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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dn 12,1-3)

Il testo indica alcuni aspetti del momento in cui la storia dell’umanità, e la creazione stessa, arriveranno al momento finale, alla meta. Dato che Dio è trascendente e inaccessibile nella sua realtà, Egli si manifesterà, secondo la tradizione dell'Antico Testamento, come angelo (messaggero) nella figura di Michele, “il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo”.

Ebbene, tale evento “Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo”, ossia di ansia, di intensa inquietudine, di uno stato di malessere determinato dalla percezione non razionalizzata del pericolo. Avverrà l’ultimo e definitivo intervento di Dio sull’opera delle sue mani e porterà a compimento la sua volontà, il suo progetto sulla creazione. Tutti saranno coinvolti; lo saranno anche la natura e il creato, come se tutto dovesse essere sottoposto a un mutamento radicale.

Evidentemente, nella prospettiva che ciò accada, è vivo lo stato di preoccupazione, sconcerto e paura nelle persone, ancor più per la sua eventuale prossimità. È un’angoscia intensa che, solo a pensare ciò che accadrà, lascia sgomenti e ingenera un malessere molto grande.

Tuttavia, “In quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro”. Questi ultimi sono coloro che hanno adempiuto fedelmente alla Legge. Ma chi riterrà di averla compiuta adeguatamente? Ecco, allora, l’impegno nella vita giornaliera di moltiplicare i precetti e la loro meticolosa osservanza per ottenere meriti al fine di essere iscritti nel libro.

In quel tempo, “molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna per l’infamia eterna”. Nell’insieme di questi riferimenti si percepisce l’evento della risurrezione, alla fine dei tempi. È doveroso precisare che nell’Antico Testamento, pur trovando chiari riferimenti alla risurrezione, essa ha assume un profilo ben diverso da quella che si realizzerà nella persona di Cristo e, conseguentemente, in noi. Accade, a volte, di dover usare la stessa parola pur indicando realtà ben diverse, come in questo caso, e con scarsa relazione fra di loro.

Nell’Antico Testamento l’argomento sulla risurrezione era finalizzato a dissuadere chi avesse voluto volesse ignorare, o non interessarsi, all'osservanza della Legge, motivando tale comportamento con il ritenere che, con la morte, essa non avrà nessuna rilevanza o potere. Ma non sarebbe stato così!

In quel tempo”, alla fine della storia, anche se morti, risorgeranno per essere giudicati secondo la Legge. Pertanto in nessun modo potranno fuggire dalle conseguenze di aver compiuto o meno i precetti e i suoi comandamenti. La Legge li raggiungerà anche dopo la morte e nessuna persona sfuggirà dal suo giudizio.

Invece la resurrezione di Cristo già è trasmessa, e ne è partecipe chi per la fede confida nel dono del perdono dei peccati, nel ristabilimento dell’Alleanza e nell’immersione nella vita eterna, come effetti della Sua morte.

Da qui origina la pratica dell’amore, la stessa per la quale è stata rivelata la dinamica dell’amarsi gli uni con gli altri, come Lui ha amato e continua ad amare. In tal modo, oltre a essere iscritti nel libro, la pratica dell’amore è caparra e motivo di speranza che, “in quel tempo”, parteciperemo pienamente del mistero divino contenuto in essa.

I saggi praticano la legge. Fanno di essa il perno della vita, non per obbligo né per paura, ma per convinzione, per la gratitudine amorosa di aver incontrato in essa il senso profondo e la soddisfazione di una crescita personale. Pertanto “risplenderanno come lo splendore del firmamento (…) come le stelle per sempre”.

Il loro risplendere, espressione della loro compiutezza e personalità, già è presente e si manifesta nella serenità e convinzione del loro cammino, in modo da indurre “molti nella giustizia”, ossia nella pratica corretta della Legge.

