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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 15,5-12.17-18)

 

Abramo, con la moglie sterile – i due anziani -, è in cammino verso una meta sconosciuta che Dio gli indicherà al momento opportuno. È motivato dalla promessa e sostenuto dalla fede che avrà una discendenza numerosa come il numero delle stelle del cielo e la quantità di grani di sabbia della spiaggia del mare. Dopo molto tempo non riceve risposta da parte di Dio riguardo al figlio – la discendenza – e allora “Dio condusse fuori dalla tenda Abramo” per rassicurarlo riguardo alla promessa.

Dio gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, e se riesci a contarle”; ma come contare nel deserto le miriadi di stelle del firmamento completamente limpido? Posto Abramo davanti all’impossibilità, Dio aggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”, e rinnova la sua promessa senza specificare, ancora, il quando, il luogo e la circostanza del compimento.

Abramo “credette al Signore (…)”. Egli non accenna a sentimenti di delusione, frustrazione, ansia o preoccupazione, possibili quando le attese vanno oltre il limite ritenuto accettabile, ma rinnova la sua fiducia. Dio conosce il cuore, i pensieri, le considerazioni e riflessioni che conformano la coscienza e il mondo interiore di Abramo e percepisce l’autenticità della fiducia.

Ritenuto sincero e attendibile, lo “accreditò come giustizia”. È giusto perseverare nella fiducia riguardo alla promessa del Signore; è la corretta disposizione nei suoi riguardi e verso sé stesso: due piani diversi – di Dio e dell’uomo – in comunione simbiotica.

Con il rinnovo della promessa della discendenza, Dio aggiunge quella di “darti in possesso questa terra”. La discendenza e la terra abbracciano la totalità dell’orizzonte di vita e del desiderio di realizzazione piena. Ed ecco, allora, l’immediata risposta di Abramo: “Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”.

Dio si impegna solennemente a compiere la sua promessa. Quando ormai è buio fitto, Egli stesso passa come fuoco in mezzo agli animali squartati e divisi. Nella cultura di allora è il modo di stipulare un’alleanza invocando su di sé, in caso d’inadempienza, la stessa sorte degli animali squartati.

Da notare l’importante dettaglio che è soltanto Dio a passare fra gli animali squartati, anche se Abramo acconsente a preparali. Impressiona moltissimo il fatto che, in un patto fra disuguali, solo la parte più forte assuma radicalmente, e senza riserve, la responsabilità.

Il Signore s’impegna con un atto unilaterale, segno di somma volontà ed espressione di un amore incondizionato, totalmente gratuito e disinteressato, nel senso di non avere altra finalità che compiere ciò che darà gioia e vita piena ad Abramo e alla sua discendenza.

Nella celebrazione dell’alleanza Abramo ha un ruolo prevalentemente passivo; infatti “un torpore cadde su Abramo, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono”. Il Signore prende l’iniziativa e conduce lo svolgimento del rinnovo dell’Alleanza, mentre Abramo è come in caduta libera, avvolto nel tremendo e sconcertante mistero di Dio e totalmente in balia da esso.

Gli vengono meno le forze e le condizioni per reagire, stando in un’oscurità che rende assolutamente impossibile alcun tentativo di modificare la situazione. Di conseguenza è comprensibile lo stato di terrore e l’oscurità che lo assale; probabilmente si sente come perso e avvolto nel vortice dello sgomento e dell’impotenza dal quale non può uscire.

Tuttavia, non è un’esperienza distruttiva; al contrario, paradossalmente, percepisce nello stesso tempo la presenza, l’impegno amoroso e rassicurante di Dio nei suoi confronti e la certezza che la promessa non è vana e inconsistente, ma sicura e solida come lo è l’impegno e la fedeltà di Dio appena manifestata.

L’esperienza di Abramo è paradigmatica per ogni persona che crede nella promessa del Signore riguardo all’avvento del Regno, e assume il processo con la stessa volontà e determinazione di Abramo. Ogni esperienza della presenza di Dio – che rinnova l’alleanza, rende più profonda la vocazione e la comunione con Lui – passa per quel torpore, terrore e grande oscurità.

