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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sof 3,14-18)

Il profeta si rivolge a Gerusalemme con parole di giubilo e di speranza annunciando che, in quel momento, “Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico”. In tal modo pone fine all'invasione e al dominio da parte dell’Assiria perché “ha disperso il tuo nemico”. La condanna era stata inflitta per l’infedeltà all’alleanza, per aver assunto pratiche idolatriche, per la violenza dei potenti, per l’oppressione di principi, sacerdoti giudici e profeti a scapito del popolo e, in particolare, della povera gente.

Ebbene, con la liberazione dal nemico, il Signore ristabilisce l’alleanza con la sua presenza in mezzo al popolo, che lo riteneva ormai assente. Perciò lo riconosceranno come “Re d’Israele”; e la sua missione è la salvezza del popolo e, particolarmente, delle persone più deboli ed esposte alla prepotenza dei potenti e delle autorità: la vedova, l’orfano e lo straniero.

Il Signore, fedele all’alleanza, sosterrà l’avvento della sua sovranità e, con essa, la manifestazione del regno di Dio, che il popolo riconoscerà come tale. Riconoscere l’azione del Signore, e rispondere positivamente con una pratica di vita in sintonia con la finalità della legge e il senso ultimo dell’alleanza – la pace e l’armonia con tutti e tutto -, equivale a riconoscere la sua presenza, a constatare l’avvenuta promessa del profeta: "il Signore è in mezzo a te”, e la sicurezza che essa offre: "tu non temerai più alcuna sventura”.

Con il Signore accanto si può guardare al futuro con fiducia e serenità, in modo da fare del proprio lavoro, della propria azione, e dei rapporti interpersonali e sociali connessi, una benedizione, un cammino di crescita umana e spirituale per ogni persona, per il popolo intero e, in ultima analisi, per se stessi.

La promessa si compirà sicuramente “In quel giorno”, un tempo futuro, ma anche prossimo. Vale specificare che il compimento non corrisponde al termine esaurimento, per cui si tratterà sempre di una realtà aperta a un oltre che si proietta in avanti, nel futuro. Il profeta anticipa che allora sarà vinto ogni timore, scoraggiamento e angustia perché “Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è salvatore potente”.

Con tale evento Dio “gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia”. Allo stesso tempo è la gioia stessa che inonda il cuore delle persone e del popolo, nella certezza che Dio protegge la loro vita, il loro cammino e la loro crescita, come un bene preziosissimo.

Dio ha scelto il suo popolo e ha creato l’umanità perché partecipi della sua vita, della salvezza da ogni pericolo, liberandolo da ogni male. Stabilisce la sua presenza, indica il cammino e mezzi necessari. Cosa doveva fare di più, che non ha compiuto? La felicità, la gioia nel presente e nel futuro del popolo, richiede soltanto la libera adesione alla pratica della giustizia e del diritto.

Questa scelta non è unilaterale ma richiede un dialogo sincero e trasparente. Gli abbagli e le seduzioni a cui sono sottoposte le persone e la collettività per voler intraprendere, solo da se stessi, il cammino e i mezzi per raggiungere tale traguardo portano conseguenze deludenti, disastrose e drammatiche, come l’esperienza normalmente conferma.

Il mistero dell’iniquità, operante nel mondo, non permette che le persone ripongano nel Signore la fiducia e la speranza che merita. Soccombere ad essa, il più delle volte, è un'esperienza che si ripete continuamente, nonostante i drammatici e deludenti risultati.

L’esistenza è una continua lotta tra la fiducia in se stessi, nelle proprie idee, nel proprio progetto e ciò che il Signore offre. Molte volte prevale la prima opzione, configurando la realtà del peccato.

Tuttavia la fedeltà del Signore alla promessa, che costituisce il contenuto della propria identità, motiva la sua azione misericordiosa per la compassione verso il popolo ridotto, per sua scelta errata, nella deplorevole condizione in cui si trova.

Ebbene, l’intervento di riscatto e salvezza del popolo costituisce un motivo di profonda gioia per il Signore stesso. Afferma il profeta: "Il Signore (…) gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia”. La gioia di Dio deriva dall'aver constatato l’accoglienza, l’apertura della mente, del cuore e della volontà, all’efficacia trasformatrice e rigenerativa della sua azione. L’effetto che ne consegue è come se Lui stesso si sentisse rigenerato.

È noto che trasmettendo il dono, la stessa azione rigenera e fa crescere chi lo riceve e chi lo dona, ognuno secondo la propria natura e condizione e la partecipazione alla gioia dell’altro è anche manifestazione della propria. Il “miracolo” dell’amore attiva un processo simbiotico in coloro che vi partecipano.

Allora, già in anticipo, Gerusalemme può partecipare del gaudio. E il profeta dice: “Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama di tutto cuore, figlia di Gerusalemme”. Tutto ciò perché percepisce, nell’intimo, l’autenticità della promessa, l’avvento di ciò che si realizzerà “In quel giorno”, così come gli amanti pregustano anticipatamente il giorno delle nozze.

