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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (Mi 5,1-4a)

“Betlemme, così piccola”, comparata con le altre città di Giuda, non ha importanza alcuna che meriti rilievo culturale, sociale o religioso. In casi come questi è comune il prevalere dell’indifferenza e il disinteresse; e se questo è il sentimento per luoghi e villaggi, cosa sarà riguardo ai poveri, agli esclusi che vivono in essa?

Diversa è la considerazione e lo sguardo di Dio, libero dal preconcetto, dal disprezzo e dalla sfiducia. Egli determina che “da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele”. Contrasto sorprendente della libera e sovrana volontà di Dio che innalza gli umili.

Il contrasto è ancora maggiore per le caratteristiche del personaggio: “le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti”. Betlemme era la città del re Davide, uno dei personaggi più illustri della storia d’Israele, quindi non è escluso che le parole si riferiscano a lui. Ai tempi della nascita di Gesù, il Messia era atteso come discendente dalla stirpe di Davide, per ricondurre il regno agli splendori di allora.

Il riferimento all’origine – “dai giorni più remoti” – fa intravedere come un disegno, un progetto, in virtù del quale “il dominatore d’Israele (…) si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del Signore suo Dio”, dopo il tempo in cui Dio “li metterà in potere altrui", ossia di coloro che calpestano l’Alleanza, la giustizia e il diritto, con gli effetti drammatici, addirittura tragici, del loro agire e le relative conseguenze. L'agire con la forza del Signore allude alle difficoltà nello svolgimento della missione, così come il pascere fa intuire che essa arriverà a buon fine. 

“Il dominatore d’Israele” apparirà “quando partorirà colei che deve partorire”. È assicurata la sua venuta, ma non si sa quando; e, nei momenti difficili, sempre si attiverà l’attesa. La situazione attuale dell’umanità, la sua grande sofferenza, manifesta l’abbandono dell’alleanza con il Signore nei termini del corretto comportamento etico, per consegnare la politica e la vita sociale al dominio dell’usura e della speculazione, senza la dovuta attenzione alla dignità della gente. Il lucro ha fatto sì che i detentori del potere trattino le persone come se fossero pedine di un gioco di guadagni, di potere e dominio.

Il brano attesta che il resto di Giuda tornerà a ricomporre e ricostituire l’insieme del popolo eletto: "… il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele”. 

A tal fine “Il dominatore d’Israele (…) pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio”. La maestà del nome del Signore – realtà che manifesta la sua essenza e il senso della sua esistenza – consiste nella pratica del diritto e della giustizia, in modo che sia instaurato il regno di pace, di armonia, di vita piena e abbondante per tutti. Non si tratta di dominio nel senso comune del termine, ovvero di oppressione, imposizione, privazione della libertà, ma è tutto l'opposto.

Di conseguenza “Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra”. È la promessa di un futuro sereno e speranzoso, di coraggio e determinazione nelle difficoltà che, man mano, sorgeranno. La promessa suscita il coraggio e la tenacia di non arrendersi alla forza e al potere del male che, sebbene sconfitto, non desiste dall'operare.

Per l’efficacia la sua opera sarà riconosciuta “fino agli estremi confini della terra”. Sarà realizzata la volontà di Dio, il suo sogno, a favore di un’umanità fraterna, solidale e responsabile, nella pratica del bene tra le diversità di culture, etnie e popoli, nell’unica pratica dell’amore, espressione del culto e della lode a Lui dovuta.

Riconoscere la propria identità, riscattata e donata dal nato in Betlemme, permette di percepire la trasformazione nel profondo dell’essere, che motiva e sostiene il ritorno al Signore, assumendo la causa del Regno di Dio, motivo della sua venuta.

Il ritorno è un cammino che non finisce mai, fatto di dedicazione, pazienza e conversione permanente nel rompere schemi di pensiero e atteggiamenti che non rispondono all’esigenza dell’amore. La crescita umana e spirituale che ne deriva apre nuovi orizzonti di vita e sostiene la pace in mezzo alle tribolazioni, perché coltiva e approfondisce la comunione con il Signore: “Egli stesso sarà la pace!”.

Questo bambino sorprenderà per molti aspetti, come mostra la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 10,5-10)

Il testo attribuisce a Cristo le parole dirette al Padre: "Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo mi hai preparato". Tutta l’azione di Dio passa attraverso il corpo, la realtà umana di Gesù. Scrive Paolo ai Colossesi: “è in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9).

Nell’Antico Testamento si officiavano riti per il perdono dei peccati, ma le parole di Cristo pongono fine a tali celebrazioni; "Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la Legge”.