La giustizia di Abramo, che Dio gli riconosce, lo porta sulla soglia del mistero di Dio, nell’esperienza di maggiore comunione e coinvolgimento più intenso della sua vita.

Perciò è importante rimanere saldi nel Signore, come esorta Paolo nella seconda lettura e Gesù testimonierà nel vangelo.

 

2a lettura (Fil 3,17-4,1)

 

Paolo esorta i membri della comunità a rimanere saldi nel Signore perché “La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” che, risuscitato dai morti, siede alla destra del Padre nei cieli. Pertanto i cristiani, per la fede, stanno in Cristo e possono tranquillamente affermare che il Padre in Cristoci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli” (Ef 2,6).

Da questo punto di vista c’è un legame stretto e inscindibile tra il presente e il futuro: quest’ultimo partecipa del presente ed esercita su di esso l’attrazione, come la calamita con la limatura di ferro. Più ancora, il dono offerto da Cristo – l’effetto della sua morte e risurrezione – fa sì che Dio veda ogni persona redenta, riscattata e rigenerata, come se fosse rinata in totale comunione con Lui.

La sintonia con il vedere di Dio sorge nell’intimo profondo della persona per la fede – la fiducia nell’effetto del dono offerto da Cristo – pur constatando nella propria persona limiti e deficienze che sembrano invincibili. Tuttavia l’esercizio continuo della fede nel dinamismo del dono – che coinvolge attivamente nella causa dell’avvento del Regno per la forza dello Spirito Santo – gradualmente convince la persona di essere accettata e amata da Dio come ella è.

Nella misura in cui tale convinzione prende sempre più consistenza e solidità, essa sostiene e motiva la trasformazione di comportamenti che la persona riteneva impossibile superare, vincere o modificare. Questo perché la fede cresce con la percezione della persistenza e della grandezza dell’amore con cui è amata e coinvolta da Dio.

L’intensità dell’amore con cui è amata è motivo e forza per adeguare, con successo, il proprio comportamento ai valori e stile di vita di Dio. Amante e amato si uniscono nell’amore, nell’attenzione e affinità di comportamento. A questo punto il male è vinto e il peccato distrutto.

L’evento e il processo sono realtà inesauribili a causa del “nostro misero corpo”. Essi non riguardano solo il presente ma anche il destino alla fine dei tempi (che Paolo riteneva imminente) con la venuta del Risorto. L’evento finale “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”.

Da questa realtà deriva l’esortazione fatta con tutto cuore: “rimanete in questo modo saldi nel Signore”, nell’amore con il quale Egli ama e continua ad amare. Solo tale permanenza giustifica e motiva il “fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi”. 

Paolo con la sua vita è esempio di fede, di determinazione, di coraggio e fermezza,  nonostante i propri difetti, le prove, le difficoltà del vivere giornaliero, le insidie del male e del peccato che non cessano di esercitare la loro forza e seduzione, tanto da prevalere in alcune circostanze, come l’apostolo racconta di sé stesso in Rm 7, 14 -25.

Quello che sconcerta e preoccupa Paolo, “con le lacrime agli occhi”, riguardo alla comunità è che molti “si comportano come nemici della croce di Cristo”, nel senso che non solo non credono nell’effetto redentore e rigeneratore dell’amore tenace per la causa dell’avvento del regno, ma la ritengono una pazzia, una credenza contraria al buon senso, alle attese comuni consolidate dalla tradizione e, pertanto, da non prendere in seria considerazione.

La conseguenza è il loro vantarsi “di ciò di cui dovrebbero vergognarsi” e, per di più,  “non pensano che alle cose della terra”. Tale atteggiamento costituisce da un lato la loro perdizione e, dall’altro, il perseguire una condotta di vita totalmente contraria alla comunione fraterna e alla solidarietà umana.

Gesù stesso sarà continuamente tentato di abbandonare il cammino della croce. Il vangelo rappresenta un momento qualificante della sua lotta.