Quest’esperienza si manifesta nel rapporto con se stessi, con gli altri e con Dio, ed ha le caratteristiche indicate dalla seconda lettura.

 

2a Lettura (Fil 4,4-7)

Paolo afferma con energia: “Il Signore è vicino!”. Sapere che, fra non molto, accadrà l’evento che coinvolgerà e sconvolgerà la creazione, l’umanità e ogni persona nei termini indicati nel vangelo, e che ciò costituirà il momento in cui il Risorto consegnerà il regno al Padre in modo che questi sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28,), suscita stati d’animo specifici sui quali discetta l’apostolo.

Quando si è prossimi ad un momento di grande portata, del quale non si conosce perfettamente quel che comporterà – come Paolo stesso afferma – le persone coinvolte si pongono tante legittime domande alle quali, per la maggior parte di esse, non c'è una risposta esauriente. Pertanto l’evento inquieta e suscita, inevitabilmente, attesa fiduciosa,  ma anche angustia e ansia.

Presupponendo la loro fedeltà alla condizione di nuove creature, alla pratica dell’amore e alla promessa del Signore, Paolo, costatando in loro la presenza di insicurezza e turbamento, suggerisce: “Non angustiatevi per nulla". Tuttavia, considerando che gli stati d’animo sorgono, indipendentemente dalla propria volontà, per la fragilità e debolezza della condizione umana, aggiunge: “ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti”.

Richieste che, per la natura dell’evento, per la serenità, la pace e la sicurezza di vita, non possono essere disattese da parte di Dio, che ha inviato il Figlio per la salvezza e il cui Spirito abita in ognuno. Ebbene, l’apostolo raccomanda di presentarle a Dio con preghiere.

La preghiera insegnata da Gesù – il Padre Nostro – costituisce dei punti di rifermento, quali il Padre, il nome, il regno, la sua volontà, il pane per tutti, il perdono e la liberazione dal male nella tentazione, atti a formare come una griglia di discernimento della circostanza e della situazione specifica in ordine ai “segni dei tempi”, e al conseguente avvento del Regno di Dio nel presente.

Allo stesso tempo sono necessarie “suppliche” perché sia concesso loro il dono dello Spirito, senza il quale è impossibile vedere e percepire la portata e l’importanza dei punti di riferimento e discernere il vero dal falso. Da ciò scaturirà il ringraziamento, la terza e ultima parte del porsi davanti a Dio, per quello che farà percepire di autentico e vero nel loro animo.

Il risultato è “la pace di Dio, che supera ogni intelligenza”. Non si tratta della soppressione di tensione o conflitti, ma della corretta lettura e percezione di ogni circostanza e la guida che suggerisce il modo corretto per porsi in sintonia con la verità di Dio e, pertanto, entrare in comunione con Lui. È quello che Santa Teresa D’Avila ha sintetizzato nella famosa frase: “Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo Dio basta”.

Tale evento supera ogni intelligenza, perché il modo di legare i punti nodali della circostanza va ben oltre quello offerto dai criteri umani.

C'è un modo di vedere e interpretare la storia che è limitato nell’ambito delle facoltà umane e un altro che, partendo dall’amore di Dio manifestato in Cristo – in particolare nell’evento pasquale -, integra, completa, qualifica e porta la profondità, la bellezza e la sapienza umana verso orizzonti inesauribili.

Pertanto, Paolo aggiunge: “custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo”. Imprescindibile è lo stare “in Cristo”, ossia mantenersi tali per la fede. È in virtù di questo legame cosciente, voluto e coltivato opportunamente, che si custodisce la pace di Dio nel cuore e nella mente.

La bontà e consistenza di tale condizione ha sviluppi concreti nella vita giornaliera, sull'esempio di quelli indicati nel Vangelo.

 

Vangelo (Lc 3,10-18) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

Nel vangelo della scorsa domenica l’evangelista ha presentato Giovanni che, nel deserto, annunzia un battesimo in segno di conversione per ottenere il perdono dei peccati. È una sfida molto aspra quella che lancia Giovanni, perché il perdono, in quel tempo, veniva concesso solo al tempio, attraverso un rito liturgico e, soprattutto, previa l’offerta di un sacrificio da offrire al Signore.

Le folle… – quindi la gente – risponde a quest’invito alla conversione. Essa ha compreso che il peccato non può essere perdonato attraverso un rito liturgico ma mediante un profondo cambiamento di vita.

Le folle lo interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?”

Ebbene, nelle risposte di Giovanni Battista nulla riguarda il culto, nulla riguarda Dio. Con Giovanni Battista, e poi con Gesù, è cambiato il concetto di peccato: da offesa a Dio a ciò che offende l’uomo. Ecco, allora, la risposta del Battista alle folle: “Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha” (quindi si tratta della condivisione), “e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”.

