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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Bar 5,1-9)

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione”. Il versetto si riferisce alla condizione del popolo, in esilio a Babilonia dopo la conquista di Gerusalemme. “Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici”, tra il radicale sconcerto e lo sconvolgente abbattimentoLa causa di questa situazione è attribuita al popolo e alle autorità per non aver ascoltato la voce del profeta e per aver seguito altri cammini, sfiduciando i termini dell’alleanza e la promessa del Signore.

Essi, non a parole ma nella pratica, hanno rotto l’alleanza, con conseguenze disastrose  nonostante il profeta Geremia li avesse avvertito del pericolo cui andavano incontro. Dopo il lungo periodo di oscurità e amarezza in terra straniera, il profeta Baruc annuncia l’approssimarsi del ritorno. Per chi ha sofferto grandemente non è difficile immaginare lo stato d’animo e il sentimento di gioia che che prova e che il profeta descrive in modo particolareggiato.

In primo luogo annuncia che Dio ha stabilito la fine dell’esilio e il ritorno in patria del “resto d’Israele”. Sarà lui stesso a ricondurli, "Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui”.

A questa determinazione corrisponde l’azione misericordiosa. Il suo cuore, rivolto alla miserevole condizione del popolo, ritiene che sia giusto riscattarlo dall’esilio, restituirgli la dignità di popolo eletto e conferirgli quello di cui ha bisogno. In questo senso compie la giustizia, dettata dall’amore che riscatta e rinnova.

Il popolo, sentendosi perdonato, riscattato e ricondotto alla terra promessa, percepisce in sé la gloria di Dio; Egli sta operando nei riguardi del suo popolo per donargli nuova vita, offrirgli la condizione di persone libere e un futuro pieno di speranza. È come una nuova creazione. Questa condizione è luce nella quale Dio gioisce.

Oggigiorno molte forme di schiavitù soggiogano nazioni e moltitudini al punto da farli sentire stranieri e, addirittura, schiavi nella propria terra. L’aver tralasciato la pratica della giustizia, dell’uguale opportunità, del diritto per tutti senza discriminazioni, della solidarietà e di altri valori etici per un mondo più giusto, più umano e vissuto nella luce della gloria di Dio, ha fatto sì che il nuovo Egitto – la schiavitù e il dominio – prendesse piede in molte circostanze e in diversi luoghi. Grano e zizzania, come a macchia di leopardo, crescono assieme.

Ma Dio non susciterà un “resto dell’umanità” con il quale porre rimedio, rigenerare e ricostruire una realtà mondiale condizionata dalla seduzione di prospettive sociali e culturali fortemente intrise di disumanità e pericolosamente sull’orlo dell’auto distruzione?

Non sarà questo un segnale dell’approssimarsi del Messia Risorto? Riteniamo che la promessa di Dio e la Parola sostengono realisticamente tale speranza.

Perciò, rivolgendosi a Gerusalemme, la nuova realtà nel progetto di Dio, ecco apparire l’esortazione del profeta di deporre il lutto e l’afflizione: “rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre”, già nel presente, elaborando tutto quello che è possibile realizzare, in modo che, pur nella provvisorietà della contingenza storica, si percepisca e si stabilisca il rapporto con la realtà futura e definitiva. La forza del presente è proprio nell’aggancio con il futuro di Dio.

Ancora, il profeta esorta, dopo aver deposto il lutto e l’afflizione, il “resto d’Israele” ad avvolgersi, coinvolgersi, “nel manto della giustizia di Dio”, nella pratica di essa in virtù della quale, nella nuova Gerusalemme, “Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo”, per la pratica dell’alleanza che aveva abbandonato e trasgredito. In tal modo  Gerusalemme non solo agisce per il bene proprio ma diviene luce per tutte le nazioni. Pertanto, al “resto d’Israele” è conferita una missione e una responsabilità che va ben oltre quella riguardante il popolo cui appartiene.

Con questi presupposti Gerusalemme può rallegrarsi anticipatamente e attendere, gioiosamente, il compiersi dell’evento promesso: “Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo, come sopra un trono regale”. Si riuniranno i dispersi, i senza meta e senza speranza: “i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio”.

Anche la natura, obbediente alla volontà di Dio, favorirà e parteciperà gioiosa all’evento, “Perché Dio ha deciso di spianare ogni montagna (…) perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Il rivestirsi della giustizia, della pietà, consiste nell'indossare sul capo “il diadema di gloria dell’Eterno” nel presente, e qualifica la vita personale e comunitaria nei termini indicati dalla seconda lettura.

