e di ogni donna.

Nel Nome di Yhwh, il Santo d’Israele (Sal 71/70,22; 89/88, 19, ecc; Is 1,4; 5,19, ecc.), viene a noi Gesù di Nàzaret, il Messia, il Santo di Dio che nel momento della sua morte lascia in eredità la stessa santità di Dio, lo Spirito Santo, cosicché la vita trinitaria diventa il fondamento della santità della chiesa in ogni tempo e luogo.

Entriamo dunque nella beatitudine dell’Eucaristia, il Santo dei Santi per eccellenza, dove possiamo vedere il volto di Dio come egli è, fragile come un pane e povero come la parola, ma possiamo anche comunicare con lui e in lui con tutti gli uomini e le donne di buona volontà che costruiscono un mondo nuovo proiettato verso l’unità e l’universalità senza limiti.

Facciamo nostro l’invito dell’antifona d’ingresso: «Rallegriamoci tutti nel Signore in questa solennità di tutti i Santi: con noi gioiscono gli angeli e lodano il Figlio di Dio»

 

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