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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 62,1-5)

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo”. Gerusalemme è la città simbolo d'Israele e della storia del popolo, spesso infedele a Dio, ma anche dell'amore incessante del Signore che promette di restaurare a nuova vita il popolo e la città stessa.

Il comportamento fondamentale di Dio con il suo popolo è la fedeltà, conseguenza del suo profondo amore: “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada”. Al riguardo, il profeta utilizza l'immagine dell'amore tra lo sposo e la sposa: “Il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo (…) come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te”.

Il profeta manifesta l’immensa tristezza, e la sofferenza del Signore, nel constatare la deplorevole condizione in cui si è ridotta Gerusalemme, considerata come l’ombelico del mondo, il legame fra la terra e il cielo: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata”.

Il degrado, la devastazione e la deportazione del popolo in esilio sono motivo di dolore e di amarezza, in considerazione dello splendore del tempo antico e della missione, ormai fallita, che avrebbe dovuto svolgere a favore di tutta l’umanità. Il motivo della disgrazia è l’abbandono dell’alleanza, del cammino di giustizia e del diritto e l’aver abusato della Legge per fini e interessi della classe dirigente e dei notabili.

È una disgrazia che, purtroppo, si ripete continuamente nella storia dei responsabili della comunità, dei governanti. È la lotta fra bene e male, fra luce e tenebre, destinata ad accompagnare il vissuto personale e sociale con grano o zizzania, che crescono contemporaneamente fino alla fine del mondo.

Impressiona la determinazione, la fermezza nell'amore del Signore, per impiantare la giustizia che genera salvezza per tutti gli abbandonati, isolati, rifiutati dall’istituzione e diventare il contrario: essere l’ambito dell’accoglienza, del sostegno, dell’aiuto. Senza questi valori l'esistenza è come un deserto, un vuoto senza senso, la cui sofferenza e disagio è attuale sotto diversi aspetti e circostanze, e le cronache di ogni giorno ne evidenziano le drammaticità.

Impiantare il cammino di giustizia è la finalità dell’azione del Signore – il tesoro del regno di Dio – a favore dell’umanità e di ogni singola persona. Essa è sinonimo di salvezza, che risplende come lampada. La pratica della giustizia farà di Gerusalemme e del popolo eletto “una magnifica corona nella mano del tuo Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio”.

Egli sarà orgoglioso e soddisfatto del suo popolo e, più ancora. “… il tuo Dio gioirà per te”. Egli stabilirà per Gerusalemme una nuova condizione, per la quale “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia”.

Dio indica le condizioni affinché le persone e il popolo vivano nella pace, in armonia con tutto e tutti nella fraternità, solidarietà e responsabilità propria della famiglia di Dio.

A tal fine Dio li ha liberati dalla schiavitù dell’Egitto – sinonimo di dominio, di sottomissione al male e al peccato – condotti nella terra promessa, provvisti dei mezzi e condizioni di sussistenza, guidati dal codice dell’alleanza per vivere, in pienezza, la liberazione e la libertà dal male e dal peccato nell'avvento del regno di Dio.

In tal modo si compie l’azione di giustizia, espressione e manifestazione della gloria di Dio e del legame indissolubile con il Signore. “Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà”, per estendere a tutti il dono della salvezza nell’accoglienza della sua sovranità, portatrice della pace.

Il testo è un messaggio di speranza per il popolo che non intravede futuro e senso del proprio vivere. L’asse per rovesciare la situazione è la pratica della giustizia, per cui leggi, costumi sociali e religiosi sono rielaborati. Allora l’uomo non sarà l’avversario, l’aguzzino, lo sfruttatore dell’altro né della società e del creato. Sarà il fratello pronto ad attendere alle legittime necessità, nella misura delle sue possibilità e delle circostanze, per convivere con sentimenti che qualificano la corretta adesione alle attese del Signore, in modo che il profondamente umano esprima il divino.

Per il popolo e la persona è l’evento di luce che illumina il mondo e instaura il bene comune cui fa riferimento la seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 12,4-11)

Paolo argomenta riguardo ai diversi doni – i carismi -, ministeri e attività, attribuendoli rispettivamente allo Spirito Santo, a Gesù Cristo e a Dio Padre: “Fratelli, vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti”.

Ogni attività motivata dalla giustizia, per il bene della comunità, manifesta la presenza e l’attività di Dio Padre. Quando tale attività è svolta come servizio disinteressato e gratuito, senza secondi fini o interessi di lobby, segna la presenza del Figlio. E infine, quando il servizio usufruisce di doni specifici con creatività, coraggio e audacia in ordine al fine, è presente negli agenti la forza e la vitalità dello Spirito Santo.

Nell’azione a favore della giustizia concorre tutta la Trinità. Essa è condotta e sostenuta dallo Spirito Santo – la dinamica dell’amore – e manifesta la vera spiritualità delle persone e delle comunità in essa impegnate. Pertanto l’azione è vera e autentica spiritualità.