 

2a lettura (Fil 1,4-6.8-11)

“Nell’amore di Gesù Cristo”, nel quale Paolo è gratuitamente immerso, e nel quale si è percepito rigenerato e trasformato da persecutore in apostolo, l'autore manifesta ai membri della comunità di Filippi la sua sincera solidarietà, l'impegno nella preghiera a loro favore e il desiderio della loro crescita attraverso la “vostra cooperazione al Vangelo, dal primo giorno fino al presente”.

Vede in essi l’inizio di un processo e di un cammino che spera non si arresti mai, né sia mai interrotto. Per questo motivo esterna la sua fiducia e ottimismo nei loro confronti: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo”. Il compimento avverrà nel “giorno di Gesù Cristo”, atteso, in quel tempo, come imminente.

Tenendo gli occhi fissi su Gesù, gli appartenenti alla comunità possono percepire di essere costantemente “ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio”, ossia il frutto degli effetti della sua morte e risurrezione.

Fare memoria dell’evento pasquale nell’Eucaristia costituisce il momento in cui la Trinità attualizza la giustizia di Dio con il perdono di peccati, il rinnovo dell’alleanza e l’immersione nella vita eterna, mangiando il corpo e bevendo il sangue di Gesù Cristo, la sua vita donata per tutti e per la causa dell’avvento del Regno di Dio. Lasciarsi, per la fede,  coinvolgere negli effetti dell’Eucaristia è il modo di dare gloria e lode di Dio Padre, assumendone il discepolato e il conseguente impegno alla causa del regno.

L’evento pasquale, continuamente attualizzato per i sacramenti, e particolarmente nell’Eucaristia, e vissuto nella fede come mistero che, al di là da ogni comprensione razionale, dona gli effetti di cui sopra, rende cosciente il credente del costante rinnovamento e trasformazione che Dio opera in lui e nella comunità. Ciò si contrappone alla tenace resistenza della sfiducia, della svalutazione, della superficialità, del disinteresse: il peccato è vinto.

Paolo ricorda che dove abbondò il peccato sovrabbondò la grazia (Rm 5, 20), potere e forza di trasformazione, rinnovamento e crescita umana e spirituale in ogni credente e nella comunità "… fino al giorno di Cristo Gesù” ossia al giorno del ritorno del risorto e della vittoria completa di Cristo nella persona e nella comunità credente.

Pertanto, afferma l’apostolo: “prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento”. La “cooperazione per il Vangelo” esige, nei membri della comunità, non solo la fiducia nella persona di Gesù ma anche nella missione per la quale è entrato nel mondo, la causa dell’avvento del regno.

Il vissuto personale e sociale è ambiguo. È un insieme di verità e menzogne, di corretto e sbagliato; pertanto il discernimento è più che necessario, anche in considerazione della complessità che lo sostiene. Pertanto non basta solo la buona volontà personale ma occorre lo sforzo di comprendere gli elementi dell’ambiguità, la loro origine, la loro portata e la loro forza per determinare, successivamente, l’azione appropriata per considerare ciò che va assunto e incentivato da ciò che va lasciato e scartato. In sostanza, l’esercizio della carità richiede molto impegno.

In tal modo, individualmente e comunitariamente, si è “integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”, perché fedeli discepoli del maestro. La crescita in tale direzione porta alla stessa esperienza di san Paolo, quando afferma che Cristo vive in lui e che questa vita nella carne la vive nella fede di Cristo, che l’ha amato ed è morto per lui (Gal 2,20).

Tutto ciò ha un punto di partenza nella missione di Giovanni il Battista, come testimonia il brano del vangelo odierno.

 

Vangelo (Lc 3,1-6) rielaborazione del commento di Alberto Maggi

In un determinato momento storico della vita del popolo, in cui la nazione e la vita religiosa erano governate dalle persone indicate nei primi due versetti, entra in campo Giovanni il Battista che “… percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati".

Richiama il popolo alla conversione e al rispetto della Legge in quanto il peccato è inteso come trasgressione della stessa. La legge è data da Dio e osservarla significa compiere la sua volontà, condizione indispensabile per entrare nel regno di Dio con la venuta del Messia.

Pur sapendo che Gesù interverrà riguardo alla Legge (il che gli costerà la condanna a morte), risalta la correttezza etica di Giovanni il Battista, e di chi accoglierà l’appello, per vivere coerentemente in sintonia con quello che crede, come espressione dell’adesione e fedeltà al Signore.

“Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”. Il libro della Sapienza rileva che lo spirito del Signore non entra nella persona che pratica una condotta di vita anti-etica; per questo motivo, riscattare un comportamento che sia in sintonia con i valori delle proprie convinzioni religiose, è un passo ineludibile.

