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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 6,2-6)

Il brano fa riferimento all'intervento e alle raccomandazioni di Mosè al popolo nell'imminenza dell'entrata nella terra promessa, dopo la liberazione dalla schiavitù d'Egitto e la traversata nel deserto. Si sta compiendo la promessa del Signore di introdurre il popolo in una terra di “latte e miele”, metafora usata per indicare una condizione di benessere, armonia e pace.

La nuova condizione di persone libere dalla schiavitù, rigenerate nella dignità di popolo eletto dal Signore, deve essere non solo mantenuta, ma sviluppata con le indicazioni che Mosè trasmette :”Questi sono i comandi, le leggi e le norme che il Signore, vostro Dio, ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nella terra in cui state entrando per prenderne possesso”.

La motivazione è: “perché tu tema il Signore tuo Dio”, coinvolga tuo figlio, la discendenza,  e si prolunghino i tuoi giorni. In altri testi si afferma che il timore di Dio è il principio della sapienza; essa consiste nell'accogliere, con intelligenza e opportuna disposizione, la conoscenza delle azioni del Signore lungo la storia, e farne un tesoro irrinunciabile.

Di conseguenza, la fiducia nel Signore, e nel suo agire nel presente, motiva la volontà di assumere il senso ultimo e profondo della legge e dei comandamenti, con quel rispetto, quella dedicazione reverenziale e quella gratitudine che costituiscono l'essenza del timore.

Il timore non corrisponde, in prima istanza, con qualsiasi forma di paura, di castigo o di rimprovero. Certamente il Signore non resterà indifferente alla trasgressione, all'indifferenza, alla superficialità rispetto ad essa, ma non è rapportabile con il senso ultimo del timore richiesto.

Il corretto timore, tradotto nella pratica, farà sì che il popolo d'Israele, e ogni membro, “sia felice e diventiate molto numerosi – segno di benedizione – nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei vostri padri, ti ha detto”. Verrà formata, in sostanza, una società di persone libere, che coltivano la libertà nella pratica del diritto e della giustizia, l'opposto di quello che era stata la condizione vissuta in Egitto.

La fedeltà all'obiettivo richiede un atteggiamento di fondo sostenuto e motivato dall'esortazione che, fra l'altro, costituisce l'asse del credo d'Israele. Sono parole molto impegnative, che il buon Israelita recita tre volte al giorno: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le tue forze”.

Ascoltare è molto più che udire, o percepire una semplice informazione.

È coinvolgersi pienamente, con tutte le facoltà e con determinazione, nel contenuto trasmesso affinché diventi un rifermento imprescindibile della propria vita, delle scelte e delle azioni in ogni momento e circostanza.

Il contenuto, normalmente, non si esaurisce nel trasmettere la volontà del Signore, ma innesca una dinamica, un processo sul modo di affrontare e rispondere fedelmente all'alleanza, con l'audacia, il coraggio e la creatività suscitata dall'ascolto. È quello che configura “l'amore al Signore , tuo Dio”, il contro-dono al dono (la risposta di amore) del suo amore, alla sua presenza e azione di salvezza per ogni credente e per l'intero popolo.

Un'ultima esortazione : “Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuore”. Nella cultura del tempo il cuore non è la sede del sentimento, dell'emozione e dell'affetto, come lo è per noi oggi, ma il luogo del pensiero, dell'elaborazione delle idee e dell'azione. Quindi l'esortazione è data per non perdere, né deviare, dai riferimenti imprescindibili della pratica del diritto e della giustizia, da applicare audacemente, con coraggio e creatività, nelle circostanze personali e sociali che si presenteranno, affinché sia manifesta, nell'agire e nella pratica, l'azione della sovranità di Dio.

Tuttavia, il comportamento sarà ben diverso. Gesù, entrando nel mondo, darà le coordinate corrette, come rileva la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 7,23-28)

L'autore, un ebreo (o comunità) convertito, scrive ai connazionali riguardo all'evento Gesù Cristo con riferimento alla figura del Sommo sacerdote, persona centrale e garante del culto religioso d'Israele in rapporto all'alleanza.

Ebbene l'autore afferma che Gesù “è diventato garante di un'alleanza migliore”, non solo perché, con la risurrezione, non è più soggetto alla morte ma “perché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta”.

In virtù di questa singolare condizione, “può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore”. Lo può fare per il ruolo di rappresentante dell'umanità peccatrice presso il Padre, assunto con la sua venuta nel mondo.

Come uomo fra gli uomini sperimenta tutto il potere e la forza distruttrice e di morte del peccato nel rigetto violento ed estremo nei suoi confronti, proponendosi come Figlio dell'uomo – Messia – per chiamare alla conversione la persona e il popolo, in ordine all'avvento del regno di Dio nel presente, anticipo e garanzia dell'evento escatologico ultimo e definitivo alla fine dei tempi.

Pur non avendo peccato assume quello dell'umanità divenendo simile a un peccatore davanti al Padre. In quanto rappresentante, con la sua resistenza al peccato fino all'estremo sacrificio, svuota il potere di esso e, nella sua persona umana, sconfigge la morte. In Lui, la sconfitta della morte da un lato e, dall'altro, l'amore che motiva la sua consegna, rivelano la forza della risurrezione, il trionfo della vita sulla morte e la vita eterna che assume e include la sua umanità.

“Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva”. E l'autore specifica che, a differenza dei sommi sacerdoti, Gesù offre se stesso, una volta per sempre, per i peccati del popolo. Diviene, una volta per tutte, sacerdote e vittima allo stesso tempo.