Pertanto, i saggi, per aver insegnato a molti, sia verbalmente (spiegando, argomentando e motivando), sia testimoniando il compimento della finalità della Legge e perseguendo la meta che offre a tutti (la scoperta della bellezza del regno di Dio nei rapporti umani) risplenderanno per sempre, per partecipare della gloria senza fine.

Comprendere lo spirito della Legge, e protendere al fine che propone, è partecipare del mistero dell’amore che Dio ha disposto per tutti gli uomini. La Legge fu data sul monte Sinai, dopo aver liberato il popolo dalla schiavitù d’Egitto, e fu stabilita come cammino per mantenere e approfondire la libertà, in modo da non fare della terra promessa un nuovo Egitto.

Dio ha donato la libertà per amare. È nell’esercizio dell’amore che è reinterpretata creativamente la legge, compiendo in tal modo la giustizia e stabilendo il diritto. Ciò costituisce lo splendore dei seguaci e la perenne validità della legge.

Lo splendore sarà ulteriormente potenziato, e portato alla massima espressione, “In quel tempo”, quando, cioè, con piena conoscenza ed esperienza degli effetti della morte e risurrezione di Cristo, i saggi avranno completa coscienza del mistero di Dio in cui sono stati immersi, per la fede nella causa del regno.

In quel tempo” Dio interverrà in modo ultimo e definitivo su tutto e su tutti. Il discorso su questo evento futuro costituisce l’escatologia, termine proprio della teologia.

Evidentemente, in occasione della fine dell’anno liturgico (che intende abbracciare l’azione di Dio dal principio della creazione fino alla fine) è il tema appropriato e dovuto.

La seconda lettura si comprende nello stesso orizzonte, nel quale Cristo già è partecipe.

 

2a lettura (Eb 10,11-14.18)

Il brano mette in rilievo le sostanziali differenze tra il sacerdozio esercitato in Israele e quello, totalmente nuovo, inaugurato da Cristo con la sua morte e risurrezione. Il primo è celebrato giornalmente per “offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati”.

Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati”, esercita il sacerdozio offendo se stesso, come vittima sulla croce e rappresentante dell’umanità peccatrice; quella che rifiuta radicalmente e violentemente il Dio che Gesù vuole testimoniare con l’avvento del regno già nel presente. Nel rifiuto tutta la forza e il potere del peccato si riversa su di lui.

Sottoposto a ogni tipo di rifiuto e alla violenza estrema, fino alla massima umiliazione della croce, non si piega né cambia discorso e rotta, ma mantiene salda la fiducia nella promessa del Padre riguardo al regno di Dio. Piegarsi avrebbe comportato tolleranza, compromesso, dare spazio al peccato. Con la “tolleranza zero”, fino alla morte, rende vana la forza e il potere del peccato, in virtù dell’immenso amore per ogni persona e per l’umanità che rappresenta nell’orizzonte della causa del regno.

In tal modo ottiene, a nostro favore, il perdono dei peccati per tutti gli uomini di tutti i tempi. Il Padre, guardando il Figlio sulla croce, oggettivamente vede l’umanità purificata, rigenerata, trasformata e giustificata dal peccato che l’ha allontanata da Lui.

Egli ha agito a nostro favore perché rappresentante dell’umanità. “Per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo” recita il Credo. La salvezza è donata gratuitamente a ogni persona che, per la fede, l'accoglie. È l’atto di fede che oltrepassa la logica, la comune pratica e l’attesa soggettiva; “Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati”

Alla base sta la percezione di quello che san Paolo manifesta espressamente riguardo a Cristo, che “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Il “per” significa, appunto, “a mio favore”; quello che ha ottenuto “per me”, precisamente l’essere giusto e santo.

Pertanto, non è per faccia tosta o mancanza di rispetto il presentarsi davanti a Dio come giusto, se ciò sgorga dall'intimo sincero, profondamente rinnovato e trasformato, che crede nell’effetto di quello che il Figlio ha fatto a suo favore, in sintonia con la volontà del Padre.

