Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Aprile: 2019
L M M G V S D
« Mar    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
2930  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 17,5-8)

La missione a cui è chiamato Geremia si svolgerà nei termini indicati dal Signore stesso nel momento della sua elezione: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare” (Ger 1, 10).

Dovrà dire quello che il popolo e le autorità non vogliono udire; indicare il cammino contrario a quello da loro perseguito; profetizzare l’opposto delle loro speranze rispetto alle loro attese e annunciare l’avvento di un futuro devastante in caso di disobbedienza, il che avverrà con l’invasione del re Nabucodonosor e la deportazione in Babilonia.

Il libro registra la grande sofferenza del profeta, non solo per l’opposizione e il rigetto generalizzato ma, soprattutto, per il “silenzio del Signore” dal quale egli si sente defraudato, deluso e, di conseguenza, al limite delle forze per continuare la missione.

Tuttavia, in mezzo alla prova, il Signore interviene per sostenerlo: “Allora il Signore rispose: ‘Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro e di fronte a questo popolo ti renderò come un muro durissimo di bronzo’” (Ger 15, 19-20).

La sottolineatura fa capire dove sta il punto critico e, precisamente, nel discernimento che è venuto meno. Il Signore evidenzia al profeta la necessità di adeguarsi al corretto criterio di giudizio per portare a termine, coraggiosamente, la missione. Non solo, ma gli trasmette i due orizzonti radicalmente contrapposti da prendere in considerazione per il discernimento stesso.

Il primo porta con sé la maledizione, l’insuccesso, il fallimento: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore”. L’orizzonte denuncia l’uomo il cui cuore – o meglio il progetto, le scelte e la filosofia di vita sono contrarie a quelle del Signore, ed a causa delle quali si è allontanato da Lui, dalle esigenze dell’alleanza, dal fine della sua azione e presenza in ordine all’avvento del regno di Dio. L’uomo ha fatto prevalere il proprio progetto, le proprie scelte, il proprio fine, non avendo nulla a che vedere con quello del Signore. Questa condizione si riassume nel termine “carne”, nella quale l’uomo pone “il suo sostegno”.

Il secondo è il contrario, porta con sé la benedizione “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e nel Signore è la sua fiducia”, per sintonizzare con il progetto di Dio e ciò che consegue, similmente ad un albero florido, ben sostenuto, che “non smette di produrre frutti”.

Viene da chiedersi: cos’è che affievolisce o, addirittura, mina la fiducia nel Signore e fa sì che l’uomo si allontani, perda la fiducia in Lui e si diriga, in un certo senso, verso l’auto-distruzione, nell’illusione di una effimera e inconsistente felicità?

La risposta è, usando un termine generale: il peccato. Quante volte nelle vicende umane si dice "che peccato!", Intendendo che si è persa una grande opportunità, per il prevalere di progetti e prospettive proprie, inefficaci e illusorie o, anche, per la seduzione di cammini alternativi attraenti e di facile o immediata soluzione.

In sostanza il peccato consiste nel cadere, essere come trascinati nell’inganno per la mezza verità che lo sostiene, per poi rivelarsi il contrario di quello che faceva intravedere per gli effetti negativi, e a volte, devastanti e irrecuperabili.

La difficoltà nel dare piena fiducia al Signore deriva dalla caratteristica della sua proposta e del suo insegnamento, che vanno molto oltre quello che l’umana condizione considera ragionevole ed efficace.

In primo luogo la magnanimità del suo amore costante e perseverante, il Suo non curarsi della debolezza, della fragilità e vulnerabilità umana e, soprattutto, la gratuità di esso.

In secondo luogo – non per importanza ma per l’argomentazione – la necessità del pieno coinvolgimento in esso, che comporta l'assunzione della stessa dinamica, delle stesse scelte, degli stessi criteri nel rapporto interpersonale con la collettività, la società e il creato.

Praticare lo stesso amore richiede la salda volontà di assomigliare a chi ha fatto del bene dei destinatari l’unico motivo della sua azione e della sua presenza. Esso va in controtendenza con la logica e la prassi comune della condizione umana.

In terzo luogo, questa prassi di amore è l’orizzonte, il farsi della salvezza per l’umanità, per la comunità locale, per i rapporti interpersonali e per la persona stessa, perché in essa si dà il dono dell’avvento del regno di Dio, della sua sovranità, nella gioia e nella pienezza di vita per la quale, nell’umano della propria persona, si esprime il divino, nel finito l’infinito.

