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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 26,4-10)

 

Il testo corrisponde al nostro “credo”. È la professione di fede del popolo ebraico liberato dalla schiavitù dell’Egitto e condotto attraverso il deserto alla terra promessa. La sua fede è la testimonianza di una storia, di un cammino, che inizia con Abramo, il capostipite: “Mio padre era un Aramèo errante”.

Le vicende che seguirono fecero della poca gente una “nazione grande, forte e numerosa”. Tuttavia la sintonia iniziale con la vicenda di Giuseppe – divenne viceré d’Egitto – col passare degli anni essa si tramutò in una minaccia per L’Egitto: “I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divenendo numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno” (Es 1,7).

Non si conosce la causa della fallita integrazione. Viene soltanto registrato il rapporto fra i due popoli, valutato sul numero dei membri, sulla loro forza, il potere e l’eventualità che uno prevaricasse sull’altro. La conseguenza è che “gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù”, il che succede quando la paura si associa al potere, e allora ecco la schiavitù o, addirittura, la strage.

Tuttavia può darsi che il popolo d’Israele, numeroso, forte e sicuro di sé, si sia allontanato dal Dio della promessa e abbia fatto di Lui semplicemente, e deduttivamente, il Dio del privilegio, “ammutolendo”. Altrimenti come spiegare il lungo silenzio di Dio nei riguardi del suo popolo maltrattato?

L’avvertenza è illuminante per oggi, riguardo all’efficace e positivo processo di accoglienza e integrazione dei migranti in cerca di pane, pace e di sicurezza di vita. Considerare la propria condizione esclusivamente nell’ambito del privilegio e del diritto acquisito porta a ritenere, e vedere nei migranti bisognosi di aiuto, una minaccia o,  peggio, un pericolo. La conseguenza è la chiusura delle frontiere.

In ogni modo, riprendendo il testo non è difficile immaginare la condizione devastante a  livello generale del popolo e, individuale, di ogni persona. L’interrogativo è: Dio ha dimenticato la sua promessa? Ha ritirato il suo favore? L’angoscia da un lato, e la memoria nella fedeltà di Dio alla promessa dall'altro, motivano l’invocazione d’aiuto.

“Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la mostra umiliazione, la nostra miseria, la nostra oppressione”. La compassione e la misericordia, l’amore fedele del Signore prevale: “E il Signore ascoltò la nostra voce (…) ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio, spargendo terrore e operando segni e prodigi”.

La memoria del grande evento della liberazione, elemento centrale della fede del popolo, e la finalità e il destino ultimo di tale evento, costituiscono il quadro di riferimento per il presente e il futuro del popolo.

Dio ha liberato il popolo perché faccia del dono della liberazione memoria che ne attualizza gli effetti per le generazioni future. Resterà impressa nel loro patrimonio di fede e d’identità il passaggio dalla condizione di schiavitù e oppressione a quello di popolo libero ed erede della benedizione, della promessa di Dio e riferimento per tutte le nazioni.

Uscito dall’Egitto, il popolo intraprende il cammino nel deserto, nel quale attraverso prove e difficoltà perfeziona, purifica e consolida il frutto della liberazione e rende comprensibile la portata e significato dell’Alleanza contratta nel Sinai, in modo che, correttamente intesa e praticata, farà della terra promessa l’ambito dell’avvento della sovranità di Dio.

Proseguendo, il “credo” afferma: “Ci introdusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele”. 

Non si tratta solo di una terra, di uno spazio geografico, ma del vissuto del popolo in sintonia con la pratica della giustizia e del diritto, secondo le indicazioni e le esigenze dell’alleanza, che farà della nuova nazione l'espressione del regno di Dio: il luogo e l’ambito dove Dio regna.

L’atto finale è il riconoscimento della sua presenza, azione e dono: “Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”, perché da Lui provengono e a Lui tutto appartiene. All’offerta segue l’adorazione: “ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio”; così il popolo riconosce, assume e stabilisce il corretto rapporto con il Signore e con sé stesso, basato sulla fiducia nel Dio che lo ha liberato.

