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di Pier Paolo Tassi* – 11 Gennaio 2019

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Stop alla protezione umanitaria. È questa la novità più rilevante introdotta dal titolo I del decreto Salvini su immigrazione e sicurezza, dedicato alla riforma del diritto di asilo e dell’accoglienza istituita in Italia nel 1998 e regolata dall’articolo 5 comma 6 del testo unico sull’immigrazione 286/98. Questa forma di tutela veniva ad affiancarsi alle protezioni internazionali  (asilo politico e protezione sussidiaria) già previste dalla convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.

Grazie alla protezione umanitaria, era consentito alle questure il rilascio ai cittadini stranieri di un permesso di soggiorno per motivi umanitari di durata variabile dai sei mesi ai due anni e rinnovabile, laddove, pur non sussistendo i presupposti per riconoscere una protezione internazionale, fossero ravvisati “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”.

Nella pratica dell’esame delle domande di asilo, confluivano tuttavia in questa casistica – come recita la circolare ministeriale del 4 luglio scorso, che anticipava la “filosofia” del decreto – “una varia gamma di situazioni collegate allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto personale, alle traversie affrontate nel viaggio verso l’Italia, alla permanenza prolungata in Libia”, ma anche prove che certificassero l’avvenuta integrazione del richiedente, per il quale la tutela umanitaria diventava strumento premiale.

In parole povere, fino all’entrata in vigore del decreto, era norma riconoscere una forma di protezione al richiedente che indipendentemente dai motivi di fuga dal paese di origine, fosse stato vittima in un paese di transito (in genere la Libia), di torture, prigionia ingiustificata (le carceri libiche contengono all’incirca 70-90 persone per stanza), violenza grave o schiavismo.

Non solo, per chi in Italia avesse dimostrato, tramite lavori socialmente utili, buon livello di alfabetizzazione italiana o contratti di lavoro, un buon livello di integrazione, spesso la scelta dei giudici era orientata a riconoscere la protezione umanitaria come premio per il livello di integrazione maturato. 

Tra le tre forme di protezione previste dall’ordinamento italiano, quella umanitaria è la più diffusa se si pensa che – in termini percentuali – sulle oltre 427mila domande di asilo presentate in Italia nell’ultimo quinquennio, è stata riconosciuta nel 25% dei casi a fronte dell’8% di permessi di soggiorno per asilo e al 7% di protezioni sussidiarie (Fonte: Ministero degli Interni).

Con il decreto Salvini, appare chiara la volontà di circoscrivere i casi meritevoli di tutela umanitaria, con il richiamo ad una maggiore attenzione da parte delle Commissioni Territoriali affinché queste tutele vengano circoscritte a vulnerabilità oggettive e certificate (stato di salute gravemente compromesso; provenienza da paesi che si trovano in situazione di eccezionale calamità; atti di particolare valore civile), contrastando così la discrezionalità e un’interpretazione estensiva della casistica. Ed eliminando, contestualmente, il livello di avvenuta integrazione in Italia come elemento su cui fondare il riconoscimento di una forma di protezione.

“Un modo per orientare il lavoro delle commissioni, non direi per limitarlo perché non è tecnicamente possibile, ma sicuramente è un modo per orientarlo perché vengano ridotti almeno i riconoscimenti della protezione umanitaria” – ha commentato il già capo di gabinetto del Ministero dell’Interno, oggi presidente del Consiglio italiano rifugiati, Mario Morcone.

A corollario dell’abolizione della protezione umanitaria, viene meno per i richiedenti asilo il diritto all’accoglienza nel sistema SPRAR – “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati”. Trasformato dall’art. 12 del decreto,  il sistema di accoglienza in cui i Comuni italiani hanno un ruolo di primo piano a garanzia di standard qualitativi elevati, non sarà più un’opzione percorribile per tutti coloro a cui non sia stata riconosciuta una protezione internazionale – ovvero circa il 50% degli attuali 35.881 ospiti nello Sprar in tutta Italia, i quali dovranno dunque tornare nei Centri di Accoglienza Straordinaria.

Per l’Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione che ha replicato al testo del Decreto con un comunicato, è “lampante la volontà di restringere i diritti e le libertà degli individui e di creare nuove forme di tensione sociale. Se si vuole rafforzare il controllo di legalità sulla accoglienza dei richiedenti, ciò non può farsi smantellandol’unico sistema unanimemente ritenuto degno di tale nome, ovvero lo Sprar, a favore della pessima esperienza che complessivamente ci consegna l’analisi delle strutture straordinarie; l’incremento delle quali, fuori da ogni logica sistemica, non può che alimentare tensione sociale”.

Tensione sociale che l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), ha provato a quantificare, stimando che ai 70mila irregolari già previsti sul territorio italiano, con l’entrata in vigore del decreto, se ne aggiungeranno altri 60mila portando a quota 130mila gli irregolari in Italia nei prossimi due anni, con possibilità di rimpatriarne solo 6mila all’anno stante le attuali condizioni. I prodromi di una tempesta perfetta.

 

*Pier Paolo Tassi:  32enne laureato in filosofia, da tre anni mi occupo della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrivo di sociale sul quotidiano "Libertà" e non perdo occasione per frequentare i bassifondi. Ostinatamente dalla parte degli ultimi, verso i quali ho sempre nutrito curiosità e grande rispetto. Anche se a volte mi fanno veramente dannare.

 

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