Impressionante è il fatto che i sacrifici, le offerte, gli olocausti – stabiliti nella Legge di Dio – ed espressione della sua volontà e del suo amore, sono diventate “cose”. Essi, per l’uso strumentale dei responsabili del tempo, sono svuotati del loro valore e senso e non suscitano, nelle persone, l’adeguata conversione e il rinnovamento atto alla rigenerazione della società in ordine alla giustizia e al diritto, in modo che le persone siano in condizione di ridisegnare valori e comportamenti con se stesse, con gli altri e con l'intera società; e rendano visibile la verità della professione di fede fondamentale: Dio regna, Egli è il nostro Signore, a Lui la lode per sempre!

Cosicché il Padre, coinvolgendo il Figlio, stabilisce un nuovo intervento: “Tu non hai voluto né sacrifico né offerta, un corpo invece mi hai preparato (…) Allora ho detto: Ecco io vengo (…) per fare, o Dio, la tua volontà”. Quest'intervento è sostitutivo del precedente ed è determinante per tutta l’umanità, per ogni singola persona, poiché “Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo”. La volontà del Padre, che il Figlio compie, è finalizzata all’affermazione del credo: “per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo”; salvezza di ogni persona per mezzo del suo corpo.

Il corpo è il luogo della salvezza, nel senso che Dio, per la fede nella persona e nell’operato del Figlio, fa in modo che raggiunga la piena realizzazione. Il corpo non è spregevole o di ordine inferiore rispetto all’anima, come erroneamente una certa educazione afferma ma, al contrario, senza il corpo non c’è salvezza, per mancanza della “la materia prima”. La salvezza riguarda tutta la persona – anima e corpo – per l’azione dello Spirito, che dà vita e dinamica all’una e all’altro.

Per la volontà di Dio il Figlio offre sé stesso, nello Spirito Santo, per amore dell’umanità, in virtù della causa del Regno. Cosicché la Trinità assume, nel corpo di Gesù, quello di ogni singola persona, di ogni tempo e luogo.

In questo modo Gesù si pone, ed è posto, come mediatore fra Dio e l’umanità riguardo alla salvezza e all’avvento del regno di Dio nel presente, anticipazione dell’evento finale con il “ritorno” del Risorto, circostanza nella quale Dio si rivelerà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

La mediazione ha fatto sì che “siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo”. Il corpo di Gesù carica su di sé il dramma dell’incredulità – sfiducia, disprezzo e rigetto – degli uomini riguardo all’azione di Dio a loro favore.

Nello svolgimento della missione e, infine, nella circostanza della croce, Gesù carica su di sé, davanti al Padre, l’ira di Dio per l’incredulità del popolo e delle autorità. L’evento della croce conferma loro la sua condizione di maledetto da Dio, perché ritenuto peccatore per aver trasgredito la Legge e, pertanto, meritevole della morte infame.

Gesù soffrì contemporaneamente un doppio rifiuto: quello degli uomini e quello di Dio. Non si piegò davanti agli uomini, fissati nell’attesa di un Messia ben diverso da quello che Egli rappresentava né si tirò indietro al sacrificio sfiduciando la promessa del Padre.

Come rappresentante dell’uomo, e dell’umanità peccatrice, carica su di sé la conseguente e drammatica solitudine: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Gesù si mantiene fermo nel fare la verità con la sua azione e con l’insegnamento, unico mezzo con cui poteva redimere gli uomini e, allo stesso tempo, riscattarli davanti a Dio.

Ebbene, in tal modo santificò sé stesso e divenne pienamente Gesù Cristo, l’unto con il suo corpo redento, trasfigurato, pieno di vita eterna con la risurrezione. Il corpo,  consegnato per amore, è dallo stesso amore fatto risorgere e reso partecipe della gloria di Dio.

L’evento, determinante e centrale per la salvezza, è realizzato "una volta per sempre”. La celebrazione della memoria di esso, specialmente nell’Eucaristia, attualizza la salvezza e trasmette nel credente la santificazione in Gesù Cristo per l’azione dello Spirito.

Il credente, percependosi come un nuovo soggetto amato, con un amore così grande e immeritato, restituisce l’amore, nel servizio ai fratelli, offrendo sé stesso, la propria azione, il proprio corpo come culto e sacrifico spirituale: “Vi esorto fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).

In tal modo il cristiano consolida e approfondisce la grandezza del dono e l’identità con Cristo, rinnova il rapporto con sé stesso, con gli altri e con l'intero creato e, infine, percepisce la realtà del regno che è già presente in lui, anticipo di quello futuro alla fine dei tempi.

Di conseguenza, una realtà sterile si trasforma in vita piena. È quello che mostra il vangelo.

 

Vangelo (Lc 1,39-45) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

Con poche, sapienti pennellate, Luca è l’evangelista che più degli altri ci presenta la figura di Maria, la madre di Gesù.