È proprio la fiducia che Paolo chiede, nella seconda lettura, ai cristiani.

 

2a lettura (Rm 10,8-13)

 

È noto che Paolo presenta Gesù sempre a partire dalla risurrezione. Non lo fa dal concepimento, dalla nascita o dalla vita pubblica, come sarebbe normale in ogni biografia. Comincia dal finale, dal punto d’arrivo, perché l’evento della risurrezione rivela e conferisce a Gesù, definitivamente, il carattere di Messia. Da allora sarà Gesù Cristo, unendo i due aspetti, l’umano e il divino.

La risurrezione manifesta Gesù costituito dal Padre, per mezzo dello Spirito, Signore del cielo e della terra. L’evento è generato dall’amore per la causa del regno e fa sì che,  per la morte in croce, Gesù, o meglio, per l’amore elevato alla sua massima espressione, prenda possesso della risurrezione.

“Chiunque crede in lui non sarà deluso”. Credere è lasciarsi coinvolgere dagli effetti dell’evento pasquale. Essi sono un dono, non la ricompensa per un merito. Tale fiducia non rimarrà delusa riguardo a quello che il credente sarà in condizione di fare, di scoprire, di contemplare in merito all’avvento del regno di Dio in lui e, misteriosamente, nell’umanità percepita in cammino verso l’evento ultimo e definitivo alla fine dei tempi.

Nel credente tali effetti sostengono e autorizzano a vedere se stesso con gli stessi occhi di Dio, al di là dei propri limiti e capacità, dei peccati e virtù, della forza e debolezza, degli aspetti negativi che prevalgono pesantemente, il più delle volte, sulla necessaria autostima, e condizionano la crescita e l’impulso nel progredire fiduciosamente contro difficoltà e ostacoli. Non poche volte tali aspetti sono causa di depressione.

Ebbene, il dono degli effetti della morte e risurrezione di Gesù, genera in lui il legittimo ottimismo, perché rimanendo profondamente unito a Cristo, vittorioso sul male e sul peccato, si sente rigenerato nel sostenere la lotta contro difetti e limiti che sono reali, ma non invincibili.

Dio vede una persona nuova, rivestita del Figlio, attraverso le lenti dello Spirito;  giustificato, trasformato, glorificato, capacitato ad affrontare, vittoriosamente, la lotta giornaliera contro il male e il peccato, in virtù dell’amore in cui è coinvolto e immerso.

Paolo, con l’esperienza alle porte di Damasco, si è così percepito. Perciò può  legittimamente affermare: “Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore”, e specifica: se proclamerai Gesù è il Signore e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo”. È noto il detto: “la lingua parla di ciò che è pieno il cuore”.

“Con il cuore si crede per ottenere la giustizia”. Il cuore non è ritenuto, come da noi, la sede degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti, ma il luogo del pensiero, della riflessione, dell’approfondimento, della formazione della coscienza. Credere è accogliere e coinvolgersi negli effetti del dono della sua morte e risurrezione e determinarsi, con audacia e coraggio, per la causa del regno, in virtù della quale si attualizza la giustizia di Dio, ossia la salvezza.

Oggettivamente l’evento pasquale giustifica ogni essere umano e l’umanità intera. Il credente, coinvolto e immerso nell’oceano di quest’amore, percepisce la sua trasformazione e, con essa, la condizione di giusto davanti a Dio. Tale condizione fa sì che “con la bocca si fa professione di fede per avere la salvezza”, mediante la comunione con Lui.

Il dono non è un’acquisizione permanente: diverrebbe possesso e svuoterebbe la forza e il potere della gratuità dell’amore. Mantenendo la caratteristica di dono, deve essere invocato nel momento opportuno: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Il nome, diversamente dal nostro linguaggio, manifesta la profondità, l’autenticità e la missione della persona: nel caso di Gesù Cristo è l’amore trinitario e la sua misericordia.

