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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 27,4-8)

Il Siracide (precedentemente indicato con il titolo di Ecclesiastico – libro da leggere nell’assemblea e, infatti, l’opera era molto letta nella comunità ecclesiale – N.B.: da non confondere con l'Ecclesiaste o Qoelet) è un libro sapienziale ricco di insegnamenti rivolti a ogni categoria di persone, e valido per diverse situazioni di vita.

Abbraccia aspetti positivi e negativi dell’esistenza umana e presenta una visione serena del mondo e della vita, sorretta dalla presenza di Dio e dalla bontà della sua provvidenza. Profondamente radicato nella tradizione religiosa dei padri, vede nella legge del Signore il fondamento e la fonte prima della vera sapienza data a Israele.

Il testo considera, in generale, l’attività intellettuale della persona e, specificamente, la comunicazione attraverso la parola, la conversazione, la manifestazione del pensiero e afferma: “Quando si agita un setaccio, restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti.

Vagliare l’uso della parola – riferimento in senso lato ad ogni mezzo e forma di comunicazione – con intelligenza e umiltà riguardo alla ricezione, all’incomprensione o al rifiuto del contenuto da parte dei destinatari è come agitare il vaglio e discernere la reale efficacia e opportunità o meno di essa.

Riflettere, ritornare su sé stessi e attivare il discernimento è motivo di crescita sotto tutti gli aspetti o di chiusura in sé stessi, nel proprio ambito, nel proprio mondo interiore, rendendo impossibile, in tal caso la crescita di nuovi e positivi sviluppi. È quello che, normalmente,  succede quando prevale la paura, l’orgoglio, l’invidia o la gelosia.

“La prova dell’uomo si ha nella sua conversazione”, nella quale affiora la qualità umana, psicologica e spiritale della stessa. Qualità che disvela l’adeguata e competente argomentazione, o meno, del tema di cui si parla, per la capacità di ascolto e di accoglienza di opinioni diverse, per l’esposizione di argomenti contrari ma opportuni che aprono nuovi orizzonti, per la pazienza e l’equilibrio psicologico nelle eventuali incomprensioni, provocazioni pungenti o anche frasi o parole inopportune o, addirittura,  offensive. Un consiglio saggio è “non tanto dire quello che si pensa, quanto pensare quello che si dice…”.

Un aspetto di fondamentale importanza è l’ascolto. Il libro del Deuteronomio – l’ultimo dei cinque che costituiscono la Legge dell’Antico Testamento – esorta, con insistenza, il popolo eletto: “Ascolta Israele…”, nel senso di porre tutta l’attenzione e la disposizione interiore per discernere, nel contenuto della comunicazione, gli elementi di novità che sostengono il progetto di vita e il cammino in sintonia alle esigenze dell’Alleanza, stipulata da Mosè nel Sinai.

La Parola di Dio è registrata nei testi biblici, ma non solo. È anche la storia – gli eventi dell’attività umana – che, nella loro globalità, sono sostenuti dalla presenza e dall’azione Trinitaria. Solo che il progresso umano, frutto dell’indagine in tutti i campi del mistero della vita, non è scevro da ambiguità e, di conseguenza, portatore di bene e di male per le persone e l’umanità; più specificamente, di bene per pochi, escludendo il bisogno di uscire dalla sofferenza e dal disagio umano di molti.

“Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo”. Vale specificare che per la bibbia la parola non è solo quella pronunciata della persona, ma ogni azione della stessa che ha senso e significato, e incide nel rapporto interpersonale e sociale a vantaggio o danno di sé, dell’interlocutore, della società o del creato.

Qui l’etica ha un ruolo fondamentale nel dimostrare in che modo è coltivata la vita individuale, sociale ed ecologica.

L’etica non è altro che la filosofia di vita che determina l’orizzonte e la finalità di un’azione. È tale se rispetta la giustizia, il diritto, e stabilisce uguali opportunità senza pregiudizi o discriminazioni. In caso contrario si determina l’anti-etica, la quale causa e sorregge la qualità dei sentimenti e motiva azioni non in sintonia con la volontà di Dio, e il rispetto dell’Alleanza per l’avvento del regno.

