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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (1Sm 1,20-22. 24-28)

“Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele, ‘perché – diceva – al Signore l’ho chiesto’”. Il Signore esaudisce la sua preghiera e le concede un figlio maschio, togliendole l’infamia della sterilità che pesava fortemente su di lei.

Anna non accolse l’invito del marito di accompagnarlo per soddisfare il voto fatto, adducendo la necessità di attendere allo svezzamento del bambino e, nello stesso tempo, si fa spazio nella sua coscienza la convinzione che il dono deve ritornare al donatore. Perciò ella stessa lo condurrà “a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre”.

Elkanà è un padre e un marito cosciente della sua missione e dell’impegno di rendere culto a Dio per il dono ricevuto. Tale coscienza, e l’azione corrispondente, sono di grande importanza per l’identità della famiglia; infatti costituiscono le fondamenta di un futuro solido e soddisfacente nelle circostanze o difficoltà specifiche della vita giornaliera.

Non è difficile percepire i sentimenti e lo stato d’animo di Anna per la nascita del figlio tanto desiderato, dopo l’umiliante sterilità e l'aver sopportato, con essa, l’arroganza e la prepotenza della seconda moglie del marito, al quale quest'ultima aveva dato dei figli.

L’attenzione al dono, e la necessità che non manchi nulla al bambino, unita al buon senso, hanno fatto sì che Anna non accolga la richiesta del marito di andare “a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e soddisfare il suo voto. Anna non andò (…) Non verrò, finché il bambino non sia svezzato’”.

Anna, nella sua immensa gioia, non perde di vista che il bambino è dono di Dio e che pertanto, in primo luogo, deve essere restituito con la stessa modalità di dono. È un atteggiamento magnanimo e sorprendente perché è normale che una madre prenda “possesso” del figlio che gli appartiene inseparabilmente, partendo dal presupposto che “è mio figlio!”. Tale comportamento, caratteristico dell’esclusivo sentimento di possesso, dimentica o mette in secondo piano la realtà del dono di Dio, e non permette la dovuta distanza dal possesso esclusivo ed escludente.

Anna compirà la promessa ben oltre quello che normalmente è richiesto in tali circostanze: “Dopo averlo svezzato, lo portò con sé (…) e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo (…) per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”.

La decisione e la determinazione di Anna di anteporre il ritorno del dono a Dio rispetto ai propri sentimenti è accettare il distacco della sua presenza nella vita famigliare. È uno spaccato della qualità del suo rapporto con il Signore.

Accompagnare il processo di crescita è comune, gioioso e doveroso per ogni madre. Ritornare a Dio il dono ricevuto è tutta un'altra storia! Perché, esaudita nella preghiera,  Anna entra nella stessa sintonia e afferma: “Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”.

Ella insegna come il dono, per mantenersi tale, non può divenire possesso, ma deve essere devoluto per il bene del donante, del ricevente e del dono stesso. Nel caso non si tratti di una persona (i beni materiali quali abilità, competenza professionale o altro) devono essere condivisi nell’ordine della gratuità e del disinteresse, senza secondi fini. In tal modo si arricchisce il donante e il ricevente nello sviluppo, e crescita, della comunione fraterna.

Il dono devoluto – il figlio – è regalo per tutta l’umanità, e tale dinamica rende veramente felice e piena l’esistenza. Invece il possesso, contrariamente a quanto si possa credere,  svuota la forza e il potere rivitalizzante, distrugge l’aspetto profondo del dono stesso, genera morte. Purtroppo, la cultura dominante spinge al possesso e la condivisione ha spazi molto ristretti e localizzati, il più delle volte circoscritti nell’ambito della famiglia, degli amici e con le persone affini.

In generale, le comunità cristiane non sono famiglie, nel senso che Dio non desidera  spazi per servizi religiosi, supermercati dove prendere quel che occorre – sacramenti, celebrazioni cultuali per soddisfare il sentimento religioso, ecc., – pagandone il relativo prezzo. Questi spazi, in ogni caso, sono anche luoghi di istruzione e di erudizione sulla parola di Dio, in risposta agli interrogativi della vita. Ma devono anche essere luoghi di apertura, di comunione fraterna, di condivisione dei beni. La vita e l’esistenza sono veramente tali se elaborate nell’orizzonte del dono che fa intravedere la filigrana dell’autenticità: il farsi del regno di Dio, l’immergersi nel suo amore e nella sua presenza.