Tutto ciò è “la parola di fede che noi predichiamo”; ossia l’evento centrale della vita di Gesù, verso il quale si è incamminato dopo aver vinto l’estenuante lotta contro il demonio nel deserto, come racconta il vangelo, lotta che continuerà fino a poco prima di morire sulla croce.

 

Vangelo (Lc 4.1-13)

 

(Preambolo: il significato del battesimo di Gesù (Mt 3, 13-17))

  • Gesù non è peccatore. E allora perché va al Giordano per farsi battezzare da Giovanni? (v.13). La sua è una scelta necessaria e ineludibile: può testimoniare qualcosa che non ha sperimentato? Solo mettendosi sullo stesso piano degli uomini, che sono peccatori, può insegnare loro come vincere il male e partecipare della pienezza di vita, della vita eterna.

Di conseguenza mette, come tra parentesi, la sua condizione divina e assume la condizione umana di servo, come ben esplicita la lettera di Paolo ai Filippesi: “Gesù essendo di condizione divina, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini (Fil 2,6-7). In ordine a quale fine?

  • Il fine è contenuto nella risposta di Gesù a Giovanni: “Perché conviene che adempiamo (Giovanni e lui) ogni giustizia (v.15)”. La giustizia è l’evento di salvezza individuale, sociale e del creato. Infatti Egli dirà: “Io sono venuto perché abbiate vita e l’abbiate in abbondanza” (Gv 10,10), “perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). L'evento è la sovranità di Dio, l’avvento del suo Regno nel presente, proprio “oggi” (Lc 4,21), anticipo e caparra dell'ultimo e definitivo alla fine dei tempi.
  • Con la “voce dal cielo che diceva: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento (v.17)”, Gesù prende coscienza della “condizione di servo”, quella del Servo sofferente presentato dal profeta Isaia (Is 42, 1-9; 49,1-9; 50,4-7; 52,13-53,12), che consegna sé stesso in riscatto per ogni persona, del popolo e dell’umanità intera, e che costituisce il motivo della missione. Allo stesso tempo prende coscienza degli ostacoli, dei trabocchetti e delle seduzioni che dovrà affrontare a causa dell'intento del diavolo di far fallire la sua missione.

La domanda di fondo che Egli si fa è: Come procedere? cosa fare per non cedere ad essi?

 

Ecco che, allora, il testo delle tentazioni ci fornisce la chiave di lettura dell’agire di Gesù durante tutta la sua missione terrena.

 

LE TENTAZIONI

I personaggi del brano, oltre a Gesù, ovviamente, sono lo Spirito Santo e il diavolo.

Lo Spirito conduce Gesù nel deserto per fargli provare le tentazioni. Perché nel deserto? Il deserto – luogo inospitale e di solitudine – è l'ambito della prova, del discernimento, della purificazione, del processo che definisce la consistenza, la solidità e la fermezza, o meno, della personalità di Gesù in rapporto con il Padre e la volontà di questi.

Guidato dallo Spirito digiunò 40 giorni. È la privazione come via verso il divino in momenti di crisi, come ultimo rimedio quando lo stato delle cose è sul punto di alterarsi, o la sciagura è già avvenuta. Esso esprime la contrizione di fronte a una disgrazia già avvenuta o che sta per accadere. Il digiuno è accompagnato dalla preghiera e dalla riflessione sulle proprie opere.

Quaranta giorni è un numero simbolico che indica un tempo prolungato e un processo che avanza gradualmente. Dopo il digiuno, e non prima, giungono, nella solitudine, le prove. E con esse la purificazione come un fuoco divampante: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Ed essi devono tornare a te, non tu a loro” (Ger 15.19).