Perciò il famoso binomio – essere e poi agire – o la precedenza temporale dell’essere sull’agire è un modo di pensare non corretto in quanto l’essere e l’agire sono paragonabili alle due facce della stessa medaglia; sono inscindibili, pur mantenendo le loro specifiche caratteristiche e distinzioni.

La dinamica del rapporto, sostenuta dallo Spirito, assume diverse modalità in ordine alle circostanze e ai soggetti interessati: “A ciascuno è data la manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”. Il bene comune è l’avvento del regno di Dio, conformato dallo stile di vita, dalla filosofia della convivenza fraterna e solidale, dalla specificità del rapporto in virtù del quale le persone si rispettano vicendevolmente e crescono in sintonia con le loro diversità, creando la sinfonia armoniosa nell’amore, per/e/nella quale percepire in controluce la presenza trinitaria, come la filigrana del francobollo che ne attesta l’autenticità.

La diversità dei doni opera “dell’unico e medesimo Spirito” svuota la tentazione di concepire la realizzazione personale in modo individualista. In ogni persona, quale immagine e somiglianza di Dio, esiste per costituzione la chiamata alla responsabilità solidaria che non può essere disattesa o diminuita, a pena di intraprendere il cammino che non conduce alla realizzazione e alla felicità sospirata.

I diversi doni, servizi e attività umane, correttamente assunti ed esercitati, rispondono e sintonizzano con ciò che va oltre i bisogni e le circostanze locali e immediate. Essi sono in funzione del bene comune della comunità locale e dell’umanità intera. È noto il detto: pensare globalmente per agire localmente (vedi, per esempio, la sfida ecologica). In effetti, il macro e il micro, nel tendere alla vita piena e in abbondanza, partecipano della stessa realtà, dello stesso destino.

Il peccato – cedere all’impulso egoista, egocentrico – frammenta, separa e segmenta ciò che costituisce la bellezza, lo splendore, il fascino dell’armonia e dell’unione. Esso procede in senso opposto al cammino verso la vita piena, espressa metaforicamente dal banchetto di nozze, dalla festa, dalla gioia della convivialità, alla quale orienta la parola e la prassi di Gesù, con la sua predicazione e pratica riguardo al regno di Dio, come si evince dal Vangelo odierno.

 

Vangelo (Gv 2,1-11)include adattamento dal commento di Alberto Maggi

Il testo è molto conosciuto. Il banchetto e la festa, nella predicazione di Gesù,  indicano la realtà del regno di Dio, luogo e ambito della salvezza individuale e sociale nella vita giornaliera, in tensione verso l’ultimo e definitivo della storia e della creazione, quando Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Al riguardo è significativo che il banchetto non ha come fine la sazietà ma la festa, la gioia; in altre situazioni Gesù indica tale cammino non come meta, ma come il processo per far sì che, nel credente, si faccia spazio al divino. Egli fa capire che, seguendolo, si entra come in una spirale inesauribile, in un cammino senza fine, il mistero che rimanda sempre all’Oltre e all’Altro.

Commento di Alberto Maggi

I vangeli non sono stati scritti per essere letti dalla gente. Perché? Perché la gente, nella stragrande maggioranza, era analfabeta. I vangeli sono delle opere letterarie, teologiche, spirituali, molto molto complesse, dense, ricche di significati e venivano inviati in una comunità dove il lettore, cioè il teologo di quella comunità, non si limitava a leggerlo agli altri, ma lo interpretava. E per interpretarlo seguiva quelle chiavi di lettura, quelle indicazioni che l’evangelista, l’autore metteva nel testo.

Verso la fine del prologo al suo vangelo, Giovanni scrive che La legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità, espressione che indica l’amore fedele di Dio, vennero per mezzo di Gesù.

Quindi, l’evangelista annunzia un cambio di alleanza. Mosè, il servo del Signore, aveva imposto un’alleanza tra dei servi e il loro Signore, basata sull’obbedienza alla sua legge. Gesù, che non è il servo di Dio, ma il figlio di Dio, proporrà una nuova alleanza tra dei figli e il loro Padre, basata sull’accoglienza e somiglianza del suo amore.

Con Gesù il credente non è più colui che ubbidisce a Dio osservando le sue leggi, ma colui che assomiglia al Padre accogliendo e praticando un amore simile al suo.

Nel brano l’evangelista annunzia questa nuova alleanza. Il terzo giorno, è importante questa indicazione perché rappresenta il giorno dell’alleanza sul monte Sinai, il giorno nel quale Dio si manifesta attraverso la legge.

“Il terzo giorno vi fu una festa di nozze”. L’alleanza tra Dio e il suo popolo era raffigurata dai profeti con l’immagine nuziale, Dio era lo sposo e il popolo era la sposa. “A Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù”. La madre di Gesù appartiene a questa alleanza, Gesù no. Gesù viene invitato. Infatti, “Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino…”. Elemento caratteristico importante delle nozze è il vino.