Il favore è ripetutamente attualizzato (a causa della debolezza per la tenace sfiducia mai completamente vinta) per l’azione dello Spirito Santo nella Messa e negli altri sacramenti. L’insistenza dello Spirito del Risorto nell’offrire instancabilmente il favore, accolto con cuore aperto e sincero, porterà alla determinazione di rispondere ad esso per acquisire l’insensibilità al peccato: “consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Gesù Cristo” (Rm 6,11), pur nelle tentazioni dalle quali sembra impossibile uscire indenni. È la vittoria sul peccato. Alla santificazione dell’essere (conversione e trasformazione dell’intimo ) corrisponde quella di un adeguato comportamento nella carità.

Compiuta la missione, Cristo “si è assiso per sempre alla destra di Dio”. In virtù di essa il Padre “Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù” (Ef 2,6). La redenzione e la giustificazione hanno posto le condizioni affinché il peccato sia costantemente vinto in chi crede in Gesù Cristo. La percezione della vittoria permette di sentirsi già partecipi in questa terra, nel cammino giornaliero, della vita eterna, della gloria di Dio, con la determinazione di non desistere nella lotta conto la tentazione e la seduzione del peccato.

Questi ultimi accompagnano tutta la vita e in diversi momenti o circostanze (la zizzania e il grano crescono inseparabili nell’avvento del regno), ma non sono invincibili. La loro sorte è segnata dall’evento ultimo e definitivo, che costituisce il contenuto della speranza e dell’attesa: “aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi”, con il “ritorno” del Risorto,  e quindi Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

All’evento finale si riferisce il vangelo di questa domenica.

 

Vangelo (Mc 13,24-32) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

È una pagina di grande incoraggiamento per la comunità cristiana quella che Marco ci presenta in questa domenica ed è un testo molto difficile. E colui che legge cerchi di capire bene, cioè l’interprete del testo alla comunità cerchi di fare attenzione.

Vediamo cosa ci dice l’evangelista. In quei giorni, sono i giorni che seguono la distruzione del tempio di Gerusalemme; quindi, dopo quella tribolazione (qui adopera il linguaggio tipico dei profeti, che aveva compreso nella cultura del tempo), Gesù dice: “Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce”.

Sole e luna erano adorati come divinità dai popoli pagani; quindi Gesù sta annunciando che, grazie alla diffusione della notizia del messaggio del Suo messaggio, le false divinità perderanno il loro splendore. Quello che si credeva vero si dimostra falso, quello che veniva contrabbandato per sacro si dimostra impuro.

Questo grazie all’annunzio della buona notizia di Gesù. “Quindi il sole si oscura, la luna non darà più la sua luce. Le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”. Quei poteri che proprio sulla divinità basavano la loro forza e il loro prestigio, uno dopo l’altro cominceranno a cadere. Era tipico della cultura dell’epoca per principi, re e imperatori, il considerarsi di condizione divina. E nel linguaggio biblico erano chiamati “stelle”.

Quindi, tutti coloro che detengono un potere basato su queste divinità, che il vangelo dimostrerà false, uno dopo l’altro cadranno. È un annunzio bellissimo, di grande incoraggiamento, quello che Gesù sta dando. È l’annunzio della caduta di tutti quei poteri che si oppongono alla venuta del regno di Dio.

Tutti quei poteri che sfruttano l’uomo, tutti quelli che sottomettono l’uomo, specialmente se lo fanno in nome di Dio, uno dopo l’altro cadranno. Questa che Gesù annunzia è una catastrofe che non minaccia il mondo, ma minaccia il cielo, il cielo dove queste persone pretendevano di risiedere perché si consideravano di condizione divina.

Allora vedranno… ma chi è il soggetto? Gesù non dice ai discepoli “vedrete”; non sono infatti i discepoli che vedranno, ma queste stelle, queste potenze nella misura in cui cominceranno a cadere, vedranno il Figlio dell’uomo. Mentre questi falsi poteri, queste false divinità, perdono la loro luce e cominciano a cadere, emerge quella vera, il Figlio dell’uomo, cioè il trionfo dell’umano sull’inumano, l’uomo con la condizione divina.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi; esse sono immagine della presenza di Dio e della sua grande potenza. Le potenze nei cieli, cioè quelle che determinavano la vita e la morte delle persone, con l’annunzio del vangelo vengono sconvolte. Ma la potenza di Gesù – e la potenza di Gesù è una forza che comunica vita – emergerà sempre di più.