Nell’ambito generale il digiuno è finalizzato a riordinare e regolare elementi che disturbano, nella persona, la sintonia e l’accoglienza di valori costitutivi del proprio essere, del proprio mondo interiore. La rinuncia al nutrimento indebolisce e purifica, nella speranza del soccorso di Colui che tutto può. Ma prima di essere esauditi, se mai accadrà, l’attesa sarà inospitale come un deserto”. (Trattato sul digiuno. Dalla recensione di Giulio Busi sul lavoro di Michael Ascoli sul tema, tratto dal Talmud Babilonese VI-VII secolo, 2019. Sole 24 ore). L’esperienza di alcune persone testimonia che hanno trovato nella preghiera e nel digiuno l’equilibrio e la risposta di cui avevano bisogno.

Gesù, nel prendere atto della portata e delle conseguenze tragiche della missione del “Servo”, profondamente scosso e turbato, sente la necessità di lasciarsi condurre dallo Spirito nel deserto per discernere e stabilire come procedere nella missione, senza perdere la sintonia con la volontà del Padre, nel quale ha piena fiducia.

Due sono i quesiti che si presentano: Con quali mezzi? In che modo procedere?

Le tentazioni non riguardano l'obiettivo della missione, quale la liberazione dal peccato, la salvezza degli uomini con l’accoglienza della Sua sovranità e la vita in abbondanza, ma il sedurre Gesù affinché fallisca nella sua missione.

Per questo entra in gioco il diavolo, presente nell'intimo di Gesù, in quanto uomo. In prima istanza egli assume il ruolo di Satana (era l’inviato del re nelle province per testare la fedeltà dei governatori e notabili e poi riferiva).

Gesù, nel battesimo, ha fatto propria la condizione di “peccatore”, in solidarietà con i peccatori, pur non essendolo. Tale condizione non gli appartiene, ma si fa “servo” ponendosi al loro stesso livello. Privato della fragilità e della debolezza umana verrebbe meno l’attendibilità del Suo insegnamento di maestro, di guida. Se, per la condizione divina, si fosse avvalso della prerogativa di “super-uomo”, come avrebbe potuto insegnare ciò di cui non ha esperienza?

Da tentatore, il diavolo passa all’attacco per separare Gesù dal Padre, indicandone il cammino. All’interno di Gesù scoppia il conflitto per due motivi: da un lato, l'unione con lo Spirito derivante dalla realtà divina, sebbene, volontariamente, si sia svuotato di essa e, dall'altro lato, la realtà umana dell'uomo peccatore. (È quello che S. Paolo designerà più tardi come “uomo spirituale” contro “l'uomo carnale”, l'opposizione fra Spirito e carne).

Quindi, il diavolo è la realtà dell'uomo lontano, superficiale o indifferente al pensiero e alla volontà di Dio.

Il lungo tempo, l'ambiente, il rigoroso digiuno indicano che le tentazioni non sono cose di poco conto, né facili ad essere vinte. Gesù vincerà la battaglia; infatti: “Allora il diavolo lo lasciò” (Mt 4,11), ma la tentazione tornerà successivamente, al momento opportuno. Quando? Pochi minuti prima di morire in croce, nel momento della massima fragilità umana: “Ha salvato altri! Salvi sé stesso, se è lui il Cristo, l'eletto (…) se tu sei il re dei Giudei salva te stesso” (Lc 23,35-37) La guerra è vinta sulla croce, resistendo fino alla morte e sarà convalidata, definitivamente, dalla risurrezione.

Importante è non perdere di vista che nelle tentazioni è in gioco la pretesa di Gesù di essere creduto e accolto come figlio di Dio. Agli occhi degli uomini deve provare che realmente lo è! Il “corto circuito” che ne deriverà è dovuto al fatto che, per gli uomini, ciò che aspettano e sperano dal Messia è ben diverso da ciò che Gesù e lo Spirito sono pronti a trasmettere.

 

a) LA PRIMA TENTAZIONE: “Se tu sei Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane”.