“Non lodare un uomo prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. “Parlato”, appunto, nel senso che il discorso e l’azione conseguente manifestano la sintonia o meno con le finalità che si propone. Solo allora sarà opportunamente da biasimare o da lodare.

Il brano riflette la saggezza popolare e il buon senso; saggezza ulteriormente sviluppata dalla vita e dalla persona di Gesù, soprattutto per gli effetti dell’evento pasquale cui si riferisce la seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 15,54-58)

Il testo odierno è la continuazione di quello di domenica scorsa. In quest’ultimo si argomenta il passaggio da un corpo terreno-umano a un corpo spirituale. È quello che è successo nella persona di Gesù che, lungo la sua vita, ha posto tra parentesi la condizione divina per assumere la condizione umana nella quale procedere nei diversi avvenimenti con un corpo spirituale fino a quello, determinante e decisivo, della consegna e risurrezione per la causa del regno di Dio.

Nel cammino, il suo corpo mortale si è vestito d’immortalità per la fedeltà alla causa del Regno, motivata dall’amore rigenerativo che la pratica corrispondente porta con sé. Tutto ciò è trasmesso al credente, chiamato a fare la stessa esperienza seguendo i suoi insegnamenti.

È in questo modo che, come in Gesù Cristo, anche nel credente si compirà la Scrittura: “«La morte è stata inghiottita nella vittoria.Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. L’immagine del pungiglione, legata alla morte, indica un’aggressione mortale, dovuta al fatto che “il pungiglione della morte è il peccato”.

E di seguito, l’apostolo afferma: “la forza (la “potenza”) del peccato è la Legge”! Un’affermazione straordinaria e scandalosa, decisiva per la fede di Gesù. La contrapposizione è dunque tra “Gesù Cristo” e la “Legge”, perché quest’ultima si riferisce fondamentalmente al codice dell’Alleanza. Ebbene, la finalità e il senso ultimo di essa è stata travisata e manipolata dall’istituzione religiosa, governata e sostenuta dai massimi rappresentati.

Quella legge che, con la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e l’entrata nella terra promessa, doveva conformare la nuova società nella pratica del diritto e della giustizia a tutti i livelli, integrando in essa anche gli altri popoli, ha prodotto il contrario. La classe dirigente, inclusa quella sacerdotale – la legge è allo stesso tempo religiosa e sociale – ha creato una situazione, personale e collettiva, devastante per la moltitudine di poveri e oppressi, e particolarmente favorevole per essi.

“Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. Con il compiersi dei tempi e la venuta del Messia Salvatore è Lui, Gesù, il Cristo del Padre, che genera, illumina e guida il Popolo di Dio. Tutto questo Egli lo compie con un “giudizio di salvezza, il suo sacrificio d’amore, la sua Croce per la salvezza dell’umanità.

Questa è la “vittoria” sul male e sulla morte che Dio dà “per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. È la salvezza che la Legge non può dare, perché comunica il giudizio divino ma non dona la forza di accoglierlo. Al contrario, Gesù la dona prendendo su di sé il peccato del mondo ed effondendo su ogni carne la potenza della sua misericordia e il dono del suo Spirito, che conduce nella via nuova del Vangelo.

Di conseguenza, l’esortazione “rimanete saldi e irremovibili”, con forza e determinazione assoluta in questo “rimanere”, poiché costituisce il segreto e la potenza del progredire “sempre più nell’opera del Signore”. Per camminare bisogna stare in Lui, altrimenti ci si agita e basta. La fedeltà del vincolo di comunione con Gesù è ciò che rende possibile il crescere in Lui. È fatica, sicuramente, ma non è vana, ne vale la pena.

Il vangelo puntualizza la caratteristica del rimanere con Lui.

 

Vangelo (Lc 6,39-45)

Il brano è di una logica stringente e buon senso. “La bocca parla della pienezza del cuore”. Per “cuore” si intende il progetto di vita, la meta, i contenuti e il modo di procedere. È la sede della riflessione, della ricerca, dell’elaborazione, il cui proposito, sostenuto dal fascino e dall’attrazione, ispira e motiva le scelte e le azioni corrispondenti.

