Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Maggio: 2019
L M M G V S D
« Apr    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Login

Parole molto sentite di Lorenzo Tosa, giornalista e blogger, che sa spiegare bene attraverso ratio ed emozioni dove stiamo andando e cosa possiamo fare per non voltare la faccia all'orrore che ci circonda.

di Lorenzo Tosa* – 10 Gennaio 2019, pubblicato su Repubblica.it – Edizione di Genova

Fonte: http://www.generazioneantigone.it

 

Cara Repubblica,eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate di Palazzo Ducale, in quella piazza troppo grande, troppo tonda, per riempirla tutta.

Non sono più i tempi dei grandi raduni, eppure siamo ancora lì: i ragazzi di oggi, con la loro meravigliosa gioventù, e i ragazzi di ieri, che, nonostante tutto, hanno ancor voglia di esserci. Loro che pure il loro mondo, tra difficoltà indicibili e infinite contraddizioni, ce lo hanno consegnato intatto, e avrebbero pure il diritto di farsi da parte. E invece se ne stanno lì, ci mettono la faccia, la voce, qualche volta le urla, come un tempo – perché no – che quasi sono loro fisicamente a sorreggerti, a spingerti fisicamente, un centimetro alla volta, per riprendere in mano diritti sociali, civili e umani che la nostra generazione da sola non sa più difendere.

Eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate, e a un certo punto mi sono sfilato impercettibilmente per vederlo da fuori quel pezzo ostinato di umanità che si è dato appuntamento una sera di gennaio per dire no. “Not in my name”. Restiamo umani. No al decreto sicurezza. No ai porti chiusi. No al razzismo, no al sovranismo, no al populismo e ad ogni -ismo contro cui oggi, nel 2019, è tornato tremendamente urgente combattere.

Guardavo da fuori questa macchia indistinta di uomini e donne e non potevo fare a meno di chiedermi, in fondo, quale fosse l’unica vera grande battaglia che noi, questa generazione di resistenti, stiamo combattendo qui e ora. Finché quella parola totemica non è uscita fuori da sola, quasi spontaneamente: Anti-fascismo.

Che ci crediate o meno, non esiste oggi una parola più attuale di questa. Un manifesto altrettanto limpido da riuscire a tenere insieme le grandi conquiste di ieri e le oscure minacce di oggi.

Un simbolo che unisca, in un unico lunghissimo filo, l’odissea di 49 migranti in balia del Mediterraneo, il decreto più razzista e xenofobo della storia repubblicana, la coperta del senzatetto gettata via da un vicesindaco, i pestaggi squadristi di Acca Larenzia.

Eravamo tutti lì. Noi che abbiamo trascorso gli ultimi settant’anni inseguendo un qualche vago ma nitidissimo ideale di libertà, apertura, giustizia. E un po’ tutti, a un certo punto di questo viaggio, ci siamo convinti di aver camminato abbastanza a lungo, e abbastanza diritti, da esserne finalmente al riparo. E invece il fascismo è una bestia strana, lo sapeva bene Don Gallo. Attraversa epoche e continenti, se ne sta acquattato tra le pieghe della storia e, all’improvviso, ricompare dove meno te l’aspetti, con una capacità straordinaria di camuffarsi, mimetizzarsi, adattarsi ai tempi. Si annida nella testa delle persone, e lì resta, silente, anche per anni, quasi inconsapevole a se stesso (cit. Corrado Augias).

Appartengo a una generazione di mezzo che non è nata abbastanza presto da fiutare l’odore del fascismo prima che arrivi, né troppo tardi da non saperlo riconoscere, una volta arrivato. Però, se c’è una cosa che mi è chiara, è che non capiremo mai nulla del tempo in cui viviamo sino a quando non cambieremo le lenti con cui osservarlo.

Per anni abbiamo continuato a cercare il fascismo nei palazzi del potere, senza renderci conto che era già dentro di noi. Quando un ministro della Repubblica umilia pubblicamente e fa cacciare via dai suoi sgherri un ambulante africano la cui unica colpa è quella di vendere accendini, in quel momento non sta facendo altro che scimmiottare milioni di italiani che, in quelle esatte circostanze, si comportano e si sarebbero comportati allo stesso modo. Non siamo noi che imitiamo Salvini, è lui che sta imitando noi.

A interrogare con un minimo di spirito critico la storia del Novecento, è possibile scorgere alcuni tratti che la “middle class” europea consumista di oggi ha in comune con la piccola borghesia che ha prodotto la stagione dei totalitarismi. È un fatto di postura: il progressivo impoverimento del potere d’acquisto, la rabbia sociale, l’odio nei confronti del diverso, la creazione di un nemico sempre più chiaro e riconoscibile. Ma, se vi aspettate il ritorno dell’uomo forte al balcone o di una mascella sporgente, potete anche restarvene lì per sempre in una sorta di compiaciuto sollievo.

Letta così, sembra persino una buona notizia. La cattiva è che oggi non c’è alcun evidente bisogno di golpi notturni o assalti alla baionetta per assumere un potere quasi assoluto e, per certi versi, persino più soffocante di quello che per un ventennio e oltre ha puntellato le grandi dittature europee.

Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède, meglio noto come Montesquieu, l’aveva capito in tempi non sospetti. “Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia.” La dittatura non è più quella che calpesta o cancella le leggi, ma quella che se ne serve per i suoi scopi, in fin dei conti legittimandoli. E di colpo la mente va alla disobbedienza civile dei sindaci, alle tante persone comuni che oggi dicono no. Eravamo tutti lì, stretti stretti su quelle scalinate, e in fondo lo sapevamo, che quella campana è suonata da un pezzo, rimbomba nelle orecchie di un Paese stordito dagli slogan e dalla propaganda sovranista.

Chi prima, chi dopo, tutti l’abbiamo sentita rintoccare in questi mesi, quella campana, al punto che nessuno domani potrà dire: io no, io non lo sapevo. Non chiamatelo fascismo, se vi disturba, ma, quando lo incontrate, stavolta, vi prego, non voltatevi dall’altra parte.
 

Lorenzo Tosa* e *giornalista e blogger di “Generazione Antigone

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento