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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ne 8,2-4.5-6.8-10)

Il popolo d’Israele, ritornato alla propria terra dopo la liberazione dall’esilio di Babilonia, accoglie in Esdra la persona che porta “la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere”. Riscattare la Legge, dopo il lungo periodo dell’oblio e le sue nefaste conseguenze, è riprendere il cammino dell’Alleanza e iniziare una nuova vita, facendo tesoro delle esperienze positive e negative del passato. È riprendere con determinazione l’osservanza dell’Alleanza espressa nei suoi precetti.

Il popolo è convocato per un tempo molto lungo. Esdra, sacerdote e scriba, con i leviti che ammaestrano, “lesse il libro (…) dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno”. Nell’attualità due sono le indicazioni importanti per chi si propone la corretta comprensione dell’insegnamento e l’adeguata condotta di vita in sintonia con la volontà di Dio, le cui prescrizioni importanti (non le uniche) sono contenute nella parola scritta, nel libro della Legge.

1. Sono convocati uomini e donne “che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge”. I leviti “leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura”. La convocazione è un momento di formazione e la lettura viene ascoltata con attenzione. Nessuno deve svalorizzare questo momento, disattenderlo, restare indifferente o ritenere di non averne bisogno.

2. L’apertura del cuore. “Esdra aprì il libro alla presenza di tutto il popolo (…), come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi”, quale gesto di rispetto e riconoscimento per trovarsi alla presenza di Dio. Lo stare in piedi, quando una persona parla e manifesta la sua volontà, è segno di attenzione e accoglienza delle indicazioni sul da farsi e sul come procedere. Il riferimento al cuore è rivolto non al sentimento, all’affetto, all’emozione, al mondo psicologico, ma al pensiero, al ragionamento, all’elaborazione intelligente e affidabile del progetto di vita in ordine al fine.

“Esdra benedisse il Signore, Dio grande". Benedire significa "dire bene" del Signore per manifestarsi attraverso la Legge, per confermare l’elezione del popolo, per rinnovare il valore e l’esigenza dell’alleanza. Da parte sua il popolo risponde con l’assenso, identificandosi e ritrovando la propria identità nell’alleanza.

Tale è il significato dell’amen e della prostrazione "… tutto il popolo rispose: ‘Amen, amen’, alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinnanzi al Signore”.

L’esperienza è decisiva per il futuro. Da un lato fa intuire e comprendere l’apertura di orizzonti inediti di grande importanza, e, per l’altro lato, ravviva la coscienza dalla mediocrità di vivere slegati o in opposizione alla Legge: "Infatti, tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge”. L’evento è un insieme di allegria e pentimento, circostanza comparabile all’esperienza di morte e risurrezione.

Il governatore Neemìa ed Esdra esaltano l’evento facendo di esso il “giorno consacrato al Signore vostro Dio”: giorno santo, diverso da tutti gli altri, da tenere nella memoria come riferimento costante nelle vicende personali e sociali che seguiranno.

Per far risaltare la qualità dell’evento, il governatore ordina al popolo: “Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno preparato, perché questo è giorno consacrato al Signore nostro”. E aggiunge: “non fate lutto e non piangete! (…) non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”.

La gioia, la festa è condivisa senza escludere nessuno di coloro “che nulla hanno di preparato”, perché poveri e indigenti. L’adesione del popolo, condizione per ristabilire l’alleanza e rigenerarsi come popolo eletto, costituisce la gioia del Signore. Quest’ultima è motivo di forza e di impegno per affrontare, con successo, il futuro riguardo all’edificazione del regno, finalità dell’alleanza.

Mantenere intelligenza e cuore aperto alla Parola è entrare nel processo di rielaborazione soddisfacente e di attuare, con successo, criteri e atteggiamenti della società, in continua evoluzione, per l’irrompere di elementi e situazioni nuove e impreviste e per formare un ordine sociale rispondente alle caratteristiche del regno di Dio.

È quel che indica la seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 12,12-30)

“Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un solo corpo, così anche il Cristo”. Ecco il riferimento centrale, l’asse attorno al quale si muove l’argomentazione del testo. Esso è anche il punto di verifica della bontà dell’agire cristiano riguardo al regno di Dio presente nella realtà umana, il farsi dell’unità nelle molteplici diversità che la compongono.

Continuando con la comparazione del corpo, Paolo specifica che esso "ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo”. L’unità è data dal "totalmente altro” dalle singole membra che compongono il corpo. È il “totalmente altro” che dà senso, efficacia e utilità alla singolarità delle membra e al corpo intero.

La causa che dà consistenza all’azione e sostiene l’attività è la forza vitale che tocca ciascun membro e tutti gli elementi del corpo. Essa genera la buona salute, l’armonia, il senso della crescita e della realizzazione personale, intrinsecamente legata a quella degli  altri, dell'ambiente, della natura e del creato. Infatti coinvolge tutto e tutti in quello che costituisce e sostiene la "dinamica dell’amore" insegnata da Gesù Cristo.

La forza vitale è lo Spirito Santo: “Infatti, noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo”. Siamo immersi nella realtà come il pesce nell’oceano, che per l’immensità e l’infinità di questi offre le condizioni e i mezzi per rispettare le diversità di ogni singola persona, lo specifico che gli appartiene, per crescere in comunione fraterna e responsabile, in sintonia con la sovranità di Dio, ossia l’avvento del suo regno.

Tutto è dovuto al fatto che Dio, nella condizione umana di Gesù, e tramite il suo insegnamento, le scelte, l’azione e la consegna di questi, ha rivelato a chi confida in Lui il processo e le condizioni affinché ciò si realizzi a favore di tutti, indistintamente, per la forza e l’impulso dello Spirito, lo stesso Spirito di Cristo.

È alla realtà d’insieme che il cristiano deve fare riferimento come patrimonio della propria fede in Gesù Cristo, in virtù della quale il credente percepisce che sono state abbattute tutte le barriere ed è stato reso possibile integrare, in uno stesso “corpo”, “Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito” contrariamente a ciò che la teologia del tempo riteneva impossibile, perché assurdo.

Impostazione e considerazione rivoluzionaria e audacissima quella di Paolo, considerando i tempi di allora, che gli costeranno non poche tribolazioni da parte dei credenti. D’altro canto la stessa considerazione vale anche oggi, vista l’enorme difficoltà ad andare oltre le differenze di razza, cultura, condizione sociale, in spirito di fraternità, solidarietà responsabile e comunione. Colpa della tenace e persistente cultura individualista che esalta la persona di successo nella misura in cui può affermare: “Non ha bisogno di te (…), non ho bisogno di voi”, nell’elogio eccessivo e spregiudicato della propria autosufficienza.

Si perde di vista l’importante indicazione: “Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto”. Non per casualità, né per capriccio, Dio ha creato le diversità e le differenze, ma per far sì che la singola persona e l’umanità gestiscano la pienezza dell’amore che Lui stesso trasmette nei loro confronti.

Le differenze, le diversità sono in Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – gestite nel loro specifico rapporto dai tre. La realtà creata partecipa di esse e della qualità del rapporto con esse, affinché la persona e l’umanità assumano la loro stessa relazione d’amore. E sono in Lui anche il modo di viverle come cammino di unità, nell’esercizio della carità che conforma l’essenza e l’esistenza di Dio, modello di vita e crescita umana.

Il sentimento di appartenenza all’umanità integrata come in un solo corpo è necessario per un vissuto personale e sociale soddisfacente e pienamente realizzato. Ad esso si accompagna il senso di responsabilità che si esplicita nel farsi carico, in modo etico, del processo di crescita generale e nel preparare i mezzi adeguati per conseguirlo. Si tratta della politica come dimensione della carità.

È quel che Gesù ha fatto. La conferma è nel vangelo odierno.

 

Vangelo (Lc 1,1-4; 4,14-21)

Luca scrive a Teofilo, “in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”. Questi potrà verificare la bontà e la consistenza della pratica evangelica che la comunità gli ha trasmesso, con l’insegnamento e pratica di Gesù, che camminano di pari passo in quanto Parola rivelata. L’eventuale e possibile separazione è inefficace agli effetti dell’evangelizzazione perché riduce quest’ultima a semplice informazione, o nel migliore dei casi, la relega nell’ambito di una spiritualità monca, perché centrata sull’affermazione e soddisfazione dell’io.