Gli uomini si aspettano che Gesù risolva, con un miracolo, gli urgenti bisogni della vita giornaliera quali la fame, la malattia, la povertà, etc. Il popolo vuole segnali, miracoli. Se Dio è onnipotente, perché non li fa? Se nulla accade in tal senso vorrà dire che Lui non è Dio. (Gesù compirà alcuni segni, miracoli e, allo stesso tempo, raccomanderà di percepire in questi accadimenti l'avvento della sovranità dell'amore di Dio, ma anche di mantenere il segreto su di essi, di non parlarne. Si tratta del cosiddetto “segreto messianico”, perché il significato profondo e vero degli stessi sarà rivelato solo con la sua morte e risurrezione, non prima. Prima sarebbero male interpretati e Gesù verrebbe percepito solo come un taumaturgo, un guaritore, un profeta …).

Cadere in questa tentazione comporterebbe il demotivare gli uomini dall'impegno nella pratica della giustizia, del diritto, dell'amore responsabile e fraterno, per mezzo del quale il pane arriva alla tavola di tutti, così come tutto ciò di cui gli uomini hanno bisogno per una vita degna, pienamente umana.

Demotivati dalla pratica dell'amore Dio è mantenuto lontano da loro – Dio è amore – e rimangono lontani dalla comunione con Lui, nella situazione di prima.

Gesù non sottovaluta l'importanza del pane ma antepone ad esso la Parola che, accolta, permette che i bisogni imprescindibili siano attesi a livello sociale e individuale.

 

b) LA SECONDA TENTAZIONE: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù”.

Il diavolo invita Gesù a buttarsi dalla parte più alta del Tempio. Il pensiero comune è che nel Tempio c'è Dio e sicuramente interverrà. Dio non permetterà che succeda alcunché al Figlio e tutti, dopo lo strepitoso intervento, crederanno immediatamente in Lui e nella Sua Parola. Quale migliore opportunità per togliere tutti i dubbi in ordine alla pretesa di essere Figlio di Dio! Fino a poco prima di morire è tentato in tal senso da parte dei presenti: “Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuole bene. Ha detto infatti: 'Sono Figlio di Dio'” (Mt 27,43).

Ma è proprio vero che l'intimità e l'amore Padre-Figlio è certificata da interventi di questo tipo? Dal punto di vista umano, senza dubbio è così! (In effetti, che il Padre consegni il Figlio, e il Figlio accetti di essere consegnato dal Padre è, talvolta, l'affermazione più scandalosa del N.T.). Tuttavia, quanti genitori fanno questo per non perdere il figlio che amano e per il suo bene! Quanti figli, allontanati dal pericolo, dopo un momento di gratitudine, di “conversione”, tornano allo stesso punto di prima ingenerando un'enorme mortificazione nei genitori. Che cosa non ha funzionato e ha fatto da corto circuito?

Un'altra considerazione. È proprio vero che la fiducia in Dio dipende da gesti grandiosi e sorprendenti? La parabola del ricco che chiede di ritornare in vita, certo che i fratelli, ancora vivi sulla terra, si convertiranno, insegna: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro (…) Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi anche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,27-31).

Cadere nella seconda tentazione sarebbe, quindi, la manifestazione di un potere grandioso e sorprendente, ma inutile e sterile.

  • Inutile, perché il timore reverenziale verso il potente suscita, da un lato, distanziamento e, dall'altro, falsa comunione, tipica dell'inferiore con il superiore chiamati a convivere. Può la povera e umile contadina credere nel sincero amore del re nei suoi confronti?
  • Sterile, perché la capacità di porsi a disposizione della causa del Regno, seguendo il Maestro, è soppressa dalle esigenze di “amore” fra padre e figlio; amore che costituisce una barriera insuperabile. Gesù afferma: “Chi ama padre e madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio e figlia più di me non è degno di me” (Mt 10,37). L'amore vissuto in questi termini è votato alla sterilità.

