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di Lorenzo Tosa – www.stradeonline.it del 6/12/2018

 

Andrò controcorrente, ma proprio non riesco a capire perché lo Stato dovrebbe scusarsi con Fredy Pacini.

Ormai le due scuole di pensiero dominanti – pro e contro la legittima difesa “assoluta” – sembrano essersi accomodate su un punto di caduta comune e intoccabile, che suona più o meno così: se una persona, dopo aver subito 38 furti, è costretto a barricarsi in un capannone armato, sparare e financo uccidere, quella è una sconfitta dello Stato. E per questo si deve scusare.

L’abbiamo sentito ripetere talmente tante volte in questi giorni, da essere entrato ormai nel nostro sentire comune. Lo hanno ribadito insospettabili intellettuali che certo non possono essere annoverati nel milieu salviniano. Ci crediamo così tanto da aver messo da parte persino la logica e le verità oggettive che oggi abbiamo a disposizione per leggere questa drammatica vicenda.

1) Le rapine non erano affatto 38, ma "appena" sei, come riportano fonti dei carabinieri, di cui due quelle effettivamente consumate (negli altri quattro casi si è trattato di tentati furti). Poche? Nient'affatto, sono tante, troppe: nessuno merita di vivere con la costante paura di essere rapinato. Ma 38 o due non sono la stessa cosa. Non è vero che "non cambia nulla", come ripetono ossessivamente i teorici della difesa indiscriminata.

Quel numero sesquipedale, artatamente estremizzato, è diventato inconsciamente un passepartout collettivo per l'assoluzione, l'artificio retorico ed emotivo che costringe tutti noi a metterci nei panni di Fredy, a comprenderne azioni e motivazioni. E, in fin dei conti, a schierarci dalla sua parte.

2) Nessuno sa di preciso cos'è successo quella notte. Dai primi risultati dell'autopsia, sappiamo solo che il ragazzo moldavo di 29 anni è stato raggiunto da due dei cinque proiettili esplosi dal Pacini: il primo lo ha colpito alla gamba; il secondo, all'altezza del bacino, ha reciso l'arteria femorale provocandone la morte per dissanguamento. Insomma, la dinamica dei fatti è tutt’altro che chiarita. Eppure, per qualche ragione, abbiamo già deciso che si tratta di legittima difesa. Pacini è la vera vittima. Di più: Pacini è un eroe nazionale, celebrato in tv, sui social, con manifestazioni e fiaccolate. E chi osa avanzare il benché minimo dubbio, diventa automaticamente "buonista", "fighetto con la camicia aperta". Uno che non sa di cosa parla.

3) Lo Stato non può essere ovunque e ovunque proteggerci. Per quanti poliziotti assumerai, per quanto esercito tu possa dispiegare, il 99% del territorio italiano resterà sempre privo di un presidio permanente. Ma è realmente questo il nodo della faccenda? Siamo davvero sicuri che la militarizzazione delle nostre strade, la creazione di vere e proprie "no criminal area" sorvegliate a mitra spianati, rappresenterebbero l'argine, e non piuttosto la leva, di un escalation di violenza senza ritorno? Perché, vedete, se accettiamo questo passaggio logico, allora vale anche il suo esatto contrario: che, dove non arriva lo Stato, è lecito armarsi, sparare, uccidere; diventare noi stessi Stato, sostituirsi ad esso.

Mentre ripetiamo, persino con una certa spensieratezza, che lo Stato si dovrebbe scusare con Fredy, stiamo sancendo, di fatto, la resa definitiva verso una certa idea di Stato paterno e padronale fondato sul controllo assoluto, sulla forza muscolare, sulla presenza fisica, visibile, quasi totalitaria. Così funzionano i regimi, le dittature, non gli Stati. Soldi in cambio di protezione: questo è il codice di riferimento delle criminalità organizzate, non dei Paesi civili e democratici.

Badate, non è in discussione la legittima pretesa di sicurezza. L’equivoco, semmai, è il modo in cui la reclamiamo. Senza quasi accorgercene, abbiamo modificato il ruolo dello Stato a nostra immagine e somiglianza, imbevuti come siamo della cultura televisiva americana, di Chuck Norris e di giustizieri della notte.

Una delle eredità forse più sconvolgenti di quest'epoca della paura è l'idea di uno Stato-sceriffo che ci protegge con la forza e non con le leggi, con le armi e non con una giustizia efficace e in tempi certi. Con la presenza in massa sul territorio e non più – come è avvenuto dal dopoguerra ad oggi – con l'autorevolezza dell'intelletto e della ragione. Abbiamo perso la fiducia nella nostra capacità di immaginare società aperte, inclusive, sicure, di cui l'Europa è stato per oltre settant'anni emblema e garante. Quando un tale sistema di valori e saperi condivisi collassa, diventa normale uccidere qualcuno per qualche bicicletta, diventa "buonsenso" armarsi e sparare a un estraneo, a uno straniero, all'altro da sé, a qualcuno che non sappiamo neppure più riconoscere, ma che consideriamo genericamente un nemico. È così che sono cominciate le guerre.

 

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