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di Maurizio Ambrosini – Avvenire 5 dicembre 2018

Come è noto, uno slogan portante della retorica politica e governativa sulle migrazioni è «aiutiamoli a casa loro». Non è qui il caso di approfondire la validità dell’idea. Basti qui accennare al fatto che gli immigrati non arrivano dai Paesi più poveri in assoluto, ma da Paesi intermedi, e lo sviluppo di un territorio in una prima non breve fase suscita nuove partenze, anziché rallentarle. Sta di fatto che il governo ha varato un’imposta dell’1,5% sui trasferimenti di denaro verso Paesi extracomunitari, ossia principalmente sui risparmi che gli immigrati inviano alle loro famiglie.

Le contraddizioni con l’asserita volontà di prevenire le migrazioni, promuovendo lo sviluppo e le politiche effettive, saltano agli occhi. Le rimesse degli emigrati globalmente hanno raggiunto nel 2017 hanno raggiunto il valore di 613 miliardi di dollari, di cui 466 inviati in Paesi in via di sviluppo. Secondo la Banca mondiale, dovrebbero raggiungere i 642 miliardi nel 2018 e i 667 nel 2019, contribuendo a sostenere circa 800 milioni di persone nel mondo. Le rimesse sono più importanti in valore degli aiuti pubblici allo sviluppo. In altri termini: gli emigranti aiutano casa loro già da soli, e non poco.

Diversi Paesi del mondo hanno le rimesse tra le prime voci attive della bilancia dei pagamenti, e in qualche caso esse rappresentano la prima voce in assoluto. Questi flussi di denaro hanno inoltre la caratteristica di arrivare direttamente nelle mani dei beneficiari. Si calcola che le famiglie ne spendano circa i tre quarti per necessità basilari, come cibo, istruzione dei figli, assistenza medica, manutenzione e miglioramento delle abitazioni. Gli studi in verità colgono anche effetti negativi, ma qui interessa soprattutto fissare un punto. Chi manda consistenti rimesse è chi ha ancora i familiari in patria, specialmente i figli. Spedire rimesse è un modo per mantenere la famiglia nei luoghi di origine, prendendosene cura a distanza.

L’invio di rimesse è una strategia alternativa al ricongiungimento familiare, ossia a nuove emigrazioni.

Anche per questa ragione le istituzioni internazionali da anni raccomandano una riduzione del costo dei trasferimenti monetari, e consistenti progressi in questo senso sono avvenuti nel tempo. Pure il Global Compact for Migration ne parla, fissando al n. 20 l’obiettivo di promuovere «trasferimenti di rimesse più rapidi, sicuri ed economici»: in cifre, si vorrebbe gradualmente scendere dall’attuale 6% medio a un costo al di sotto del 3% nel 2030.

A rafforzare questo indirizzo, ci si propone inoltre di promuovere e sostenere una giornata internazionale delle rimesse familiari sotto l’egida dell’Onu e un Forum Globale su rimesse, investimenti e sviluppo.

Il nostro Governo ha scelto, dunque, di mettersi in contrasto con indirizzi largamente condivisi nel mondo, e soprattutto dai Paesi beneficiari di questi flussi di aiuti. In Italia le rimesse da alcuni anni si aggirano intorno ai 5 miliardi di euro, avendo sofferto un sensibile calo rispetto al 2011, quando avevano raggiunto i 7,4 miliardi. I Paesi che più ne ricevono sono nell’ordine Romania, Bangladesh, Filippine, Senegal, India. Probabilmente sul calo dei valori complessivi e sulla scomparsa dalle prime posizioni di alcuni dei Paesi che contano più emigrati in Italia (pensiamo ad Albania, Marocco, Cina) incidono proprio i fenomeni di stabilizzazione delle famiglie e l’allentamento dei legami con la madrepatria. Dall’improvvida iniziativa del Governo si devono trarre tre conclusioni.

Primo, l’obiettivo di aiutare gli immigrati 'a casa loro' rivela la sua natura retorica e polemica. Una scelta come questa dimostra che non si vuole aiutare gli immigrati, ma ribadire inimicizia nei loro confronti, strizzando addirittura l’occhio agli odiatori da tastiera. Secondo, così si otterrà l’effetto di incentivare il ricorso a canali informali e incontrollati di trasferimento di denaro. Terzo, sommandosi con altri segnali questo provvedimento inciterà gli immigrati a ricongiungere i familiari e appena possibile a diventare cittadini, allo scopo di evitare guai peggiori. Certe politiche, a volte, producono il contrario di ciò che vorrebbero.

 

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