Per l'uomo disimpegnato, indifferente al progetto di salvezza dell'umanità intera, alla causa sociale e individuale dell’avvento del Regno, è corretto coltivare e “chiudere” l'amore nell'ambito dei familiari, parenti, amici e vivere la “realtà” di Dio come emozione e stupore grandioso e sorprendente. Ma questo atteggiamento conduce lontano da Dio, dall'Amore pieno.

 

c) LA TERZA TENTAZIONE: “Il diavolo (…) gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria” (Mt 4,8)

Il diavolo lascia le prime due motivazioni – “Se sei Figlio di Dio” – e svela il suo gioco malvagio: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione davanti a me, tutto sarà tuo” (Lc 4,6-7). “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai” (Mt 4,9). Egli sa che, secondo i criteri umani, il popolo e le autorità sono ai suoi piedi. Anche per Gesù è enorme la seduzione della proposta che configura falsamente l’avvento del regno.

Potere e gloria sono dati all'uomo da Dio stesso “Davvero (tu Dio) l'hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore l'hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i tuoi piedi” (Sl 8,6-7). Dio ha dato all’uomo “potere sulle opere delle sue mani”, associandolo all’azione creativa e rigenerativa della persona, dell’umanità e del creato, nell'orizzonte della pace e dell'armonia.

L’uomo cosa ne ha fatto del dono? Lo ha manipolato attorno a due riferimenti:

  1. evita l'adeguato coinvolgimento nella responsabilità e nella pratica della libertà per amare, in ordine al progetto della nuova e universale società che Dio vuole realizzare, con la liberazione dalla schiavitù, da ogni dipendenza (come avvenne con la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto) e l’avvento della sua sovranità – del Regno – nel presente, anticipo e tensione verso l’ultimo e definitivo alla fine della storia, quando Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).
  2. aderisce alla seduzione del potere e della gloria a vantaggio proprio (o del gruppo di appartenenza) in sintonia con l’originaria tentazione del serpente: “sarete come Dio” (Gen 3.6).

Di conseguenza, fa del dono un evento destinato a rinchiudersi sterilmente su sé stesso (o sul gruppo di appartenenza), nella presunzione di un rapporto privilegiato per la pratica cultuale e l’osservanza di leggi e norme lontane dallo spirito dell’Alleanza; elementi che non conducono alla comunione con Lui, ma al proliferare dell’attività dell’avversario – del diavolo – con un’adesione strepitosa e sorprendente.

Da qui l’ardire sfacciato di quest’ultimo. È come se dicesse: se vuoi avere successo ti devi piegare a me, altrimenti nessuno ti seguirà.

 

PRIMA CONCLUSIONE.

Le tentazioni rivelano l'idolo presente negli uomini, l'immagine di Dio elaborata secondo la loro convenienza, quale potenza che risolve, con il miracolo, i loro bisogni; che legittima il suo essere Dio con interventi sorprendenti e grandiosi; che esige l’osservanza della Legge per acquisire meriti in ordine all’avvento del Messia, ponendo ai margini il coinvolgimento responsabile nell’esercizio della libertà per amare, testimoniando l’avvento del suo Regno nel presente, nell'oggi, anticipo e caparra di quello futuro.

Questa visione di Dio è incompatibile con quella di Gesù e il conflitto lo porterà alla croce.

Alla domanda iniziale su come svolgerà la missione, la risposta consiste nell'intraprendere con audacia, coraggio e creatività il cammino e la filosofia di vita che, inevitabilmente, lo porterà alla croce.

Le tentazioni manifestano il progetto di vita degli uomini, in nome del falso dio, dell'idolo che è in loro. La croce è la rottura con esso, in nome del bene comune, della vita in abbondanza per tutti, della vita eterna di Dio, dell’avvento della sua Signoria – l’avvento del suo Regno – a disposizione in ogni istante.

 

IL PECCATO

“Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto” (Sl 51, 6ab).

 

Come si configura il peccato? E il male in cosa consiste?

  • Il peccato.

