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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 6,1-2a.3-8)

Isaia racconta come avvenne la chiamata di Dio. Stava nel tempio di Gerusalemme e,  d’improvviso, si trova immerso in un fenomeno singolarissimo: “Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo”. La voce era quella del Signore e il fumo era segno della presenza dello Spirito Santo.

Quando meno se l’aspetta è coinvolto nell’auto-manifestazione del Signore. Questi si presenta in tutta la sua grandezza e potenza, circondato come un sovrano dalla corte celestiale la quale proclama i suoi attributi: “Santo, santo, santo, il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria”.

La ripetizione per tre volte del termine “santo” indica l’assoluta trascendenza di Dio. Santo significa separato, realtà a se stante. Ripeterlo tre volte corrisponde al nostro superlativo assoluto e, pertanto, supera ogni immaginazione umana. In altre parole riconduce appunta al mistero di Dio la realtà da cui tutto procede e tutto coinvolge.

La forza e il potere del “tre volte santo” son tali che indicano la sua presenza nella società, fra gli uomini, e nella loro storia, come Signore degli eserciti, con potere incommensurabile su di essi. In aggiunta, il creato (cielo e terra) partecipa della sua vita, della sua gloria e nessun potere, nessuna forza umana possono contrastarlo e, meno ancora, vincerlo. Di conseguenza il mistero di Dio da un lato suscita timore e rispetto, dall’altro si manifesta sorprendentemente prossimo all’uomo, alla storia e al creato. Cosicché Dio è, allo stesso tempo, distante (separato) e prossimo.

La prima reazione del profeta è di panico: “Oimè! Io sono perduto (…) i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”, perché si riteneva che nessun essere vivente potesse  vedere Dio e rimanere vivo. Ad aggravare il panico è la coscienza della propria indegnità,  “perché un uomo di labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalla labbra impure io abito”. Non è difficile immaginare lo stato d’animo, lo spavento e lo sconcerto del profeta.

Ebbene, immediatamente Dio agisce e lo coinvolge nella missione, secondo il piano da Lui stabilito. Ogni manifestazione di Dio non è dettata soltanto dalla volontà di auto-rivelarsi, ma anche dalla determinazione di coinvolgere e chiamare persone specifiche per la missione a favore del popolo. Il criterio di scelta è ignoto, resta nella libera volontà divina e non dipende da qualità specifiche del destinatario. In generale, Egli non chiede all'eletto particolari doti o capacità particolari.

È la sua azione, la sua chiamata, che conferisce dignità e capacità. Essa manifesta il suo perdono e la sua misericordia; infatti, “Allora uno dei serafini volò verso di me (…) mi toccò la bocca e disse ‘Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la colpa e il tuo peccato è espiato”.

Accogliere il perdono e la purificazione annessa costituisce un'esperienza di rinnovamento e di rigenerazione sorprendente. In virtù di esso, in Isaia sorge la nuova coscienza di sé, accompagnata dalla gratitudine a Dio che pervade tutta la persona, la inonda di gioia e la dispone alla responsabilità.

Cosicché “la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’” suscita una risposta immediata: “E io risposi: ‘Eccomi, manda me’”.

Isaia si lancia, assume su di sé la responsabilità della missione. Il bene ricevuto con la chiamata, e gli effetti di esso, si traducono immediatamente nel senso di responsabilità nel trasmettere, e testimoniare il dono ricevuto, a chi ne è privo per colpa propria o non lo ha mai conosciuto.

È ineludibile e non alienabile riflettere e prendere coscienza della propria responsabilità:  “Eccomi, manda me”, perché costitutiva di ogni persona.

Essa viene percepita  immediatamente quando la persona è coinvolta dalla forza di Dio – il suo braccio destro, secondo la metafora biblica -, dal suo amore e dalla sua consegna per la causa del regno.

Sorge immediatamente lo slancio di assomigliare a Dio, per cui la propria libertà solidarizza responsabilmente a favore della causa dell’avvento del suo regno, per il bene della persona, della comunità, dell’umanità intera, agendo opportunamente nel contesto e nella circostanza specifica.

Ma può succedere il contrario, quando la libertà solidarizza responsabilmente solo con sé stesso, con la cerchia familiare, le amicizie e gli interessi di vario genere: prevale il senso di pietà per il bisogno altrui, accompagnato magari dall'elemosina o, peggio ancora, si cade nell’indifferenza e nel disinteresse, rimanendo ben lontani dalla preghiera: “venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”.