Con Gesù, il Dio che si è fatto uomo, l’evangelista ci presenta il nuovo orientamento dell’umanità: non più rivolta verso Dio, ma verso gli uomini. Con Gesù l’uomo non vivrà più per Dio, ma vivrà di Dio e, con Lui e come Lui, deve andare verso gli altri. E Dio si esprime attraverso l’amore, che diventa generosa condivisione.

Poi, qui, c’è una sorpresa: vennero anche dei pubblicani. Ma ci vanno a fare? Loro erano considerati i paria della società, senza diritti civili; erano gli esattori del dazio, considerati e marchiati in maniera indelebile con l’impurità e, per loro, non c’era alcuna speranza di salvezza. Ebbene, abbiamo visto nel vangelo della scorsa domenica, che la salvezza di Dio è annunziata per ogni uomo, anche per gli esclusi, anche per gli emarginati, anche per i condannati.

Dunque, anche questi vanno a farsi battezzare e, con timidezza, chiedono: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?” (tradotto letteralmente “E noi che facciamo?”). Si sentono quasi intimiditi di fronte al profeta di Dio ma, anche per loro, c’è una speranza di salvezza. Stranamente Giovanni Battista non ammonisce: “Smettetela con questo mestiere che vi rende impuri”; dice: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Possono continuare a svolgere un’attività che la religione considera immorale, se la vivono normalmente, senza pretendere di più. E questa è una grande sorpresa.

Ma le sorprese non sono finite. Dopo gli esclusi, che chiedono anche loro il battesimo, si avvicinano anche i pagani (per i pagani, come per i pubblicani non c’era speranza di salvezza). Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”. Ecco,  la parola di Dio è rivolta a tutti quanti, anche alle categorie per le quali non c’era speranza di riscatto.

Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete (cioè non prendete il denaro con violenza, con ricatto) niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”. È un invito ad evitare l’ingiustizia, i saccheggi e le rapine di cui erano soliti macchiarsi.

Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo… (c’era l’attesa del messia, il grande liberatore), pensano di identificarlo in questo Giovanni. Ebbene Giovanni chiarisce che non è lui il messia. Giovanni risponde a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua…”, quindi vi aiuto a fare un cambiamento di vita, ma colui che vi darà la forza per vivere questa vita non sono io.

E qui l’evangelista adopera un linguaggio che si rifà all’istituto matrimoniale del tempo, che va spiegato. “… Ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali”. Cosa significa questo? A quel tempo esisteva la legge del levirato. In cosa consisteva? Quando una donna rimaneva vedova, senza un figlio, il cognato aveva l’obbligo di metterla incinta. Il bambino che sarebbe nato avrebbe portato il nome del defunto. Era una maniera per perpetuare il nome della persona morta.

Quando il cognato si rifiutava, prendeva il suo posto colui che nella scala sociale e giuridica veniva dopo di lui, e si procedeva ad una cerimonia detta "dello scalzamento":  scioglieva i legacci dei sandali dell’avente diritto, li prendeva, ci sputava sopra; era un gesto simbolico con il quale si diceva: “il tuo diritto di mettere incinta questa donna vedova passa a me”.

Allora l’evangelista qui sta dicendo, e non è una semplice lezione di umiltà da parte di Giovanni Battista, “colui che deve fecondare questo popolo, assimilato ad una vedova e   senza più rapporto con Dio, non sono io, ma colui che deve venire”.

Infatti, aggiunge Giovanni, “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. L’azione di Gesù non sarà quella di mettere le persone in un battesimo d’acqua, un liquido che è esterno all’uomo, ma di impregnarli della stessa forza dell’amore divino. Il fuoco era il castigo per chi meritava di essere condannato dal Signore ma Gesù, in seguito, quando riferirà quest’annunzio di Giovanni Battista, ometterà di citare il fuoco. In Gesù c’è soltanto amore per tutti e non c’è castigo.

“Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. Ecco, qui Giovanni Battista presenta il messia secondo la tradizione di un Dio che premia i buoni e castiga i malvagi. Lo stesso Giovanni Battista, più avanti, andrà in crisi perché Gesù presenterà un Dio che è semplicemente amore e offre il suo amore a tutti quanti. Un Dio che non premia e non castiga i malvagi, ma a tutti, indipendentemente dal loro comportamento, offre continuamente il suo amore.

Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo. È l’annunzio della buona notizia, una buona notizia che poi Gesù porterà a compimento, ma sarà talmente grande che manderà in crisi lo stesso Giovanni che pure l’aveva riconosciuto come messia. Infatti dal carcere gli manderà una richiesta molto severa: “Sei tu quello che doveva venire o ne dobbiamo aspettare un altro”

La novità dell’amore di Dio, la potenza di questo amore, è talmente grande che sconvolge anche una persona come Giovanni Battista e tutti coloro che immaginavano un Dio diverso da quel che è: Amore Infinito.

 

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