“Mentre uscivano da Betania (Gesù) ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero disse: ‘Nessuno mai più in eterno mangi i suoi frutti!’. E i suoi discepoli l’udirono (…). La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: ‘Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato’. Rispose loro Gesù: ‘Abbiate fede in Dio!” (Mc11, 12-14. 20-22).

Più che il racconto di un fatto di cronaca, il brano è un’elaborazione, un insegnamento che fra l'altro configura le articolazioni del peccato. È noto agli uditori che l’albero di fico rappresenta Israele. Il testo traccia la sorte d’Israele a causa del peccato.

La metafora dell'albero configura le articolazioni del peccato.

  1. Le radici infette, o addirittura marce, rendono impossibile la fede. L'errata e falsa idea di Dio sostiene e motiva la sfiducia, la superficialità, l’opposizione e il rigetto, non tanto della persona di Gesù, quanto il fine della Sua missione: la salvezza con l'avvento del regno di Dio.
  1. Il tronco sostiene l’errata concezione del regno. Di conseguenza la Legge, e il suo sviluppo, è elaborata in modo tale che manipola il vero senso e la finalità di essa nel campo teologico, cultuale ed etico (puro/impuro), sostenendo la discriminazione della condizione privilegiata di “popolo eletto” rispetto ad altri popoli.
  1. I rami senza frutto sono riferibili agli ambiti della vita sociale e personale che non rispecchiano il diritto e la giustizia fissati dell’Alleanza, e generano devastazioni di ogni tipo per la povera gente, gli umili. Il tutto a vantaggio della classe dominante.
  1. Le foglie indicano le belle celebrazioni cultuali del tempio, pur sontuose ed emozionanti, e le devote pratiche religiose.

I punti a) e b) costituiscono il proprio del peccato: la sfiducia, la mancanza di fede. Gesù, infatti, esorta: “Abbiate fede in Dio!”

 

Il male, in cosa consiste?

L'auto-inganno: c) i rami senza frutto; d) le foglie dell’apparenza di un procedere adeguato.

San Paolo afferma: “il salario del peccato è la morte” (Rm 5,23). Non riguarda solo l’eventuale morte fisica, ma la realtà di morte che fa della persona, perfettamente sana fisicamente, un cadavere ambulante.

La morte declina il male nei diversi aspetti che investono i seguenti ambiti:

– Umano: disumanità, indifferenza, insensibilità, disinteresse per tutto ciò che non riguarda direttamente o indirettamente.

– Psicologico: vuoto interiore, senso di illusione, noia, apatia, superficialità, chiusura egocentrica, ecc.

– Morale: violenza, corruzione, arroganza, prepotenza, rapporti interpersonali strumentalizzati solo per perseguire propri fini egoistici, infedeltà alla parola data, ecc.

– Sociale: discriminazione etnica, disprezzo delle altre culture, violazione dei diritti umani, appoggio a strutture e organizzazioni anti-etiche che generano il peccato strutturale e la sua dinamica ricorsiva (la circolarità causa-effetto), ecc.

– Ecologico: danni irreparabili al creato, irresponsabilità riguardo al giardino che Dio ha affidato alla cura degli uomini, minando la qualità di vita.

– Spirituale. L'animo della persona è come narcotizzato: non vede l’azione dello Spirito – la misericordia di Dio – che rigenera chi è nella condizione di “morte” (peccato contro lo Spirito).

 

CONCLUSIONE FINALE

L’esortazione della Quaresima:

“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). Il tempo, l’evento di grazia è adesso; il regno è “oggi” (Lc 4,21); la determinazione di entravi è di ognuno e di tutti allo stesso tempo. Il processo passa per la vittoria sulle tentazioni e, con essa, la liberazione dal male.

 

PREGHIERA FINALE. (Ger 10,23-24).

“Lo so, Signore:

l’uomo non è padrone della sua vita,

chi cammina non è in grado di dirigere i suoi passi.

Correggimi, Signore, ma con giusta misura,

non secondo la tua ira, per non farmi venir meno”.

 

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