Nonostante le resistenze, e la fragilità della condizione umana, questo patrimonio è costantemente a disposizione del credente per la tenacia dell’amore trinitario, manifestato nell’evento Gesù Cristo con la sua risurrezione, tema della seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 15, 12.16-20)

La resurrezione corporale dai morti è, e sarà sempre, una delle grandi difficoltà in cui s’imbatte il credente e sulla quale Paolo argomenta, in attenzione alla perplessità che serpeggia nella comunità. Egli parte da ciò che ha percepito: “se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è resurrezione dei morti”.

E ne fa il punto centrale, argomentando l’asse portante dell’evento Gesù Cristo – la sua vita, morte, risurrezione e la sua piena dedicazione alla causa dell’avvento della sovranità di Dio, del suo regno -. E afferma: “Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati”.

E in “controffensiva” parte dal finale del brano: “Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”, affermando la risurrezione di Cristo come primizia, il primo frutto, di colui che, facendosi uomo tra gli uomini, assume nella sua carne le debolezze, le fragilità e il rifiuto alla sua persona e, nell’orizzonte della causa del regno, “dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2b). Si tratta della sua fede nella promessa del Padre che, accada quel che accada, sarà sua l’ultima parola nel realizzare l’evento della sua Signoria nella persona umana di Gesù. Il che avviene con la risurrezione.

Il corpo umano di Gesù è il primo che entra nella pienezza della divinità e, con esso,  manifesta nella sua finitudine l’infinito del mistero, la gioia piena della vita eterna. Lo svolgersi del processo di fede è motivato e sorretto dall’amore, perché Dio è amore o meglio, come afferma Alberto Maggi, è solo amore. L’amore che caratterizza la missione in questo mondo, con la morte diventa risurrezione nella vita di là.

Ebbene anche il corpo del credente parteciperà della stessa realtà del Maestro Risorto, a condizione di stare e posizionarsi in Cristo nel modo adeguato, altrimenti si vanificano in lui gli effetti della morte e risurrezione del Risorto. Al riguardo Paolo si premura a specificare: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini”.

Si deve porre in evidenza che pare che i destinatari del messaggio ritengano che l’avvento del regno di Dio riguardi “soltanto questa vita”, nello stabilire un nuovo ordine sociale fine a sé stesso e circoscritto nell’ambito dei credenti, nel senso di trovarsi bene fra di loro. Non hanno ancora percepito la dimensione universale dell’evento che, necessariamente, si proietta verso l’evangelizzazione di coloro che non hanno conoscenza e sentore della missione di Gesù, e che essi stessi sono chiamati a estendere con la loro testimonianza.

Ciò perché l’amore nel quale sono coinvolti proietta l’uscita da sé stessi, dalla comunità, non solo a favore dei destinatari ma anche per consolidare e approfondire la dinamica del mistero che li coinvolge e nel quale sono immersi, evitando il pericolo di rinchiudersi in sé  stessi.

L’azione di Cristo, per la quale è morto, testimonia l’universalità della sua missione ed è in virtù di essa, dell’amore che l’ha sostenuta e motivata che è risorto. Ecco, allora, l’esigenza di tale posizionamento nello stare in Cristo. In caso contrario, “voi siete ancora nei vostri peccati” e, pertanto, “anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti”.

L’adeguatezza di tale coscienza è verificata dalla specificità delle beatitudini di Luca nel commento al Vangelo che segue.

 

Vangelo (Lc 6, 17.20-26) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

Dopo la scelta dei Dodici sul monte – il monte indica il luogo della sfera divina e della condizione divina – scrive l’evangelista che “Gesù, disceso con loro, con i Dodici, si fermò in luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli”, ed è ai discepoli che Gesù rivolge il suo insegnamento, le Beatitudini.

Le Beatitudini, nei Vangeli, le troviamo in Matteo e in Luca; la formula è differente, ma il messaggio è identico. In Matteo sono un invito a chi vuole entrare in questa beatitudine; nel Vangelo di Luca, invece, c’è una constatazione per quelli che già invece hanno lasciato tutto e l’hanno seguito.

Allora, scrive l’evangelista, “Alzati gli occhi verso i suoi discepoli”.., ciò è importante. Gesù non sta rivolgendosi alla folla, all’umanità, ma a quelli che hanno lasciato tutto e l’hanno seguito. E dice Gesù “Beati” – beati significa ‘immensamente e straordinariamente felici’, – “voi, poveri»”, si riferisce ai discepoli, Gesù non sta beatificando la povertà! I poveri sono disgraziati di cui è compito della comunità cristiana togliere dalla loro condizione di povertà.

