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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 1,4-5.17-19)

Il brano è autobiografico e Geremia racconta il momento della chiamata di Dio al servizio profetico: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto (…) ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. La certezza della chiamata, dell’elezione e della familiarità con Dio, segna fortemente l'animo di Geremia e costituirà il punto fermo e stabile di riferimento nello svolgimento della missione, soprattutto nei momenti difficili.

Sarà una missione veramente ardua. Già all'atto del conferimento il profeta lo percepisce: “Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro”. Parole che non costituiscono per nulla motivo d’esultanza e, meno ancora, d'incoraggiamento. Avrà certamente pensato, come succede in questi casi: “Ma perché proprio io?”, pur sapendo dell’insindacabilità della volontà di Dio.

La missione del profeta è richiamare il popolo, e particolarmente le autorità, al compimento dell’Alleanza, cosa che non stanno realizzando. Questi si sono allontanati da essa a causa degli interessi personali, della lobby di potere, per esercitare il dominio con politiche e vantaggi economici per pochi a scapito di molti, ecc.; il tutto non ha niente a che vedere con il fine dell’Alleanza, quale l’instaurazione della convivenza umana nella fraternità, nel diritto e nella giustizia. È anche il dramma, il problema, del vissuto odierno che investe persone e popoli.

Perciò Dio esorta il profeta alla determinazione: “stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro”, confidando sulla sua parola e presenza, che trasmette coraggio e protezione: “Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”. Lo esorta a “non spaventarti di fronte a loro” perché se ciò dovesse accadere, “sarò io a farti paura davanti a loro”. L’avvertimento fa presagire che dovrà affrontare situazioni molto gravi e di estrema difficoltà.

In tali circostanze è molto facile che la sfiducia prenda il sopravvento, e di conseguenza accada di trovarsi in difficoltà, con un senso di abbandono o di assenza inspiegabile del Signore. È quello che accadrà nello svolgimento della missione, per lo sconcerto intimo e lo sconvolgimento personale così intensi e insopportabili da portare Geremia a maledire di essere nato. Per di più si sentirà come violato dallo stesso Signore. Ma il Signore non lo abbandona, nella prova estrema risponderà al suo lamento affinché riprenda con fiducia il mandato.

L’opposizione, le minacce e la violenza saranno di tale intensità che non permetteranno al profeta di discernere correttamente il da farsi e il Signore interverrà con una dritta fondamentale, di grande importanza: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro, e di fronte a questo popolo io ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te, ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti” (Ger 15,19-20).

Per ogni persona discernere “ciò che è prezioso da ciò che è vile” è indispensabile in ogni circostanza, ma particolarmente nei momenti critici, quando i “conti non tornano” rispetto a ciò che ci si aspettava.

Quello che fa la differenza è il giusto posizionamento davanti al Signore, ovvero, la verifica della radicale gratuità dell’operato e l’assenza di ogni ambiguità dovuta a seconde intenzioni o finalità. È facile cadere nella trappola di sostituire il fine per l’interesse.

Nel prosieguo del brano il Signore rinnova a Geremia la sua presenza e l’aiuto promesso il giorno della chiamata: “Ed ecco, oggi faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese”. Dio agisce in fedeltà al compimento dell’Alleanza, origine dell’impegno a favore dell’umanità nell’insegnare e mostrare il cammino nella giustizia e nel diritto.

La salvezza, la comunione con Lui (la cui bontà ed efficacia si manifesta nel corretto rapporto interpersonale e nell’adeguata convivenza sociale), è un processo in costante crescita, sviluppo e consolidamento, in modo che tutto converga organicamente e armoniosamente alla causa del regno di Dio, riferimento e modello per tutte le nazioni della terra.

La legge fondamentale del processo è la carità, profondamente argomentata e descritta nel notissimo inno della seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 12,31-13,13)

Paolo esorta: “Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi”. I doni – carismi – cui si riferisce sono elargiti per il bene della persona e della comunità. Sono azioni dello Spirito Santo che orienta il credente all’impegno e allo svolgimento di attività, di opere, in sintonia con l’insegnamento e la pratica di Gesù Cristo per il bene, la crescita personale e della comunità che accoglie l’esercizio della sovranità di Dio, con l’avvento del suo regno.