Non si tratta, quindi, dell’aspetto emozionale, affettivo, sentimentale cui si riferisce il termine cuore nella nostra cultura (la cultura di allora indicava i reni come sede di tali aspetti). Il progetto di vita, proprio della funzione, del cuore elabora un insieme di fattori per raggiungere un fine che, di per sé, costituisce il senso ultimo del vivere, un tesoro da custodire e far crescere per soddisfare, pienamente, il senso della vita e auto-elogiarsi dei risultati raggiunti.

Il progetto può essere cattivo o buono, in sintonia o no con il fine della missione di Gesù, ossia con l’instaurazione del regno di Dio. È evidente che i frutti dell’agire manifestano la qualità del progetto: “Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni”.

Gesù raccomanda ai discepoli di vedere, di capire bene, quello che sta succedendo con il suo insegnamento e la sua pratica pastorale, per non prendere gatto per lepre. È la condizione per il loro corretto svolgimento della missione: “il discepolo ben preparato sarà come il suo maestro”. Ma nel caso specifico del discepolato, l’adeguata preparazione richiede la grande fatica di sganciarsi dalla tradizione, da ciò che si è sempre fatto in attenzione delle norme sostenute dalla teologia consolidata, a favore della novità in nome della messianicità e l’avvento del regno.

La notevole fatica è attuale nei nostri giorni. Le sfide all’evangelizzazione che si affacciano con rapidità sorprendente per la dinamica del mondo moderno, che evidenzia la complessità del microrganismo e della maxi-realtà a tutti i livelli, suscita uno stato di confusione, incertezza, insicurezza e sconcerto che genera il timore non sapersi muovere  bene, percependo che riferimenti ritenuti immodificabili poco tempo or sono, ora non lo sono più.

Se poi si aggiunge che l’azione della Trinità è presente e attiva nel cammino degli uomini, nell’evolversi della società, per condurre tutti e tutto nell’ambito della realtà del regno di Dio, lo sconcerto e l’insicurezza aumenta ancor di più, per una tradizione vincolata a un passato che non esiste più e, quindi, inadeguato a fornire risposte in sintonia con il valore eterno della rivelazione del mistero di Dio, elaborato dalla persona e dalla missione di Gesù.

Per capire questi cambiamenti, ricordo che anni fa il card. Martini, e ancora prima Giovanni Sartori, presidente dell’associazione teologica italiana, affermavano che se avessero dovuto riscrivere la teologia lo avrebbero fatto partendo dal punto d’arrivo, dall’escatologia, ossia dalla realtà ultima e definitiva che si manifesterà pienamente alla fine dei tempi, e che si è rivelata nella vita, nell’insegnamento, nella pratica pastorale, nella morte e risurrezione di Gesù Cristo. Evento ultimo e definitivo già presente nella storia, e che invochiamo giornalmente nella preghiera del Padre Nostro “venga il tuo regno”; quindi oggi, proprio ora, nel senso che il regno non è una realtà esclusivamente futura ma è già presente, seppur non pienamente realizzata, nella nostra nostra vita quotidiana.

Purtroppo, la formazione teologica, spirituale e pastorale attualmente prende in considerazione solo il rapporto Cristo-Chiesa, lasciando la categoria “regno di Dio” ai margini della storia, ovvero dopo la morte individuale, o alla fine dei tempi con il ritorno del risorto. Tuttavia Papa Francesco sollecitava i vescovi italiani esortandoli a prendere atto e a sviluppare la triplice appartenenza del credente al Cristo, al Regno e alla Chiesa. Finora, purtroppo, non si è visto ancora nulla che vada in tal senso…

Reimpostare l’insieme è un lavoro molto grande e impegnativo, ma ineludibile e necessario, che tocca tutti i livelli della vita della Chiesa. Lo esige, appunto, la complessità dell’esistente nel quale siamo coinvolti, e il buon risultato per il quale “il discepolo ben preparato sarà come il suo maestro”.

D’altro lato, la mediocrità della preparazione aprirà varchi che faciliteranno il guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel proprio…

 

 

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