Mai nel Vangelo Gesù proclama beati i poveri! Essere poveri è un elemento negativo che deve essere sradicato, secondo le indicazioni del Signore, da questa terra, grazie alla collaborazione di quanti lo vorranno aiutare. Ma qui Gesù si riferisce a quei discepoli che, come abbiamo sentito nel capitolo 5, versetto 11, lasciarono tutto e lo seguirono, quindi sono entrati in una condizione di povertà.

Ebbene, assicura Gesù, “voi poveri, che avete lasciato tutto e mi avete seguito, beati perché vostro è il Regno di Dio”. Regno di Dio non indica un’estensione geografica, ma significa che Dio può governare come re, cioè il Padre si prende cura di voi. Quelle conseguenze negative che la scelta per la povertà, la scelta di seguire Gesù, possono far nascere, verranno attenuate, eliminate, dal fatto che il Padre si prende cura di voi.

Praticamente l’evangelista sta dicendo “voi, che avete fatto una scelta in favore degli altri, non preoccupatevi perché Dio si prenderà cura di voi”; ecco perché sono beati.

Poi l’evangelista passa in esame gli eventuali elementi negativi che questa scelta comporta: la fame, il pianto, la persecuzione. Ebbene, in ognuno di questi elementi i discepoli sono beati, appunto perché il Padre si prenderà cura di loro e se avranno fame saranno pienamente saziati, se piangeranno, gli sarà data gioia e, anche quando nascerà la persecuzione sapranno che il Padre starà sempre dalla loro parte – persecuzione che nasce ovviamente a causa del Figlio dell’Uomo.

E infatti Gesù dice addirittura: “Rallegratevi nel momento della persecuzione, della sofferenza”, non per masochismo, ma perché “la vostra ricompensa è grande nei cieli”.

Il cielo è un modo per indicare Dio, cioè “Dio sta dalla parte vostra, Dio si prende cura di voi”. E poi, ecco l’importante dichiarazione di Gesù: “allo stesso modo infatti agivano i loro padri”. Stranamente Gesù non dice “i nostri padri”. Gesù prende le distanze dal suo popolo, “i loro padri con i profeti”. Gesù sta equiparando il ruolo del discepolo a quello del profeta.

Chi è il profeta? Colui che rende visibile nella propria esistenza il Dio invisibile. La scelta, l’adesione al suo messaggio, trasforma il discepolo in profeta. Quindi, come non sono stati compresi, accettati, ma anzi perseguitati i profeti, così sarà per loro.

Poi il tono cambia, ma Gesù qui non usa la parola “Guai!”,come risulta dalla traduzione del testo. L’espressione greca Ouai si rifà a un termine ebraico Hôi, che è il lamento funebre. Gesù non minaccia, ma piange già come morti, come cadaveri. Quindi non è una minaccia che Gesù rivolge a certe categorie ma, mentre i discepoli hanno scelto la vita perché si dedicano agli altri, quelli che pensano soltanto a sé Gesù li piange come già morti. Quindi non minacce, ma lamenti.

“Ahi a voi” – quindi non ‘guai’“ricchi”, cioè quelli che causano la povertà, “Ahi a voi che siete sazi”, quelli che causano la fame, “Ahi a voi che ora ridete”, cioè quelli che sono stati la causa della sofferenza. E , conclude Gesù: “Ahi a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi”.

Il criterio di autenticità del profeta è il rapporto con il sistema. Se il sistema ti incoraggia, ti loda, ti applaude, significa che hai tradito il messaggio di Gesù. Quando, invece, il sistema di potere che regge la società, ti contrasta, ti perseguita, ti calunnia, rallegrati perché sei sicuro di stare dalla parte del Signore!

Infatti, conclude Gesù: “Allo stesso modo infatti agivano i loro padri” – di nuovo Gesù prende le distanze – “con i falsi profeti”. Quindi quando la società applaude stiamo sicuri che questa persona non è un inviato, ma un traditore del messaggio di Gesù, appunto un falso profeta. Mentre il profeta rende visibile l’immagine del Dio invisibile, il falso profeta è quello che – per usare il linguaggio dei profeti – “intonaca le loro malefatte”, di quelli che hanno scelto e fanno parte del sistema.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento