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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)

 

Il brano riferisce la forte tensione e disagio di Saul nei confronti di Davide, quest’ultimo chiamato dal Signore e unto dal profeta per sostituirlo nel condurre Israele. Saul non accetta l’evento e cerca di sopprimere Davide che, d’altro lato conta sull’amicizia di suo figlio, Gionata, che lo mette in guardia dalle intenzioni e del progetto del Padre, salvandogli la vita col rifugio nel deserto.

È in esso che Saul persegue il suo intento, con determinazione e impiego di un numero considerevole di uomini: “Saul si mosse e scese nel deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele per ricercare Davide”.

Alla mossa del re, Davide e Abisài abilmente si intrufolano nell’accampamento, si impadroniscono della lancia e della brocca d’acqua del re che stava dormendo. Quest’ultimo legge la circostanza come disegno di Dio da assumere con determinazione: “ti ha messo nelle mani il nemico. Lascia dunque che io lo inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”.

Ma Davide si oppone: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”. L’unzione che Saul ha ricevuto merita rispetto e l’eventuale trasgressione, pur motivata dalla necessità di proteggersi dal pericolo e dall’eventualità di soccombere, sarebbe foriera di disgrazia per lui stesso, pur avendola ricevuta per sostituirlo.

Ebbene, sempre, alla luce della fede – e anche nell’orizzonte più ampio della dignità umana – ogni persona è unta, cioè è sacra, perché creata a immagine e somiglianza di Dio e, ancor più, perché redenta dalla missione e consegna di Gesù Cristo per la causa del regno, della sovranità di Dio in essa e nell’umanità intera.

Il non rispetto della dignità umana, a causa dello sfruttamento, della violenza di ogni tipo e di tutto ciò che la diminuisce, o addirittura la sopprime, è un’offesa alla sacralità della persona, del gruppo o dell’etnia alla quale appartiene. Innesca non la punizione di Dio – che sempre ricompone nella persona la vita di chi si rivolge a lui con cuore sincero – ma processi di distruzione della vita altrui e, allo stesso tempo, della propria, nel senso di essere precipitati nella disumanità e in tutto ciò che di male essa porta con sé.

Ebbene, tornando al brano, Davide si limita a dimostrare la reale possibilità di eliminare Saul ma non vuole macchiarsi le mani del suo sangue.

Tale gesto di bontà conquista l’animo geloso e infido di Saul che piange, grida e maledice coloro che lo hanno spinto a sentimenti ostili contro Davide. Ma non riesce a liberarsi dall’invidia e dalla vendetta e aprire, di conseguenza, il cuore alla conversione.

Davide mostra la grandezza d’animo e la sua magnanimità nel controllo delle proprie emozioni, e pone la fiducia nel Dio giusto e remuneratore: “Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore”.

Anche ai tempi nostri non è comune – nel senso che non è prevalente perché ci sono anche casi contrari – tale atteggiamento, che manifesta la profonda sintonia con il Signore da parte del credente al quale, con l’unzione, ha trasmesso il suo amore, la fiducia nei suoi confronti e, in virtù di ciò, si sente come protetto e garantito nella sua missione.

Davide è agli inizi di un cammino, di una serie di eventi che costituiranno un processo durante il quale egli stesso non sarà fedele. Commetterà azioni contrarie a queste dell'inizio, ma avrà la forza di pentirsi, per ritornare alla comunione con il suo Signore.

È la grandezza d’animo, la magnanimità in ogni circostanza, sul tipo di quella di Davide, di ogni persona, comunità, o gruppo sociale soggetto, anche colpevolmente, alla debolezza e alla fragilità della condizione umana o dei propri consapevoli errori, che qualifica la testimonianza cristiana.

Essa manifesta il salto di qualità cui fa riferimento Paolo nella seconda lettura.