Peraltro la pratica non vagliata e verificata dalla Parola rimane circoscritta, nel migliore dei casi, al corretto comportamento, senza assumere l’orizzonte etico proprio dell’avvento del regno; ciò non apre la persona alla profonda e affascinante percezione del mistero di Dio che esso contiene.

Il documento del Concilio Vaticano II sulla divina rivelazione afferma che la rivelazione è trasmessa da “parole e fatti intimamente connessi”, in modo che le prime indicano il cammino da intraprendere e i secondi confermano la bontà e il farsi della verità – la solidità dell’amore di Dio manifestato e realizzato in Gesù Cristo – riguardo l’avvento del regno di Dio.

il brano racconta l’inizio dell’azione missionaria e dell’attività pastorale di Gesù, dopo l’esperienza nello Spirito con il battesimo nel Giordano e, soprattutto, dopo la vittoria sulle tentazioni nel deserto, chiave interpretativa di tutta la sua attività fino all’ultimo istante, poco prima della morte in croce.

Nel battesimo lo Spirito e il Padre approvarono la sua solidarietà con i peccatori e le parole del Padre alludono al primo dei quattro cantici del Servo del profeta Isaia –  “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione (…)” (Is 61,1) – che configurano in Gesù il profilo della sua persona in ordine alla missione.

Ebbene, dopo il battesimo e la prova delle tentazioni nel deserto, “Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito”. La Galilea è un luogo disprezzato e i suoi abitanti non sono ritenuti affidabili da parte dalle autorità religiose di Gerusalemme. Tuttavia, “con la potenza dello Spirito la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle sinagoghe e gli rendevano lode”.

Nella sinagoga di Nazareth, dove era cresciuto – quindi ben conosciuto -, espone il contenuto della missione e, riprendendo il testo di Isaia di cui sopra, afferma: “(…) e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.

Lo stupore e l’impatto è grande e attira l’attenzione di tutti: “nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui”. Il motivo risiede nell’audacia sconcertante di non aver completato la citazione del profeta, ben conosciuta a tutti: “il giorno di vendetta del nostro Dio”. Quest’ultimo aspetto era parte integrante dell’opera del messia riguardo all’avvento del regno e la sua instaurazione: l’espulsione dei romani e la separazione di coloro che meritavano il regno per l’osservanza della legge, da quelli che sarebbero stati esclusi.

L’aver tralasciato la citazione fa comprendere che la missione integra nel regno coloro che erano considerati irrimediabilmente esclusi dalla teologia consolidata degli scribi. Di conseguenza, la prospettiva è la redenzione dei peccatori e la speranza, per gli smarriti e demotivati, di accedere al regno e alla vita in abbondanza.

Ma il motivo dello scandalo – il colpo forte – è l’annuncio: “Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato”. Particolarmente irritante è il riferimento all’“oggi”. Avesse detto: "in quel giorno, alla fine dei tempi” sarebbe stato accettabile, ma l’“oggi si è compiuta” la profezia è troppo! Alle loro orecchie è una bestemmia, per altri è motivo per  giudicare Gesù fuori di senno, un pazzo che lancia una provocazione inaccettabile. L’impatto è enorme.

Probabilmente si sono chiesti: come può oggi scacciare i Romani dal territorio d’Israele? Perché non afferma che il compito è separare il grano della paglia? Come instaurerà il nuovo regno riscattando lo splendore dei tempi di Davide e Salomone, ecc.? Si tratta di una serie di domande che sorgono dal tessuto di fede nell’avvento del Messia e il compimento della sua missione nel quadro della consolidata teologia del tempo.

La pretesa di Gesù non corrisponde a nessuna delle loro attese, fissate dalla tradizione. Iniziare una missione in tal modo, anche oggi, facendo saltare per prima cosa tutti i riferimenti alla tradizione sarebbe considerata una pazzia.

Gesù insisterà sul metodo, pur specificando che non è venuto per annullare ma a perfezionare la Legge, sostituendola con un nuovo impianto. Ma non gli credono e l’avversione andrà crescendo sempre di più.

E allora, come valutare dal punto di vista pastorale odierno il coinvolgimento e lo stravolgimento dell’intervento di Gesù? Per di più egli sapeva benissimo della loro reazione ostile, tuttavia non retrocede né ne diminuisce la portata… e la fine è ben nota.

 

 

 

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