Quel che opera il rappresentante si trasmette al rappresentato, a condizione che quest'ultimo ponga la sua fiducia in tale opera. Pertanto Gesù è costituito mediatore della Nuova Alleanza, in virtù della forza dell'amore nello Spirito Santo, che rinsalda la comunione con il Padre interrotta dal peccato.

Di conseguenza il credente coinvolto nel dono della mediazione si percepisce giustificato –  giusto – davanti al Padre e rigenerato, rinato a nuova vita. La risposta corretta consiste nel  fare proprio il timore reverenziale che conduce alla conversione, e nell'assumere una nuova rotta di vita gradita al Signore, manifestando l'avvento della sua sovranità.

In tal modo si entra in sintonia con la percezione dello scriba esposta nel vangelo odierno.

 

Vangelo (Mc 12,28b-34) – adattamento del testo di Alberto Maggi

“Allora si avvicinò a lui uno degli scribi" che li aveva uditi discutere con i sadducei, ai quali ha inflitto la sconfitta. Essendo questi ultimi rivali degli scribi, questo si avvicina con atteggiamento positivo. E, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”.

Può sembrare strana questa domanda, anche perché lo scriba doveva ben conoscere la risposta. Il decalogo era composto di dieci comandamenti, ma poi i rabbini e i farisei avevano estrapolato da tutta la legge ben 613 comandamenti da osservare.

Qual è il primo di tutti i comandamenti? La risposta si sapeva. Il primo comandamento, cioè il più importante, è quello che anche Dio osserva: il riposo del sabato. Per cui l'osservanza di questo unico comandamento equivaleva all'osservanza di tutta la legge. La trasgressione anche solo di questo comandamento era assimilato alla trasgressione di tutta la legge, e per questo motivo era prevista la pena di morte.

La domanda che lo scriba fa a Gesù, che ha sempre ignorato questo comandamento, e ha curato e guarito anche nel giorno di sabato è, quindi, in qualche maniera scontata. La risposta di Gesù è sconcertante per l'atteggiamento disinvolto che Egli ha nei confronti dei comandamenti, ovvero il decalogo.

Gli è stato chiesto qual è il primo dei comandamenti e rispondendo lo ignora. Questo perché Lui è venuto a proporre una nuova alleanza e non gli interessa la vecchia, quella imposta da Mosè al popolo di Israele.

Gesù, nel proporre la nuova alleanza, si rifà a quello che è il Credo d'Israele (la preghiera contenuta nel libro del Deuteronomio) che, al mattino e alla sera, il giudeo recitava. “Ascolta Israele, il Signore Dio nostro è l'unico Signore. Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima”, esprimendo il concetto che l'amore verso Dio è assoluto.

Ma, per essere autentico, questo amore verso Dio deve poi tradursi in amore verso il prossimo; e quindi Gesù, inaspettatamente, unisce un altro comandamento prendendo un precetto dal libro del Levitico: “E il secondo è questo: amerai il prossimo tuo come te stesso”. Perché l'amore verso Dio sia autentico deve, poi, tradursi in amore verso il prossimo.

E Gesù conclude dicendo: “Non c'è altro comandamento più importante di questi”. E il decalogo? Per Gesù non sembra avere questa importanza. L'insegnamento è valido per i giudei, non per la comunità cristiana alla quale viene insegnato un amore a Dio che è totale, e un amore al prossimo che è relativo.

Poi Gesù specificherà ai suoi, con l'insegnamento, che non è più l'uomo che deve dare a Dio questo amore totale, ma è Dio che si dà all'uomo. Il Dio rivelato da Gesù non assorbe le forze e le energie degli uomini, ma comunica a loro le sue. È il comandamento dell'amore: “Amatevi l'un l'altro come io ho amato voi” (Gv 15,12).

Allora lo scriba disse: “Hai detto bene, Maestro”. Stranamente lo scriba, quando si era  rivolto a Gesù, non lo aveva chiamato Maestro, ma lo chiama così solo in questo momento, perché adesso si riconosce nel suo insegnamento. Quindi è uno scriba di grande apertura: “E secondo verità che Dio è unico e non vi è altri all'infuori di lui. Amarlo con tutto il cuore, con tutta le mente e la forza, e amare il prossimo come se stessi (ecco l'apertura dello scriba) val più di tutti gli olocausti e i sacrifici”.

Quindi questo scriba ha compreso quello che già il Signore aveva annunciato attraverso i profeti e nel libro di Osea: “voglio amore non sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti”. Il Signore vuole l'amore: non tanto verso sé, ma verso gli altri; al contrario. i sacrifici sono rivolti al solo Signore.

Quindi lo scriba arriva a comprendere tutto questo. E allora Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. È un invito che Gesù rivolge quando vede che lo scriba, un uomo della legge, comprende che l'amore è la cosa più importante; più importante del culto, dei riti e dei sacrifici. In sostanza ritiene che possa essere una persona adatta, e disposta, ad accogliere la novità del regno di Dio e, quindi,  implicitamente Gesù gli fa comprendere: “Non sei lontano dal regno di Dio”.

Ma per entrare nel regno di Dio ci vuole la conversione. Gesù aveva detto: “Il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” e, pertanto, lo sta invitando a far parte di questa nuova realtà.

Ma non c'è nessuna reazione da parte dello scriba e non accoglie l'invito a far parte del regno. La sua era soltanto una domanda teorica, un'opinione scolastica, teologica. Rimane all'interno della sua tradizione, senza alcun desiderio di novità. In altre parole, la sua era soltanto una curiosità intellettuale, nulla che riguardasse il cuore o la vita.

Per lo scriba Gesù è un esperto da consultare per un problema tecnico, non una guida da seguire.

Di qui la conclusione: “nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo”.

 

 

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