Anzitutto il contesto. C’era stata l’annunziazione, l’angelo Gabriele aveva chiesto a Maria di collaborare al disegno di Dio diventando la madre del figlio. Ebbene, Maria fa qualcosa di assolutamente inconcepibile nella cultura dell’epoca; infatti, a quel tempo, la donna non era autorizzata a prendere nessuna decisione senza aver prima consultato, e ottenuta, l’approvazione del padre, del marito o del figlio.

Ebbene Maria non si rivolge ad alcun uomo, decide da sola. È qualcosa di inconcepibile per la cultura dell'epoca ma  ciò che l’evangelista scrive è ancora più assurdo.

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. L’angelo le aveva detto che la sua parente Elisabetta attendeva un bambino e lei, una volta che le era stato annunziato che Dio avrebbe preso forma in lei, non si mette sotto una campana di vetro per essere riverita, per accogliere la venerazione o la devozione degli altri, ma si pone immediatamente al servizio.

L’evangelista vuol far comprendere che ogni autentica esperienza dello Spirito si traduce in servizio. Ma un servizio particolare, perché qui l’evangelista dice che Maria si alzò, non che si unì ad una carovana. Si alzò e andò verso una città di Giuda. Dalla Galilea per andare in Giudea c’erano due strade: una più lunga ma più sicura, quella della vallata del Giordano, l’altra più breve, ma pericolosa perché passava attraverso la montagna della Samaria. E noi sappiamo che tra ebrei e samaritani c’era un’inimicizia profonda.

Era rischioso passare attraverso la zona montagnosa, si correva il rischio di rimetterci la vita. Ebbene, per Maria il desiderio di servire, il desiderio di comunicare vita, è più importante della propria incolumità. Quindi, in fretta, si mette in viaggio verso questa città.

Entrata nella casa di Zaccaria, … e qui ci aspetteremmo “salutò il padrone di casa”. Nulla di tutto questo: “salutò Elisabetta”, la moglie. È inconcepibile, è il padrone di casa che va salutato per primo. Per Maria no, ella saluta Elisabetta. È l’incontro tra due donne per le quali la gravidanza era qualcosa di impossibile: una perché era sterile, l’altra perché era vergine.

Quindi Maria entra e saluta come l’angelo aveva fatto con lei. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria (…. Non si tratta qui di una formalità, non si limita a desiderare il bene ma a procurarlo) il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo e l’evangelista anticipa qui quella che però, poi, sarà l’azione di Gesù, ossia battezzare nello Spirito Santo, immergere ogni persona nella pienezza dell’amore di Dio.

Ed esclamò a gran voce … (nella casa del sacerdote incredulo, e che per questo motivo è muto)- È la donna colei che svolge il ruolo del profeta: “Benedetta tu fra le donne”. E qui questo brano contiene una dozzina di citazioni bibliche (questa parte è tratta dal libro dei Giudici dove si tratta della benedizione di Giaele, una delle grandi donne di Israele).

“E benedetto il frutto del tuo grembo!” Questo è clamoroso! Una sola volta nell’antico testamento si parla del frutto del grembo, ma si riferisce ad un uomo, all’uomo che è fedele al Signore. Questa volta l’evangelista l’attribuisce a Maria, una donna.

E si chiede: “A che cosa devo che la madre del mio Signore”, cioè del Messia, “venga da me?” Qui l’evangelista scrive questa narrazione tenendo presente un grande episodio della storia di Israele, quando l’arca che conteneva le tavole dell’alleanza fece sosta in casa di una persona. E anche questa persona si meravigliò (il tale è Arauna) dicendo: “Perché il re mio Signore viene dal suo servo?”

“Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia”, letteralmente di esultanza, “nel mio grembo”.

Ed ecco la prima beatitudine del vangelo: “E beata colei che ha creduto …”.

Se Elisabetta proclama beata Maria perché ha creduto, c’è anche un velato rimprovero al marito Zaccaria che, invece, non ha creduto. “E beata colei che ha creduto nell’adempimento”, cioè nel compimento di ciò che il Signore le ha detto: la vergine Maria ha creduto al disegno di Dio e viene proclamata “beata”.

È la prima beatitudine con la quale si apre il vangelo; l’ultima la troveremo nel vangelo di Giovanni: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno”.

In queste due beatitudini si racchiude l’esistenza di Maria. Qual è il significato di questa beatitudine? Maria ha compreso – e se la chiesa ce la propone come modello di credente questo è valido anche per noi – di essere all’interno di un unico straordinario progetto d’amore. E che tutto quello che incontrerà nella vita, tutto ciò che capiterà nella vita, sia nel bene che nel male, serve soltanto per realizzare questo progetto.

Ecco la Maria che la chiesa ci propone come modello dei credenti.

 

 

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