Il momento importante del matrimonio è quello in cui lo sposo e la sposa bevono allo stesso calice di vino, e il vino rappresenta l’amore tra gli sposi, come si può desumere dal Cantico dei Cantici. Ebbene in questo matrimonio manca l’elemento più importante, manca il vino, manca l’amore. La madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. La madre, che rappresenta l’Israele fedele, non dice “Non abbiamo vino”, ma dice: “Non hanno vino”.

La madre crede che il messia, il Cristo, voglia dare nuova vita all’antica alleanza e quindi lo invita ad agire. E Gesù le risponde: “Donna …”

Un figlio non si rivolge mai alla madre con questo appellativo “Donna”, che significa moglie, donna sposata. Gesù nel vangelo di Giovanni si rivolge con questo appellativo a tre donne che rappresentano le tre spose di Dio. Alla madre, che rappresenta la sposa sempre fedele, alla Samaritana, la sposa adultera che lo sposo ha recuperato con l’offerta di un amore ancora più grande, e infine Maria di Magdala, che rappresenta la sposa della nuova comunità.

“Donna che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Gesù indica alla madre la necessità di lasciare da parte il passato. L’opera di Gesù non si appoggia sulle vecchie istituzioni, ma apporta una radicale novità nei rapporti tra Dio e l’uomo, che non può essere contemplata nell’antica alleanza.

E comunque l’ora di Gesù sarà l’ora della morte. Sulla croce verrà sancita questa nuova alleanza. “Sua madre disse ai servitori…”, e qui l’evangelista ricalca nelle parole della madre quanto il popolo disse a Mosè in vista dell’annuncio dell’alleanza. Il popolo aveva detto: “Quanto il Signore ha detto noi lo faremo” e la madre dice ai servitori: “Qualunque cosa vi dica, fatela”.

Al centro del brano c’è il motivo che spiega perché manca il vino: perché manca l’amore. “Vi erano là sei anfore”, il numero sei indica ciò che è incompleto, di pietra, come le tavole della legge, “per la purificazione dei Giudei”. Se l’alleanza tra Dio e il popolo era basata sull’osservanza di leggi, di precetti, accadeva che questo creasse solo sensi di colpa nelle persone che non riuscivano ad adempiere, ad osservare e a praticare tutti i dettami della legge.

Ciò li faceva sentire sempre indegni. In una relazione con Dio, nella quale l’uomo si sente sempre colpevole, sempre indegno, sempre con sensi crescenti di inadeguatezza, come può questi sperimentare l’amore di Dio?

Quindi ecco qui che al centro del brano l’evangelista colloca queste sei anfore di pietra per la purificazione dei Giudei, “contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri”, cioè 600 litri, una misura spropositata, per indicare che il popolo si sente sempre in colpa e sempre bisognoso di purificarsi, di chiedere perdono.

“E Gesù disse loro: Riempite d’acqua le anfore”. Le anfore sono vuote, quindi sono inutili, quindi la purificazione attraverso un rito esteriore è inutile. La purificazione non si fa con un rito esterno all’uomo, ossia con l’acqua, ma cambiando l’interiorità dell’uomo mediante l’esperienza dell’amore incondizionato di Dio che adesso Gesù farà provare.

“E le riempirono fino all’orlo”. Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”.

“«Ora prendetene e portatene»” – appare per la prima volta un personaggio importante che è il maestro di sala. In questi pranzi, che duravano anche giorni, c’era un incaricato che doveva sorvegliare l’andamento della festa e, soprattutto, stare attento alle provviste. Ebbene, questo personaggio importante non si accorge della mancanza di vino.

Il personaggio in greco è ‘architriclino’, il cui inizio della parola è lo stesso col quale inizia ‘sommo sacerdote’ e rappresenta i capi del popolo. I capi del popolo non si rendono conto della situazione della gente, che è senza amore. A loro non interessa. Ebbene, Gesù dice «Prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino”, le anfore non conterranno mai il vino, simbolo dello Spirito che Gesù effonderà, ma l’acqua diventa vino quando viene attinta dalle anfore.

“Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”.

Per il direttore di mensa, l’architriclino, il buono e il bello appartengono al passato, all’antica alleanza. Si meraviglia che il bello e il buono debbano ancora venire. Per questo rimprovera lo sposo, per quest’ordine inusuale dei vini. Prima si serve il vino buono, poi quando la gente è già alticcia, si serve quello più scadente. Quindi per l’autorità il buono appartiene al passato.

La conclusione, “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria”. In questa proposta e in quest’offerta della nuova alleanza, Gesù manifesta la sua gloria, esattamente come Dio sul Sinai manifestò la sua gloria. Nell’antica alleanza la gloria di Dio si manifestava attraverso la legge, nella nuova alleanza attraverso una offerta continua e crescente di amore.

Nella prima alleanza l’uomo doveva meritare l’amore di Dio, nella nuova questo vino viene regalato. L’amore di Dio non guarda i meriti degli uomini, ma i loro bisogni.

 

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