 

2a lettura (1 Cor 15,45-49)

 

Il brano è incentrato sulla risurrezione dei morti, la cui primizia è quella di Gesù Cristo, che inaugura una novità assoluta nella sua persona e nei credenti: il passaggio da un corpo terreno-umano a un corpo spirituale, secondo il disegno salvifico di Dio.

Il passaggio consiste nel fatto che “il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita”. Nella relazione tra Adamo e Cristo, Paolo stabilisce un chiaro rapporto tra il senso della creazione e quello della redenzione, per affermare che la novità di Cristo non consiste nell’avere vita, ma nel dare la vita nuova a tutti.

È un dono integrale, nel senso che riguarda tutto l’uomo – “spirito, anima e corpo” (1Ts 5,23) – per coinvolgerlo nel donare la vita nuova ed eterna. Già la creazione di Adamo ha in sé elementi di vita eterna solo che, per inganno, per cedere alla proposta alternativa e defraudante del serpente tentatore, si è staccato da essa assumendo criteri e scelte nell’ambito della concezione di vita propria: “Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; …”, e rimanere in essa.

“… il secondo uomo viene dal cielo”, cioè dall’ambito dove la sovranità di Dio è piena e è accolta dall’umano, nel caso specifico nella persona di Gesù. Al riguardo Paolo afferma:  “È In lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,9-10). La partecipazione del credente si deve alla fede in Lui, nella sua persona e nella causa dell’avvento del regno nell’oggi, anticipo e garanzia di quella futura nella pienezza dell’orizzonte escatologico.

La vita, l’insegnamento, la pratica, le scelte, la determinazione e la fedeltà alla meta della salvezza dell’umanità, e di ogni singola persona, segnano il passaggio “dall’uomo terreno all’uomo celeste”, ossia nell’assomigliare a Dio imitando e seguendo le orme del Figlio che esorta: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12).

È l’amore con cui Dio ci ama, nella persona di Gesù in questa vita; l’amore che ci coinvolge, riscatta e rigenera dalla fragilità, vulnerabilità e debolezza cosciente e peccaminosa qui, in questa vita, nel momento in cui diventa l’orizzonte e la pratica della condotta e dell’agire,  nei rapporti interpersonali, per la causa di un mondo nuovo nella giustizia e nel diritto. Costoro diventano l’orizzonte divino già presente, e fa “dell’uomo terreno un uomo celeste”.

In altre parole, l’ambito dell’umano esprime l’ambito divino, il finito l’infinito. Questo evento è parte di un processo che non solo non avrà fine, ma che neanche la morte potrà diminuire, e ancor meno cancellare.

In sintesi, l’amore che dà senso, profondità e pienezza di vita qua, è lo stesso che realizza la risurrezione là, passata la barriera della morte e, per l’amore, ha conformato l’esistenza storica e umana nella pratica di ogni giorno, nell’orizzonte dell’avvento del regno.

La specificità di tale amore è descritta nel vangelo.

 

Vangelo (Lc 6, 27-38)

Il brano segue immediatamente quello delle beatitudini di domenica scorsa; beatitudini proprie di quelli che hanno lasciato tutto per seguire il Signore. Come il vangelo di domenica scorsa Gesù si rivolge ai discepoli: “A voi che ascoltate…”; quindi non semplicemente a voi che udite, ma a voi che vi lasciate coinvolgere e fate dell’insegnamento, delle scelte, della filosofia (amore alla sapienza) che sto insegnando e praticando il vostro progetto di vita per la causa del regno.

Ed ecco il comportamento e l’insegnamento di Gesù: “… io dico: “amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica, Dà a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. Sono parole sublimi e coinvolgenti, che danno luogo all’avvento del Regno di Dio, rendendo visibile l’accoglienza della sua sovranità.

Nessuno degli apostoli capì una proposta utopica così grande: pensavano che il messia avrebbe conquistato il mondo instaurando il regno di Israele e Gesù, a causa di essa, finì sulla croce. È un’utopia che propone una visione dell’umanità fortemente alternativa a quella di tutti i tempi. La realtà sociale prevalente, oggi, è costruire “muri” che dividono dagli estranei – vedi l’atteggiamento di molti cattolici partecipanti alla messa domenicale verso i migranti, soprattutto se africani – figuriamoci i nemici!