Un esempio è l’esperienza di Paolo. Prima della conversione era un tenace oppositore di Gesù e dei cristiani, nella convinzione di servire correttamente il Signore, in accordo con la conoscenza e la coscienza etica cui era stato educato. Anche il ladrone crocefisso al lato di Gesù è eticamente corretto nel manifestare la sua realtà di malfattore. Queste condizioni sono necessarie per far scattare il passo successivo, quello della seconda conversione e l'adeguata comprensione della persona e missione di Gesù.

“raddrizzate i suoi sentieri!”, che sono diventati tortuosi a causa di un’elaborazione teologica della Legge fondata sull’acquisizione del merito, e del discernimento di ciò che è ritenuto puro o impuro, come condizione per l’entrata nel regno con l’avvento del Messia. Poi, magari, a questi errori si sono associati anche interessi personali, oltre alle condizioni sociopolitiche in atto.

In tal modo i sentieri diventarono impossibili da percorrere alla gente umile e povera e,  pertanto, costoro furono considerati peccatori e non degni del regno all'arrivo del Messia. Per questo, il raddrizzare i sentieri faceva parte del processo di conversione.

L’etica nella vita personale, sociale e mondiale che sorregge la politica nel suo svolgersi correttamente corregge le vie tortuose, rese tali dall’anti-etica e dall’applicazione di principi, norme e leggi che non tengono conto della misericordia e della compassione degli impoveriti, degli esclusi, dei marginalizzati; pertanto il cambiamento è più che mai necessario per mettere ordine in una società con lacune così gravi, al punto che scoraggiano ogni intento di riforma e tolgono la speranza nel futuro.

Nell’attualità è urgente correggere e togliere il peccato strutturale, che si è annidato con la connivenza dei responsabili. Esso sostiene quello che viene chiamato come fenomeno ricorsivo: la circolarità causa-effetto. Per sostenersi e perpetuarsi, la corruzione individuale (causa) organizza la società in un certo modo (effetto); a sua volta nasce e cresce, in essa (causa), e assume il comportamento corrotto (effetto). Tutto perché gli interessati hanno identificato il fine con gli interessi dell’istituzione, in particolare della classe dirigente.

È la patologia di ogni organizzazione che, non corretta con solerzia e determinazione, incancrenisce tutto e tutti e rende impossibile perseguire il fine etico dell’istituzione. Pur potendo trovare in essa persone dalla condotta corretta, queste finiranno per soccombere o essere escluse, come accadde a Gesù.

Il cammino etico favorisce l'accogliere e riconoscere il Messia. È come realizzare una nuova strada in mezzo a burroni, colline, vie tortuose e impervie, come suggerisce la metafora: “Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate”. In ogni caso, riguardo all’adesione completa al Messia, dovrà esserci una seconda conversione, sul tipo di quella di Giovanni il Battista in prigione, invitato da Gesù stesso a non scandalizzarsi di lui (Mt 11,6).

Infine, la meta è raggiunta: “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”. La salvezza nell’oggi, da tutto ciò che genera afflizione e lutto (vedi la prima lettura) è anticipo di quella finale e definitiva che il Messia ha instaurato nella sua persona, come inizio di un cammino e di un processo che terminerà con il suo ritorno come Gesù Cristo, il Risorto.

Quando leggiamo il vangelo, per gustarne la ricchezza dobbiamo metterci nei panni dei primi lettori o dei primi ascoltatori che non sapevano come sarebbe andata a finire. E vedremo come, con i primi sei versetti del capitolo terzo del vangelo di Luca (il brano di oggi), l’evangelista crea la sorpresa.

Scrive Luca: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare…”. L’inizio è ridondante, solenne, perché l’evangelista vuole destare la sorpresa e sarà veramente tale. Inizia con Tiberio Cesare; A quel tempo i potenti si consideravano degli dei, quindi l’evangelista inizia con la persona che è più vicina a Dio, ed è un Dio lui stesso, l’imperatore romano.

“Mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell'Iturèa e della Traconìtide”; vediamo come è solenne e pomposo questo inizio, l’evangelista va a pescare anche un certo “Lisània”, personaggio semi-sconosciuto, “tetràrca dell'Abilène”, cioè dell’anti Libano, “sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa”.

Perché “sommi sacerdoti”? Il sommo sacerdote era uno soltanto ma l’evangelista ne pone due, Anna e Caifa. Per quale motivo? Perché l’evangelista vuole raggiungere il numero sette. Il numero sette, nel linguaggio della Bibbia, rappresenta ciò che è pieno, completo, ovvero ciò che è la totalità. Potremmo dire, con un linguaggio comprensibile a noi oggi, che “era il G7 del tempo”, ossia comprendeva i massimi potenti della terra.

Ebbene, ecco la sorpresa: “la parola di Dio venne su …” Su chi scenderà la parola di Dio? Qui abbiamo Tiberio Cesare, l’imperatore, Dio lui stesso e abbiamo anche i sommi sacerdoti, che erano i rappresentanti di Dio sulla terra. A chi si rivolgerà Dio per manifestare la sua parola? Ecco, quando Dio deve intervenire nella storia – questa è la sorpresa – evita accuratamente luoghi e persone sacri e religiosi perché sa che,  notoriamente, sono ostili e refrattari al suo messaggio.

Infatti, continua ancora la sorpresa, la parola di Dio venne su … nessuno dei potenti, ma su un certo “Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto”.

Ma che ci fa Giovanni nel deserto? Giovanni, in quanto figlio di un sacerdote, all’età di diciotto anni doveva presentarsi al tempio per essere esaminato al fine di verificare che non avesse alcuno dei difetti che impedivano l’esercizio del sacerdozio, per poi continuare a perpetuare il sacerdozio del padre.

Giovanni non è così. Giovanni è il bambino che, fin dal seno della madre, è stato ripieno di Spirito Santo: lui è l’uomo dello Spirito, non l’uomo del rito. Per questo motivo, con grande coraggio e determinazione, rompe con le consuetudini sociali e va nel deserto, lontano da Gerusalemme e lontano dal tempio. La parola di Dio scende proprio su di lui.

 “Egli percorse tutta la regione del Giordano”. Il Giordano ci ricorda il fiume che il popolo ebraico ha dovuto attraversare per entrare nella terra promessa; ora la terra promessa è diventata una terra di schiavitù dalla quale il popolo deve uscire.

“Predicando un battesimo … “ il termine “battesimo” non ha il nostro significato liturgico; era un rito nel quale – il termine significa immersione – ci si immergeva completamente nell’acqua, si moriva simbolicamente a quello che si era stato e si usciva come persona nuova. Quindi Giovanni predica questo segno come immagine di un cambiamento di conversione.

Nella lingua greca la conversione si esprime in due maniere: una è la conversione religiosa, il ritorno a Dio, il ritorno alla religione, e gli evangelisti evitano accuratamente questo termine. L’altro, adoperato dall’evangelista, è il cambiamento di comportamento, un cambiamento radicale nella propria esistenza.

Ecco perché questo messaggio di cambiamento non poteva essere rivolto alla casta sacerdotale al potere, che non ama i cambiamenti. Ma Giovanni dice: “Cambiate vita”.

Cosa significa conversione? Se fino ad ora hai vissuto per te, da adesso vivi per gli altri.

Ebbene questo avviene “per il perdono dei peccati”. Quello che fa Giovanni il Battista è inaudito, è una sfida tremenda perché i peccati venivano perdonati solo andando al tempio di Gerusalemme, portando delle offerte a Dio. Giovanni non è d’accordo. Lui, l’uomo dello Spirito, dice che il perdono dei peccati non avviene attraverso un rito liturgico (offrendo dei doni al Signore), ma attraverso un cambiamento radicale di vita (vivendo per gli altri si ottiene la cancellazione dei peccati).

“Com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia”; e qui l’evangelista cita quello che si chiama “il libro della consolazione”, la seconda parte del profeta Isaia, scritta da un profeta anonimo alla fine dell’esilio. É un invito a lasciare la terra della schiavitù: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”.

“raddrizzate i suoi sentieri …” per entrare nel regno con l’avvento del Messia, diventati tortuosi e impraticabili a causa dell’interpretazione della Legge fondata sull’acquisizione del merito, della minuziosa e pesante distinzione tra puro e impuro, ma anche da interessai personali o del gruppo dominante. Per queste ragioni i sentieri, i burroni e le vie tortuose sono impraticabili alla gente umile e povera e, pertanto, ritenuti peccatori e non degni del regno futuro. L’esortazione riguarda il cammino di conversione.

Il testo del profeta Isaia diceva: “Ogni uomo vedrà la gloria di Dio”. L’evangelista lo modifica: “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”. La gloria di Dio si manifesta nella salvezza di ogni uomo. È importante quest’accezione: “ogni uomo”. Non ci sono persone escluse dall’amore di Dio: non ci sono persone escluse da quest’invito alla conversione per realizzare il regno di Dio. Ogni uomo è destinato a sperimentare la gloria del Signore, l’amore del Signore. Dirà poi Pietro negli Atti degli Apostoli, ricollegandosi a tutto questo, che Dio gli aveva rivelato che nessun uomo poteva essere considerato immondo, cioè impuro, escluso dall’amore di Dio.

Ecco questo è l’annunzio della buona notizia: la parola di Dio si rivolge a Giovanni il Battista per un invito a un cambiamento di vita, e questo è un messaggio offerto a tutta l’umanità.

Nessuno può sentirsene escluso!

 

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