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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 60 1-6)

Adempiute alcune condizioni, quali “Alzati, rivestiti di luce, (…) costoro che si sono radunati vengono a te (…) Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore”, si accederà ad un'esperienza molto gratificante, che soddisfa il senso profondo e vero dell’esistenza di ogni uomo e il giubilo del popolo. L’esperienza è quella che, per diversi cammini in sintonia con la specificità della propria cultura, lingua e nazione, tutti desiderano e sognano di vivere.

Tale desiderio si acuisce ancora più, in considerazione che “la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli” (metafora delle condizioni di sofferenza, disagio, sconcerto e non senso dell’esistenza, che non intravede una via d’uscita o la speranza di un futuro migliore).

Ebbene, la città santa – Gerusalemme, centro religioso e sociale della nazione – rivestita di luce, “perché viene la tua luce, la gloria del Signore (…) su di te risplende il Signore, la sua gloria apparirà su di te”, sarà motivo di salvezza per tutti i popoli che accorreranno a lei, e motivo d’immensa soddisfazione e gioia d’Israele.

Ecco, allora, il comando: “Alzati, rivestiti di luce”, cioè lasciati alle spalle le tenebre e la nebbia di una vita ingannevole e falsa – seduttrice di promesse che non vengono mantenute e che getta e mantiene le persone e la città nelle tenebre del male e della sofferenza -.

È la luce che illumina la persona e la città stessa: “È in te la sorgente della vita, nella tua luce vediamo la luce” (Sl 36,10). Essa proviene dal Signore; illumina e rigenera il credente, ispira e sostiene un comportamento personale e sociale in sintonia con il diritto e la giustizia che provengono dall’Alleanza, in modo che “su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te”.

Di conseguenza, “Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere”. La forza espressiva e attrattiva della città e dei suoi abitanti sarà di tale intensità e soddisfazione: “Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te”, al punto da rimanere sorpresi e meravigliati da tale adesione.

Nei convenuti si riconoscerà che “I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio” per la fama dell’evento che ha raggiunto i punti più lontani della terra, dove emigrarono i figli di Gerusalemme.

La gioia del loro ritorno sarà grande, come lascia capire la metafora delle figlie portate in braccio.

La gioia e l’emozione saranno tali che “palpiterà e si dilaterà il cuore”, anche perché “verrà a te la ricchezza delle genti”. Si renderà visibile l’avvento del regno di Dio, l’universalità della salvezza per tutti i popoli, il benessere e l’armonia fra le genti.

Pertanto, accogliere il comando del Signore di alzarsi, rivestirsi del dono della luce, aprire gli occhi per percepirsi avvolti dalla luce e vivere coerentemente in sintonia con le indicazioni e i termini dell’Alleanza significa collaborare, mettersi a disposizione del disegno di Dio in ordine alla salvezza dell’umanità intera, del creato e di se stessi.

Ecco, allora, le nazioni condivideranno le loro ricchezze: “Uno stuolo di cammelli ti invaderà (…) tutti verranno da Saba – all’estremo del mondo – portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore”. Allora, impiantata la dinamica e il processo per il quale la pace e l’armonia fra i popoli, la fraternità universale sarà segnale e riconoscimento della presenza del Signore. L’evento includerà la condivisione fraterna dei beni materiali, necessari per la dignitosa vita di ogni giorno – preziosa come l’oro -, unitamente alla lode a Dio, come l’incenso che rappresenta la preghiera, a lui gradita, che sale a Dio.

La nuova Gerusalemme è la comunità dei credenti in Gesù Cristo. Essa ha la missione propria del fermento, del sale e della luce, in modo da unire tutti i popoli, nel rispetto delle diversità di culture, lingue e fedi, nell’armonia del regno di Dio, seguendo lo stile di vita e la filosofia di Gesù, presente in modo singolare e specifico in esse. Questa caratteristica permette di capire il senso e la finalità della “ricapitolazione in Cristo” (Ef 1,10) di tutti e di tutto.

Si è ancora lontani dalla meta, anche se passi espressivi, dentro e fuori della chiesa, sono stati fatti riguardo al senso di appartenenza e all’azione corrispondente nel procedere verso un mondo dove regni la giustizia e la fraternità. Allo stesso tempo sono anche sorti nuovi ostacoli e opposizioni, motivati dalla seduzione del potere e dal dominio del male sotto diverse forme.