“E si prostrarono là davanti al Signore”, alla presenza del Dio della vita, che si manifesta nell’esistenza di ogni persona, o comunità di persone – famiglia di Dio – vissuta come dono di sé, affinché tutti abbiano vita in abbondanza.

La radice è nell’amore che Dio stesso promana nei riguardi di ogni persona e dell’umanità intera, consegnando il Figlio come maestro e cammino di vita, come testimonia la seconda lettura.

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.

Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.

Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

 

2a lettura (1Gv 3,1-2.21-24)

Con l’evento Gesù Cristo, per gli effetti della sua morte e risurrezione, siamo di figli nel Figlio: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”. L’enfasi evidenzia il grande, sorprendente e immeritato dono che, opportunamente meditato e interiorizzato, sintonizza il credente con l’amore di Dio, con la vita eterna.

L’essere figlio di Dio non si esaurisce nella realtà individuale ma abbraccia la dimensione comunitaria e l’umanità intera, nel senso che il credente si percepisce parte integrante e inseparabile di esse. Con tale rapporto la sua vera personalità è posta in continua formazione, in permanente processo di crescita (o nel suo contrario, in dipendenza dall'accettazione di riferimenti contrari e liberamente scelti).

Egli raggiungerà l’apice della sua realizzazione con “il ritorno” del Risorto alla fine dei tempi, per cui l’apostolo afferma: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è”. In altre parole, è posto fra il “già” e il “non ancora”, nella dinamica dell’amore che Gesù ha espressamente comandato: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12).

Il divenire e il processo richiedono il fare propria tale dinamica, che rende sempre più somiglianti a Gesù Cristo. La persona creata a immagine e somiglianza di Dio, entra nel  processo per il quale l’immagine si fa sempre più somigliante o, al contrario, più sfigurata, in correlazione all'assunzione o al rifiuto del corso evolutivo.

A tal fine è necessaria la fiducia nell’insegnamento, nella pratica e nello stile di vita di Gesù per la causa del regno di Dio, motivo della sua incarnazione. È necessario, dice l’apostolo, “che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato”.

Credere nel nome consiste nel dare fiducia alla sua persona. Perciò l’autore, nella lettera agli Ebrei, insisterà sul mantenere gli occhi fissi su Gesù: “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (12,2). Per conoscerlo sempre più, e meglio, è doveroso imitarlo nell’amore da lui praticato e insegnato, amare come lui stesso ha amato e continua ad amare. In tal modo i cristiani si pongono nella verità, fanno la verità, condizione indispensabile per ascoltare e comprendere la sua Parola. In caso contrario il loro sarà un semplice udire, una semplice conoscenza di informazioni che non coinvolge nell’azione la propria vita.

L’effetto positivo è la sorprendente comunione con Dio: “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui”. È il culmine dell’esperienza veramente umana, perché in essa la persona trova la soddisfazione completa per tutto ciò a cui aspira e desidera, anzi va molto oltre, in virtù della esorbitante e trasbordante misura del dono.

L’attore invisibile del processo è lo Spirito Santo: “In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. In merito allo Spirito, Gesù afferma: “dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,38). Ecco da dove proviene il coraggio, l’ardire, l’audacia di prendere iniziative tese all’incontro sincero, fraterno e cordiale, avendo come meta il bene dell’umanità, della collettività e della creazione.

Da qui nasce la creatività pastorale, il nuovo mondo e, con esso, l’avvento dinamico del regno di Dio verso la meta definitiva, quando lo stesso regno sarà impiantato definitivamente dal Padre. Verso tale meta Gesù è orientato fin dal momento in cui è riconosciuto come adulto dalla comunità d’Israele, come racconta il vangelo odierno.

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.

Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.

Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.

Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

 

Vangelo (Lc 2,41-52) – integrato dalle considerazioni di Alberto Maggi

Secondo le norme della Legge, al compimento dei dodici anni l’adolescente era riconosciuto come adulto a tutti gli effetti (maggiorenne) e, quindi, capace, da quel momento, di comprendere e manifestare la Legge. Prima di tale momento non aveva alcun peso sociale ed era equiparato a uno schiavo ebreo, totalmente sottomesso all’autorità paterna anche se, tuttavia, era considerato un soggetto importante, perché futuro cittadino.

A questo momento di vita si riferisce il testo evangelico.

Nella sua condizione di adulto, Gesù ha preso le distanze dalla semplice sottomissione e controllo dei genitori. L’accaduto segna l’inizio della nuova condizione di uomo, di adulto e, come tale, intraprende il cammino e l’attività corrispondente alla propria inclinazione o vocazione.

Nell’andare in carovana a Gerusalemme per la Pasqua, uomini e donne viaggiavano separati: i figli stavano con uno dei due genitori e, solo alla sera, si riunivano.

Tornando verso casa, Maria e Giuseppe si accorgono dell’assenza di Gesù. Dopo averlo cercato affannosamente ritornano a Gerusalemme e, dopo averlo ritrovato, Maria gli dice: “Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”.

Smarrire un figlio è un motivo di angoscia più che comprensibile ma, quella circostanza porta Gesù a farla diventare un momento decisivo e irreversibile per la sua persona e il suo futuro, con parole sorprendenti e determinate: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.

La domanda sembra retorica, se non fosse per quello Gesù che specifica riguardo all’obbligo di occuparsi delle cose “del Padre mio”, per il quale è stato inviato.

Gesù non appare per nulla turbato o rattristato per la preoccupazione dei genitori; ha coscienza del legame con il Padre, la condizione di adulto, la fermezza e la determinazione per la sua missione.

Per il credente di tutti i tempi l’aver raggiunto la maggiore età. dal punto di vista del discepolato, comporta l'assunzione della stessa determinazione nell’evangelizzare. Evidentemente non si tratta di trascurare o disattendere l’affetto e l’attenzione che si deve ai genitori, ma di porre al primo posto il servizio alla causa del regno, anche a costo di suscitare la loro angustia. La posta in gioco è la maturità cristiana, vincolata a quella psicologica, etica e sociale: in altri termini, la crescita della persona sotto tutti gli aspetti.

“Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio”. L'uso del termine “tre giorni” è un riferimento al momento decisivo dell’intervento ultimo e definitivo di Dio, che dirime per sempre le questioni. Lo incontrano nel tempio, nella casa di Dio e tutto ciò allude all’incontro del Crocefisso nella gloria di Dio, trasformato e realizzato pienamente per la risurrezione.

I genitori “non compresero ciò che aveva detto loro”, anche perché la sua risposta è collocata in tutt’altra lunghezza d’onda, “seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”.

Non si sa di cosa parlassero e le rispettive argomentazioni, ma la reazione di stupore e ammirazione riportata dall'evangelista rimanda ad aspetti rilevanti riguardo alla missione, al futuro. Ascoltare e fare domande riguardo alle cose di Dio è stare nel tempio, alla presenza di Dio, è entrare nello spazio dell’incontro con Dio, è approfondire il mistero e la volontà di Dio, motivo di crescita e forza per mantenersi nel cammino corretto.

In quest’ottica, la vita familiare incontra, in questa celebrazione festiva, elementi di grande importanza per valutare e confrontare il proprio vissuto e la missione che il Signore gli ha affidato.

A seguire l’interessante e suggestivo commento di Alberto Maggi.

Ogniqualvolta leggiamo il vangelo dobbiamo sempre tenere presente, per comprenderlo, che non riguarda la cronaca, ma la teologia, cioè non ci riporta una serie di fatti, ma la verità. Quindi non riguarda tanto la storia, ma la fede. Ecco perché sono sempre molto attuali.

Il brano trasmette la grande resistenza e la grande delusione del popolo di Israele nei confronti di Gesù, perché Gesù non segue le tradizioni dei padri, ma instaura una relazione completamente nuova. I suoi genitori … Tutti i personaggi che sono in questo brano sono anonimi. L’unico che ha nome è Gesù. Quando un personaggio è anonimo significa che è rappresentativo. Allora l’evangelista non ci vuole indicare tanto Maria e Giuseppe, ma tutto il popolo di Israele.