In cosa consiste la pratica di amare i nemici? È abbracciarli, legarsi sentimentalmente a coloro che ti derubano, che ti hanno fatto del male o, addirittura, vogliono toglierti la vita? No! L’amore verso loro (lui o lei) non è un sentimento ma un modo di essere, uno stile di vita per il quale condividere quello di cui hanno (ha) bisogno per il loro (suo) bene.

Come raggiungere nel proprio mondo interiore lo stato d’animo corrispondente in modo da agire adeguatamente?

L’osteggiamento immotivato, o causato dalla gelosia, dall’invidia o, ancora, dalla struttura personale, oppressa dal male del nemico, può far emergere nella vittima la compassione e la misericordia nei suoi confronti, facendo intuire come il mondo interiore del nemico – ma più ancora dell’amico, del fratello nel quale confidare pienamente – è pervaso dalla sofferenza, dal disagio, dall’insoddisfazione con sé stesso, per quello che è e fa.

La compassione e misericordia della vittima vorrebbe agire per liberarlo da tale condizione. In un certo senso soffre più per lui che per l’osteggiamento di questi nei suoi riguardi. Tuttavia ciò è possibile solo per la profondità e la magnanimità dell’amore di Dio, nel quale ha creduto e dal quale si è lasciato coinvolgere. Di conseguenza sperimenta, con esso, la gratuità del suo amore, che lo libera dalla condizione disumana, infernale in cui si trova.

Ha capito e accolto, per la fede, la compassione e la misericordia di Dio nei suoi confronti, la stessa che ora lo muove a fare altrettanto nei confronti del nemico. Tali sentimenti guidano e orientano il suo comportamento nell’orizzonte della gratuità, che da senso, forza e pienezza di vita all’amore stesso, senza alcun riferimento o attesa a ogni forma di ritorno o di scambio che, fra l’altro, collocherebbe l’amore stesso nell’ambito del dare/avere.

È il farsi dell’avvento del regno di Dio, della sua sovranità, nella persona e nel rapporto che stabilisce con il nemico, pur sapendo che da quest’ultimo può non essere compreso, accolto o, addirittura, rifiutato.

La persona entra, in tal modo, nel mondo di coloro che hanno fatto esperienze simili, denominandole come notte luminosa, musica silente, e via dicendo. Esperienza nella quale, paradossalmente, gli opposti sono faccia a faccia (due realtà, non si tratta di visi) quali la notte e la luce, la musica e il silenzio…, il finito e l’infinito; ognuno nella loro integrità e irriducibilità ma, misteriosamente, comunicanti e coinvolgenti, a immagine proprio del rapporto dell’umano con il divino.

Gesù rafforza la bontà del suo intervento affermando: “Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso”. Una traduzione brasiliana della bibbia usa un termine a mio giudizio più incisivo, invece del senso che ho sottolineato afferma: “che gratuità è questa?”. Essa risalta la necessaria condizione dell’amore, affinché si esprima in tutta la sua potenzialità e forza.

“Amate i vostri nemici (…) senza sperare nulla”, appunto, gratuitamente. È eleminato qualsiasi riferimento alla “gratitudine dovuta” che, in un certo senso, rimanda al generico rapporto dare-ricevere.

La gratuità ha in sé stessa la vita eterna, trasmette la gioia piena, il farsi della ricompensa nel percepirsi “figli dell’Altissimo”.

Il brano termina con l’esortazione alla misericordia, a non giudicare, al perdono e alla generosità verso il bisognoso che chiede aiuto, “perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”. La persona potrà misurare il grado di vita eterna nella quale è coinvolta: misurerà se stessa con lo stesso criterio con il quale Dio misura se stesso nell’ambito delle relazione trinitaria, e di quest’ultima con l’umanità e ogni singola persona.

 

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