In ogni caso, è proprio della comunità dei credenti non demordere dall’obiettivo, rafforzando sempre più, e con maggiore convinzione e tenacia, il fondamento, il dono e il senso della propria esistenza, per fare dell’umanità la grande famiglia di Dio, secondo le indicazioni della seconda lettura.

 

2a lettura (Ef 3,2-3a.5-6)

Il desiderio di Paolo è che i destinatari della lettera sappiano in cosa consiste il “ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore”. Si riferisce alla sua azione pastorale nel trasmettere la grazia, il dono che Dio ha fatto a tutta l’umanità per mezzo del Figlio.

L’apostolo afferma che tale servizio è conseguenza del fatto che alla porta di Damasco – luogo della sua conversione da persecutore ad apostolo – “per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero”. Come “timorato di Dio” – credente preoccupato di servirlo nel migliore di modi e scrupoloso esecutore della Legge nell’ambito dell’insegnamento della teologia del gruppo dei farisei – inaspettatamente, e in modo dirompente, Dio gli ha manifestato la realtà sconvolgente del suo amore per mezzo del Figlio, “che mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Gal 2,20), affinché lo trasmetta e coinvolga in esso i destinatari della sua predicazione e testimonianza.

A questo si riferisce Paolo riguardo alla conoscenza del mistero, o meglio, dell’esperienza di sentirsi amato, perdonato della sua incredulità riguardo all’azione del Gesù storico, reso giusto davanti a Dio Padre per la consegna alla causa del regno, in modo che i destinatari percepiscano la radicale trasformazione in loro stessi nel partecipare della realtà divina, della vita eterna, come eredi della gloria di Dio già nel presente, caparra di quella futura alla fine dei tempi.

Annuncia e testimonia una novità assoluta perché la conoscenza di tale mistero “non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni”. È una situazione inedita, assolutamente inaspettata, che sconvolge tutto quel che riteneva di conoscere su Dio e sulla sua azione a favore dell’umanità e del creato.

Paolo ne è rimasto così scosso e frastornato che c’è voluto del tempo per riprendersi e rendersi conto della portata dell’accaduto. Anche se poi, in eventi successivi, Dio non ha mancato di sorprenderlo in diversi modi e circostanze.

Orbene, Paolo afferma che quel che non è stato manifestato in precedenza, “ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito”. Lo Spirito ha risorto Gesù dai morti e l’ha costituito per sempre Cristo – Gesù Cristo -; è anche lo Spirito di Cristo che agisce, illumina, sostiene, dà forza e coraggio ai membri della comunità, agli apostoli ed ai profeti affinché possano continuare la missione del Maestro per la causa del regno.

La trasformazione personale e l’impeto missionario, inscindibili, costituiscono la “grazia di Dio”, il dono della vita nuova, della partecipazione all’azione ricreatrice di Dio sull’umanità. Alla “grazia di Dio” è annessa la dinamica del regno, la vita eterna; essa è come una spirale che si espande infinitamente, come lo è lo stesso amore e realtà di Dio.

Perciò lo Spirito rende manifesto a tutti “che le genti sono chiamate, in Gesù Cristo, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo”. Il vangelo, in quanto mezzo, consiste nell’annunciare e proclamare solennemente che l’evento Gesù Cristo – la sua persona, l’insegnamento, lo stile di vita, la morte e risurrezione – è a favore di tutti gli uomini, indipendentemente dalla razza, lingua, nazione e religione. Perché, nella sua umanità, il Figlio ha rappresentato tutti davanti al Padre e l’ha fatto come chi ha piena fiducia nell’avvento del regno nella sua persona, perdonando con il suo sangue l’incredulità dei rappresentati.

Più ancora, l’aver fiducia in Cristo, e nella causa del regno, distrugge e cancella nel credente la sfiducia di prima – il peccato – e genera la comunione in Lui, ossia sancisce quello specifico rapporto per il quale Lui è nel credente, e viceversa. Tale coscienza sostiene la dinamica e l’impeto missionario di rendere partecipi gli altri nella dinamica per la quale, trasmettendo il dono ricevuto, lo stesso si consolida, si espande e cresce nell’amore, che è Dio stesso.