In Gesù, la sua libertà solidarizza con l’umanità intera, e con ogni singola persona, nella consegna di sé stesso per la causa che porta salvezza a ciascuno e a tutti gli uomini, come testimonia la seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 15,1-11)

 

Paolo si presenta come “il più piccolo tra gli apostoli” e afferma: “non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio”. È la coraggiosa e umile confessione del suo passaggio da persecutore ad apostolo del Signore. Il passaggio è da lui ritenuto dono di Dio, presentandosi come ultimo degli apostoli, ma “per la grazia di Dio, però sono quello che sono”.

Purificato come Isaia dal “fuoco”, dalla luce, nel suo mondo interiore alla porta di Damasco, mentre vi sta entrando per perseguitare i cristiani residenti, comprende la portata e il significato della morte e risurrezione di Gesù Cristo, a suo favore e di tutta l’umanità.

L’impatto è tale che, molti anni dopo l’evento, scrive ai Galati: “E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20). L’impegno, la dedicazione, la grande sofferenza, la riflessione e altri aspetti rendono testimonianza dell’enorme cambio operato in lui dalla grazia di Dio, in quella circostanza e in altre successive.

"E la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è in me”. Il dono in lui non si è perso ma, al contrario, si è consolidato e fortificato per la trasmissione dello stesso con la predicazione e la testimonianza nella carità, in modo che la buona notizia del Vangelo diventasse buona Realtà nella vita giornaliera, rigenerando la vita personale, i rapporti interpersonali e sostenendo un nuovo ordine sociale aperto a tutte le genti.

“Ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto”, non per obbligo imposto da un mandato né per ricevere approvazione o, ancor più, consenso o elogio gratificanti, ma per l’intima essenza e il senso profondo e ultimo del dono. La trasmissione è motivata e sorretta dalla gioia di comunicare il frutto del dono, nella certezza che l’ascolto e l’accoglienza di esso coinvolga il destinatario nell’esperienza dell’amore ricevuto motivando la trasmissione ad altri e il loro coinvolgimento.

La trasmissione è intrisa del fascino e dello stupore sperimentato, che si trasforma  immediatamente in responsabilità nel comunicare il dono – “manda me!” – per coinvolgere il destinatario nella stessa esperienza e nella stessa dinamica. L’autentica trasmissione (non la semplice informazione) è paragonabile alla spirale in continua espansione per il farsi della verità riguardo l’avvento del regno, della sovranità di Dio.

La trasmissione non solo coinvolge i destinatari nella nuova vita, ma consolida, fortifica e solidifica il dono in chi lo trasmette. In altre parole lo coinvolge, sempre più profondamente, nell’amore in cui è immerso, perché purificato dalle prove e dalle difficoltà di ogni tipo che tentano di distoglierlo o convincerlo dell’inutilità di esso.

Il modo per conservare, meglio ancora far crescere, il dono è quello di trasmetterlo ad altri. Pertanto la missione non è un obbligo, un dovere o un’imposizione, poiché in tal modo diverrebbe un fastidioso e alla lunga insopportabile peso, ma l’adesione all’impulso della grazia che trasmette motivo e stimoli di fraternità, oltre ad elementi per vivere armoniosamente a livello sociale e personale, rendendo il vissuto giornaliero lo spazio dove Dio regna.

Per fare una comparazione, la verifica di risultati ritenuti necessari per avallare la bontà e l’efficacia della trasmissione può indurre a delusioni profonde ed a sentirsi defraudato dall’impegno svolto, al punto da venir meno alla fiducia nel “Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto nel quale testare saldi”. E Paolo aggiunge la possibilità di una fede inadeguata, che fa cilecca: “A meno che non abbiate creduto invano!”.

È necessaria, quindi, la verifica della qualità della fede, per comprendere se essa è intrisa da elementi che la rendono fragile o, addirittura, inconsistente, quali i secondi fini, le  intenzioni volte alla ricompensa dell’attività svolta o di interessi personali e di lobby – in caso del coinvolgimento della comunità – estranei al senso e alla finalità del dono ricevuto.

Verificata l’adeguatezza della fede, si percepisce nell’intimo che gli ostacoli e le difficoltà sono un processo di purificazione e consolidamento di essa e dell’amore. Volendo fare una comparazione, è come allungare la mano nell'acqua limpida per possedere un meraviglioso pesce. Ebbene, nell’allungare la mano, il pesce fugge in avanti, obbligando a immergersi sempre di più nel mare, ossia nella profondità dell’amore di Dio.

A questo punto acquistano senso le parole di Paolo: “Per grazia di Dio (…) la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è in me”. Il dono, sorto dalla fede nell’amore che porta con sé, adeguatamente inteso e correttamente trasmesso, consolida il processo di coinvolgimento sempre più intenso e profondo nella causa del Regno, alla quale Gesù chiama gli apostoli e ogni credente, come testimonia il vangelo odierno.

 

Vangelo (Lc 5,1-11) – adattamento del commento di Alberto Maggi

Gesù raccoglie consenso e ammirazione, al punto che “la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio”. Il testo non dice cosa insegnava ma, rifacendosi alla finalità della missione, si può ritenere che riguardasse l’oggi del regno e la conseguente salvezza.

Egli insegna con autorevolezza, ma non è scontata e ovvia l’accoglienza delle sue parole; infatti basta solo pensare alle reazioni della sua gente a Nazareth e agli interventi degli scribi e dei farisei. Pertanto, se da un lato c’è consenso e ammirazione, dall’altro c’è anche il bisogno della conferma che all’insegnamento seguano i fatti. Ed è quel che succede.

Ebbene, vale considerare che, per il profeta Ezechiele, l’abbondanza della pesca era segno della benedizione divina. Nel capitolo 47 lui immagina questi pescatori che hanno una pesca abbondante e la pesca abbondante è per l’acqua che esce dal tempio di Gerusalemme. Qui l’evangelista presenta una pesca abbondante, non più per l’acqua che esce dal tempio ma per la parola di Gesù.

“Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti”. Più volte, in questo brano, troveremo quest'allusione ai pescatori, citati dal profeta Ezechiele per la pesca abbondante.

“Salì in una barca, che era di Simone”. Gesù conosce già Simone perché gli ha guarito la suocera, “e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette – è la posizione del maestro – e insegnava alle folle dalla barca”.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone… (E qui è strano perché Gesù è un uomo di paese, dell’entroterra, che si permette di dare lezioni di pesca a uno che della pesca aveva fatto il suo mestiere, la sua vita, Simone appunto) … Prendi il largo (Letteralmente “il profondo”), e gettate le vostre reti per la pesca”. Ebbene Simone accetta. Simone rispose: “Maestro (letteralmente “capo”, ha un rapporto gerarchico nei confronti di Gesù), abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”.

Ricordo che l’evangelista ha presentato il racconto come “la parola di Dio”. Quindi Simone si fida, accetta questa sfida.

“Fecero così e presero una quantità enorme di pesci”. L’evangelista non vuole raccontarci soltanto un episodio di cronaca, ma vuol fare una riflessione teologica. Il termine che qui è tradotto con “quantità”, letteralmente significa “moltitudine”, e indica la primitiva comunità cristiana. Quindi, seguendo la parola del Signore, è un invito a gettare le reti verso gli emarginati, gli esclusi: è lì che la pesca sarà abbondante. “E le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare”.

L’evangelista Luca ha scritto che nulla è impossibile a Dio. Quindi, dopo una notte infruttuosa, andare a pescare di giorno e raccoglierne i frutti sarebbe stato impossibile. Eppure, accogliendo la parola di Dio, quel che era impossibile diventa realtà. “Al vedere questo (e qui l’evangelista aggiunge al nome il soprannome negativo che indica la testardaggine del discepolo, la sua durezza, quella della Pietra) Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Signore, allontanati (letteralmente “esci”, in quanto lui si sente quasi posseduto da Lui) da me, perché sono un uomo peccatore”.

Ecco Simone è in contraddizione con Gesù, che ha detto di essere venuto a chiamare i peccatori, invece lui quasi lo rifiuta.

Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca dei pesci (una sottolineatura dell’evangelista) che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone”.

Ed ecco la novità portata da Gesù. Egli disse a Simone: “Non temere”. A Gesù non interessa che sia peccatore o meno, quel che riguarda il suo rapporto con Dio, il suo passato. Gli interessa il suo rapporto con gli uomini, il futuro.

Allora Gesù dice a Simone: “Non temere, d’ora in poi – quindi guarda al futuro, non a quello che è ora – sarai pescatore di uomini”.

Pietro ha detto “allontanati da me”, “esci da me perché sono peccatore”, evidenziando il suo rapporto con Dio, Gesù lo invita ad un rapporto con gli uomini.

“Pescatori di uomini”. Letteralmente l’evangelista dice: “prenderai i vivi”. Cosa significa? Sappiamo che pescare un pesce significa togliere il pesce dal suo habitat vitale per dargli la morte. Pescare un uomo che sta nell’acqua, al contrario, significa toglierlo dall’ambito che può causare la sua morte e portarlo in un ambiente vitale.

Allora l’invito che Gesù fa a Simone è questo: tirare fuori gli uomini dagli ambiti di morte dove rischiano di affogare, di morire.

“E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. Inizia a costituirsi la comunità attorno a Gesù, una comunità che non è formata da pastori. Gesù non li invita ad essere pastori ma una comunità di uomini, cioè comunicatori di vita verso quanti ne hanno bisogno.

 

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