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Sono le tre grandi feste nelle quali bisognava salire a Gerusalemme: la Pasqua, la Pentecoste e le Capanne. Quando egli ebbe dodici anni… perché questo particolare? Perché l’evangelista rivede nella figura di Gesù uno dei grandi profeti della storia di Israele, il profeta Samuele che, secondo la tradizione, anche lui incominciò a profetare all’età di dodici anni.

Vi salirono secondo la consuetudine alla festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Può sembrare strano: come è possibile che Gesù rimane e i genitori non se ne accorgono? Perché i genitori sono fortemente convinti che il figlio li segua; il figlio deve seguire le orme dei padri. Ma, questa è la novità che Gesù ci presenta.

Credendo che egli fosse nella comitiva fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; E non trovano Gesù. Non avendolo trovato, tornano in cerca di lui a Gerusalemme.

Può sembrare appunto strano che questa famiglia non si accorga dell’assenza di Gesù. L’evangelista, all’inizio del suo vangelo, annunziando la nascita di Giovanni Battista, aveva detto che sarebbe venuto a portare il cuore dei padri verso i figli. Ed era una citazione del profeta Malachia, che continuava: il cuore dei figli verso i padri.

Luca omette questa seconda parte. È l’antico, il passato, che deve comprendere il nuovo, non il nuovo che deve seguire il passato.

Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri. Sono i maestri della legge. Il fatto che Gesù sia nel mezzo richiama la sapienza di Dio, secondo il Libro del Siracide, dove si legge: la sapienza loda sé stessa, si vanta in mezzo al suo popolo.

Quindi Gesù è immagine della sapienza di Dio.

Mentre li ascoltava… E non solo… e li interrogava. A dodici anni lui interroga i maestri della legge e tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore. Si traduce con “stupore”, ma l’evangelista adopera un’espressione che indica una meraviglia irritata: erano sconvolti dalle risposte di Gesù. Per la sua intelligenza e le sue risposte.

Ecco, a quanto pare non solo interroga, ma fornisce risposte. Ed ecco l’incidente. Al vederlo restarono stupiti (letteralmente, sbigottiti) e sua madre gli disse….. Qui Maria, la madre di Gesù, come dicevo non è presentata con il nome in quanto è rappresentativa del popolo di Israele, commette due errori.

Per prima cosa lo chiama “figlio”, e il termine adoperato significa “bambino mio”, cioè qualcuno su cui io ho un diritto, un potere. “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ed ecco il secondo errore: “Ecco, tuo padre … quindi si riferisce alla figura di Giuseppe … e io, angosciati, ti cercavamo”.

Ora la risposta di Gesù. L’unica volta in cui Gesù, in questo vangelo, si rivolge alla madre, è per una parola di aspro rimprovero. E, indubbiamente, la madre avrà ricordato la profezia di Simeone nel tempio quando le disse: “A te una spada attraverserà la tua vita”, e la spada è la parola del Signore.

Infatti Gesù risponde: “Perché mi cercavate? Non sapevate (quindi è qualcosa che avrebbero dovuto sapere) che io devo …”. Il verbo “dovere” in questa particolare forma indica la volontà di Dio.

“Devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Mentre la madre gli ha detto: “Tuo padre e io angosciati ti cercavamo”, Gesù dice, no, io devo occuparmi del Padre mio. Suo padre non è Giuseppe.

Cosa vuole dire Gesù? Che lui non segue i padri, il passato, ma segue il Padre, colui che fa nuove tutte le cose. Naturalmente essi non compresero ciò che aveva detto loro. Perché non comprendono? Chi guarda al passato non può comprendere il nuovo che avanza.

Scese dunque con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso. E qui si apre uno spiraglio, una speranza per Maria, come già nell’episodio dei pastori, Maria non ha capito: anche lei è sconvolta da questa grande novità.

Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. Il cuore indica la mente, la coscienza. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. Esattamente come il profeta Samuele che, come scritto nella Bibbia, cresceva anche lui con questa sapienza.

Ebbene il brano termina con una speranza per Maria. Ella incomincia il suo processo di crescita che la porterà, da essere madre di Gesù, a discepola del Cristo.

 

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