Per aderire a Cristo e rimanere fedeli a Lui – processo inesauribile, ovviamente – occorre seguire la luce della Parola, ovvero dell’amore universale, la cui ampiezza e profondità coinvolge l’umanità intera. La sorpresa di tale prospettiva è nel vangelo, con la vicenda del Magi, che lascio al commento di Alberto Maggi.

 

Vangelo (Mt 2, 1-12) – adattamento del commento di Alberto Maggi

Per gustare a pieno il testo si esige uno sforzo da parte nostra: prendere le distanze dalla tradizione e dal folclore e anche dall’immagine – bella di per sé – del presepio. Vediamo infatti cosa ci scrive Matteo.

“Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode”. Erode è un re illegittimo, perché non aveva sangue ebraico nelle vene e, quindi, non poteva essere re degli ebrei. Ed era talmente sospettoso che qualcuno gli potesse prendere il trono che arrivò a uccidere i suoi stessi figli.

Ed ecco. Quando c’è questa espressione – “ecco” – l’evangelista attira l’attenzione per qualcosa di imprevisto, qualcosa di improbabile che appare. Ecco alcuni Magi, letteralmente “maghi”. Chi sono questi maghi che vennero da Oriente, cioè dei pagani?

Con il termine mago si intendeva, a quel tempo, l’indovino, ma anche l’ingannatore, l’astrologo, ma anche il corruttore e il ciarlatano. Era, comunque, un’attività proibita nella Bibbia. Nel libro del Levitico viene proibita severamente l’attività di mago, e anche nel cristianesimo non godrà di buon nome, tanto che nel primitivo catechismo della chiesa cristiana, che si chiama Didaché, l’attività di mago verrà collocata tra il divieto di rubare e quello di abortire.

Quindi abbiamo, in quanto maghi, persone disprezzate anche dalla Bibbia e, in quanto pagani, i più lontani da Dio. L’evangelista vuole significare che l’amore universale di Dio si estende ovunque, non soltanto per la sua estensione, appunto, ma anche per la sua qualità: l’amore di Dio è per tutti, anche per le categorie che possiamo pensare come più lontane o disprezzate.

“I Magi vennero da oriente a Gerusalemme”, e sbagliano posto. Vanno nel luogo meno adatto per trovare Gesù. A Gerusalemme, la città santa, Gesù non nasce. A Gerusalemme il figlio di Dio sarà ammazzato, messo a morte.

E dicevano: “Dov’è colui che è neonato, il re dei Giudei?” L’evangelista contrappone Erode, re dei Giudei, a Gesù, il neonato re dei Giudei. Abbiamo visto spuntare la sua stella, letteralmente abbiamo visto la sua stella da Oriente. Questa stella, di cui parla Matteo, non va cercata nel cielo ma nella Bibbia. Infatti l’evangelista si rifà ad una profezia contenuta nel libro dei Numeri dove Balaam, un indovino, profetizza: “Una stella sorge da Giacobbe, uno scettro si eleva da Israele”. Quindi non è un avvenimento che accade nel cosmo, è un avvenimento teologico quello che l’evangelista ci vuole segnalare.

Più avanti ne avremo la conferma. A quel tempo si pensava che, quando una persona nasceva, sorgeva anche una nuova stella, che poi si sarebbe spenta il giorno della sua morte.

“E siamo venuti ad adorarlo. All’udire questo il re Erode restò turbato”. E si capisce! Il re Erode è un uomo che ha usurpato il trono e ha paura di perderlo. Ma sorprende il seguito: “e con lui tutta Gerusalemme”. Anche Gerusalemme resta turbata, spaventata, perché Erode ha usurpato il trono, Gerusalemme ha usurpato il ruolo di Dio. Quindi Erode ha paura di perdere il trono, ma Gerusalemme ha paura di perdere il tempio, dove presenta un’immagine di Dio falsa, che non corrisponde per nulla al Padre che Gesù presenterà.

“Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo”, cioè il messia. È questo che Erode teme, il messia liberatore. Erode lo teme e Gerusalemme non lo attende.