E mentre il sole si oscura, e la luna non darà più la sua luce, in Gesù splende la sua gloria, si manifesta la sua divinità.

Egli manderà gli angeli; Gli angeli, nel vangelo di Marco, sono i collaboratori di Gesù;  quindi sono persone fisiche, e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Cosa ci sta dicendo l’evangelista? Che la caduta dei persecutori sarà il trionfo di coloro che sono stati perseguitati. Quindi le sofferenze causate dall’oppressione avranno fine.

Poi Gesù sembra cambiare discorso. Dalla pianta di fico ... Il fico è stato usato come immagine del tempio, tutto foglie ma senza frutti. E Gesù ne aveva annunziato la fine. Quindi sta parlando della fine del tempio di Gerusalemme.

Imparate quella parabola. Quale parabola? Quella che Gesù aveva detto ai sommi sacerdoti dei vignaioli omicidi, ai quali sarebbe stata tolta la vigna.

Quindi con la distruzione del tempio la vigna, immagine del regno, sarà data ad altri popoli. Quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi … Gesù dirà che altri hanno capito e anche loro devono capire, ma sono i discepoli che fanno resistenza a comprendere tutto ciò.

Quando vedrete accadere queste cose (parla dell’invasione della Palestina da parte dei Romani che assedieranno Gerusalemme e distruggeranno il tempio), sappiate che … qui la traduzione dice “egli è vicino”, ma nel testo il termine “egli” non c’è.

Sappiate che è vicino alle porte. Cos’è vicino? Gesù l’aveva detto: il regno di Dio è vicino. Quindi, finalmente si comprende che il regno di Dio non è soltanto un’offerta per il popolo di Israele, ma è per tutta l’umanità.

E con la distruzione del tempio di Gerusalemme questo comincerà ad essere vero. E poi c'è l’affermazione importante, solenne di Gesù: “In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga”.

Sappiamo storicamente che nell’anno 70 avvenne la presa di Gerusalemme, la distruzione del tempio e, quindi, i contemporanei di Gesù vi hanno potuto assistere.

Il cielo e la terra, cioè tutto, passeranno, ma le mie parole non passeranno. Cioè tutto passerà, ma il mio messaggio, quindi il contenuto della buona notizia, non passerà. Gesù assicura la realizzazione del suo messaggio nella storia.

Poi continua dicendo: “Quanto però a quel giorno” (il termine “giorno” è stato adoperato da Marco per indicare la morte di Gesù e quella dei suoi seguaci), “O a quell’ora” (è l’ora nella quale i discepoli di Gesù verranno portati di fronte ai tribunali, quindi si tratta del momento della persecuzione e della morte), “Nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”.

Cosa vuol dire Gesù con questa espressione? Non è importante conoscere il momento, ma sapere che tutto è nelle mani del Padre e, quindi, occorre fidarsi pienamente di Lui.

È  una pagina di grande speranza, di grande consolazione. Anche se la comunità cristiana si vede schiacciata da enormi poteri sappia che la sua azione, nella misura in cui è fedele al vangelo, sarà efficace, perché ogni regime basato sul potere ha già in sé il germe della distruzione.

Ogni gigante, come scrive il profeta Daniele nel suo libro, ha i piedi d’argilla e, prima o poi,  si autodistruggerà. E’ un invito, come dice Giovanni nel suo vangelo, a non combattere le tenebre ma a splendere in mezzo ad esse.

Quindi la comunità cristiana, nella misura in cui sarà fedele all’annunzio del vangelo permetterà la caduta delle divinità false, e con esse i regimi che vi si appoggiano.

 

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