Il testo, molto profondo, si presta a importanti considerazioni. È luce per il comportamento umano in modo che il credente – persona o comunità – amministri correttamente i doni con acuta intelligenza, con volontà determinata e viva memoria delle azioni di Dio nella storia a favore del popolo, con ricaduta degli effetti in ogni persona, nel far sì che la solidarietà e la fraternità siano luce non solo per il popolo eletto ma anche per tutti i popoli. Il pensiero e il progetto di Dio abbraccia tutta l’umanità.

L’apostolo richiama l’attenzione e l’interesse dei destinatari aggiungendo: “E allora, vi mostro la via più sublime”. Non si tratta di meta, di un punto d’arrivo, ma del cammino che non finisce mai, come la spirale in costante espansione. Una via nella quale “camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi.6,8), nell’amore che costituisce il proprio dell’essenza e dell’esistenza di Dio, ovvero un’essenza inesauribile e un’esistenza di vita piena, di gioia  che coinvolga ogni uomo, l’umanità, il creato intero, per l’azione del Figlio nello Spirito, nell’orizzonte del farsi dell’avvento del suo Regno.

Se nella prima lettura Dio interviene con l’invio del profeta che, per ricondurre il popolo al rispetto dell’alleanza vivrà momenti drammatici, purtroppo senza aver successo, ora con la “via sublime” – la pratica della carità – Dio attende il successo dell’aver inviato il Figlio come maestro e messia, ultimo baluardo del suo progetto di amore.

La carità è la dinamica propria di chi entra nella “via sublime”; e Paolo si premura nell’indicare che essa: “non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene in conto il male ricevuto, non gode dell’ingiustizia”.

Gesù insegna il modo di pensare e di agire con coraggio, audacia e determinazione nella  carità. E Paolo elenca le caratteristiche della carità; fra tutte, particolarmente importante è quella per la quale il credente “si rallegra della verità".

Come lo è stato per Gesù, la verità si configura nell’azione nei riguardi del prossimo, della società, del creato, in virtù della quale attualizza e rigenera la vita in abbondanza. Gesù stabilisce il farsi della verità nell’ambito del cammino e della vita che gli sono proprie – "Io sono il cammino, (perché) verità e vita" (Gv 14,6) – in ordine alla finalità della missione.

Il farsi della verità, da un lato richiede la sintonia con lo stile di vita, le scelte, le tensioni, i conflitti sostenuti da Gesù, dall’altro l’adeguata comprensione e coinvolgimento nel contesto e nella circostanza, in modo da discernere come procedere nel determinare la “via sublime” come risposta, affinché la buona notizia del vangelo divenga buona realtà.

La verità e la carità sono le due facce della stessa moneta, dell’azione di Gesù che lo impegna in un conflitto di grossa portata con la teologia e la conseguente consolidazione della pratica religiosa del tempo, come testimonia il brano del vangelo, continuazione di quello di domenica scorsa.

 

Vangelo (Lc 4,21-30) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

Il vangelo ci presenta la prima fallimentare predica di Gesù a Nazaret. L’evangelista – già l’abbiamo visto domenica scorsa – presenta un Gesù a Nazaret che si alza e legge un famoso brano, conosciutissimo, atteso, quello del capitolo 61 del profeta Isaia, che indicava la venuta del Messia. Ma, arrivato al punto in cui dice “proclamare l’anno di grazia del Signore”, Gesù interrompe la lettura e non prosegue con quello che era il versetto più atteso: “e la vendetta del nostro Dio”.

Era quello che il popolo aspettava, dominato dai romani, e contro coloro che non meritavano l’entrata nel regno, separando secondo la predicazione di Giovanni il grano dalla paglia – i degni dagli indegni -. Allora cominciò a dire loro nella sinagoga: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

Tutti, cioè tutti i presenti nella sinagoga … E qui bisogna tradurre bene questo termine, gli davano testimonianza. Dal contesto dipende se è una testimonianza a favore o contro. Qui è chiaramente una testimonianza contro. Quindi è meglio tradurre "Tutti gli erano contro". Ed erano meravigliati, sconvolti. Da che cosa? Delle parole di grazia, perché Gesù non ha parlato della vendetta, ma soltanto “parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”.

E dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Non stanno mettendo in dubbio la paternità di Giuseppe, perché, come ha scritto l’evangelista, era figlio, come si credeva, di Giuseppe. Ma “figlio”, nella cultura del tempo, non indicava soltanto colui che è nato dal padre, ma colui che gli assomiglia nel comportamento. Quindi evidentemente Gesù non assomiglia al padre nel comportamento. Probabilmente anche Giuseppe partecipava di questi ideali nazionalisti, violenti. Nei testi ebraici del tempo l’appellativo di Giuseppe, era addirittura “il pantera”, quindi dà l’idea di qualcosa di bellicoso.

Quindi Gesù non assomiglia al padre. Ebbene Gesù, anziché calmare gli animi, rincara la dose. Infatti rispose loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso”. Sarà poi quello che gli diranno sulla croce, “Ha salvato gli altri, salvi sé stesso”.

Quanto abbiamo udito che accadde (…)” E qui Gesù, rincarando la dose, parla di una città rivale di Nazareth, usando un termine dispregiativo “in quella Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Usando il termine “patria” l’evangelista vuol far comprendere che quanto accade a Nazareth sarà poi rappresentativo di tutto quello che accadrà nella sua terra.

Poi aggiunse: “In verità” … Quindi è un’affermazione solenne … “io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Perché? Il profeta chi è? È quell’individuo che, in sintonia con Dio, non ripete le cose del passato, ma crea le nuove. Ecco allora che sarà sempre vittima dell’avversione e dell’opposizione della classe sacerdotale al potere.

E poi Gesù fa quello che non doveva fare. C’erano due episodi della storia di Israele che si preferiva tenere nel dimenticatoio, nel passato. Erano episodi nei quali, di fronte a delle emergenze, Dio ha soccorso non gli ebrei, quelli che avevano dei diritti, dei privilegi, ma è andato a soccorrere niente meno che i disprezzati, i pagani.

Erano due episodi che si preferiva dimenticare. Gesù invece li toglie dal dimenticatoio:  “Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese – quindi anche in Israele – ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne”. Quindi in terra pagana. Gesù sta indicando che l’amore di Dio è universale, che non significa soltanto “estensione”, cioè ovunque, ma “qualità”, cioè per tutti.

L’amore di Dio non è attratto dai meriti delle persone, ma dai loro bisogni.

E poi Gesù rincara ancora la dose. “C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”. Un altro pagano, se non addirittura un nemico di Israele.

È troppo. Infatti, all’udire queste cose, tutti nella sinagoga… I “tutti” sono gli stessi dei quali l’evangelista diceva “tutti gli davano testimonianza” cioè “tutti gli erano contro”.

Tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno, letteralmente “schiumarono” di ira. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città. L’evangelista sta anticipando quella che poi sarà la sua fine quando verrà ucciso fuori della città santa di Gerusalemme.

E lo condussero fin sul ciglio del monte. Il monte qui richiama il monte Sion dov’è costruita Gerusalemme, quindi l’evangelista in questo episodio ci sta anticipando quella che poi sarà la fine di Gesù, il rifiuto totale da parte del suo popolo.

Sul monte Sion, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. La prima volta che Gesù predica in una sinagoga il risultato è che tenteranno di ammazzarlo. Per Gesù, che non correrà mai pericolo con i peccatori, con la gentaglia, con la feccia della società, i luoghi e le persone più pericolosi saranno quelli religiosi. Saranno questi che cercheranno di ammazzarlo, di lapidarlo, di eliminarlo.

Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Perché l’evangelista scrive questo dato che sembra un po’ strano. Con tutta la folla dei presenti in sinagoga che cerca di catturare Gesù e di ucciderlo, Lui come fa a passare in mezzo a loro? L’evangelista sta anticipando il fatto della risurrezione: la morte non si è impadronita di Gesù, ma egli continua il suo cammino.

E conclude il brano con “si mise in cammino”. In cammino verso dove? Verso Gerusalemme. Quindi Gesù, da questo primo rifiuto in poi nella sua terra, ha compreso che incontrerà soltanto opposizione, incontrerà pericolo di morte. Ma Gesù non si arrende, lui deve essere testimone del perdono di Dio e dell’amore del Padre, anche a scapito della propria vita.

 

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