Gli risposero – i capi dei sacerdoti e gli scribi, quindi l’élite sacerdotale e teologica – “A Betlemme di Giudea perché così è scritto per mezzo del profeta”. Vediamo che l’evangelista è polemico. La conoscenza della scrittura non è garanzia di conoscenza del Signore. Una conoscenza che non si traduce nella vita è sterile, nociva, come in questo caso. E qui l’evangelista cita, modificandola, una profezia contenuta nel libro del profeta Michea, (Cap. 5): E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo” … Michea aveva scritto “dominatore”, ma l’evangelista censura questo termine.

Gesù non sarà un dominatore, ma Matteo sostituisce il termine con “capo”, colui che guida, che conduce. E, per farlo comprendere meglio, aggiunge alla profezia di Michea un’espressione estratta dal secondo libro di Samuele: “che sarà il pastore del mio popolo Israele”. Quindi Gesù non dominerà, ma sarà il pastore, colui che cura il bene del suo gregge.

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella. È preoccupato che altri possano aver visto questo segno che indicava la nascita del re dei Giudei.

E li inviò a Betlemme, e qui l’evangelista ci presenta un’immagine del potere che è sempre menzognero e assassino. È menzognero perché impone, con la menzogna, il suo potere, e assassino perché difende il potere con la violenza.

Infatti, Erode dice: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino, e quando l’avrete trovato, fatemelo sapere perché anch’io venga ad adorarlo”. In realtà lo vuole eliminare. Il potere è sempre menzognero e assassino. L’evangelista ci invita a prenderne le distanze.

Udito il re, essi partirono. Ed ecco – qui c’è di nuovo la sorpresa – la stella che avevano visto in Oriente li precedeva. Loro non hanno seguito la stella per andare a Gerusalemme, hanno visto sorgere la stella, ma hanno sbagliato strada.

Allora, questa volta, la stella ha il ruolo simile a Dio che, nel deserto, guidava il suo popolo, come il pastore che guida il suo gregge. È la stella che li guida; infatti li precedeva, finché giunse a destinazione e “si fermò sopra dove si trovava il bambino”.

È chiaro che l’evangelista non è così ingenuo da presentare un astro che si muove e si ferma in un luogo: è impossibile che una stella possa indicare dove sta un bambino. Quindi, come abbiamo detto all’inizio, questa stella non va ricercata in cielo, nel cosmo, ma nella Bibbia. “Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima”. È la prima volta che appare l’espressione di una grande, incontenibile gioia. L’ultima volta apparirà nelle donne, nell’incontro con il risuscitato.

I pagani e le donne sono i più distanti da Dio, secondo la concezione dell’epoca, eppure sono quelli che lo riconoscono e lo accolgono. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre (l’evangelista presenta la coppia regale), si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono … I doni dei maghi sono simbolici e indicano che non c’è più un’esclusività di un popolo, Israele, ma una possibilità per tutta l’umanità.

Infatti, offrono oro, che era simbolo della regalità. L’evangelista vuole anticipare il fatto che il regno di Dio sarà anche per i pagani. Non c’è più il regno di Israele, limitato a una nazione, a un popolo, a una religione, ma il regno di Dio, l’amore universale per tutti, anche per i pagani.

Offrono incenso. L’offerta dell’incenso era riservata ai sacerdoti. La caratteristica esclusiva di Israele era di essere un popolo sacerdotale, cioè di avere contatto con Dio. Anche questa prerogativa non sarà più solo del popolo di Israele, ma essere popolo sacerdotale – nel senso di comunicazione diretta con Dio – sarà per tutta l’umanità.

Infine, offrono mirra, che era il profumo della sposa. La si trova nel Cantico dei Cantici. Ebbene il privilegio di Israele di essere considerato la sposa di Dio non è più soltanto per questa nazione, ma per tutta l’umanità.

Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. “Per un’altra strada” è un’espressione molto rara che troviamo nella Bibbia, nel primo libro dei Re, in cui indica il santuario di Betel dove veniva adorato il vitello d’oro. L’evangelista vuole indicare che ormai Gerusalemme è una città idolatrica, dalla quale bisogna prendere le distanze.

 

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