 

Vangelo (Lc 9,28b-36)

Perché Gesù “salì sul monte a pregare” non è raccontato. Il fatto di chiamare con sé “Pietro, Giovanni e Giacomo”, gli stessi tre che lo accompagneranno il Giovedì Santo,  dopo l’ultima cena, nell’orto degli ulivi, fa pensare che sta attraversando un momento di forte crisi. È probabile, giacché l’azione e la predicazione stavano suscitando sconcerto e perplessità in molti. Avendo messo come tra parentesi la sua condizione divina (Fil 2, 6-7) per assumere pienamente la nostra condizione umana, si sarà chiesto: sto procedendo in modo corretto? E cerca la risposta nella sintonia diretta con il Padre, nello Spirito Santo.

“Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. Che reazione abbia avuto, intimamente, Gesù riguardo alla singolare trasformazione non è detto, ma il fatto è registrato dall’evangelista. Neanche manifesta sorpresa per avere accanto a sé “Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”.

L’ambientazione è quella della gloria, della manifestazione del divino nell’umano, per cui la stessa realtà acquista una rilevanza e qualità sorprendente nell’abbracciare la sua storia, il cammino, e gli eventi del passato nel presente.

Mosè ed Elia rappresentano la Legge e la Profezia, i due capisaldi della storia d’Israele e la conversazione fra loro è rivolta al futuro, all’avvento del regno e al ruolo del Messia. Sintonizzano con il futuro di Dio per lasciarsi portare da esso, nella certezza che, nonostante quello che prevedono succederà in Gerusalemme, Dio stesso porterà a compimento il suo piano e realizzerà la promessa.

Singolare, sorprendente e sconcertate il binomio gloria e morte, due realtà normalmente ritenute opposte una all’altra ed auto-escludenti. È la forza e il potere dell’amore che soggiace e unisce gli opposti.

Tale amore – l’azione e la predicazione – trova nella presenza dello Spirito, in forma di nube, e nella voce del Padre – “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo!” – il sigillo dell’autenticità. Se Gesù avesse avuto dei dubbi sul modo e sul contenuto della sua attività pastorale, ebbene, conversando con Mosè ed Elia “del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme “ tutto viene definitivamente chiarito, inclusa la drammaticità degli eventi futuri e la realizzazione nella gloria.

La gloria, lo splendore di Dio, si rende concreta in Gesù nella consegna di sé stesso, nel mantenersi fermo e determinato nella missione che ha assunto, perché la verità del cammino di Dio, in ordine alla salvezza, risiede nell’amore che motiva la causa del Regno. L’amore è così intenso e profondo da sostenere la volontà di affrontare la tenace e irriducibile avversità, dovuta all’errata idea di Dio e alla distorta interpretazione della Legge.

Il giorno dopo la discesa dal monte della trasfigurazione, l’evangelista annota che Gesù “prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51), ben sapendo cosa comportasse.

È stridente il contrasto con l’atteggiamento degli apostoli. Solo dopo la risurrezione e l’invio dello Spirito Santo capiranno la portata e il significato dell’evento: un’esperienza indimenticabile al punto che i quattro vangeli e lo stesso Pietro, nella sua lettera, lo riportano, ma nel momento in cui accade Lui e gli altri sono totalmente fuori sintonia.

Se Gesù avesse accolto la richiesta di Pietro – “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne una per te, una per Mosè e una per Elia” – e fatto le tre tende che chiedeva“ avrebbe fallito la missione. Inconsapevolmente Pietro, svolge il ruolo di Satana, – del tentatore – perché affascinato e attratto dalla caratteristica dell’evento.

Rivelatore di questo aspetto è che Pietro pone al centro della triade la persona di Mosè e non quella di Gesù. Secondo l’iconografia cristiana il personaggio più importante è quello centrale e, per Pietro, il centro è Mosè, non Gesù. Non ha capito che l’epoca di Mosè è terminata e con Gesù inizia la novità radicale dell’avvento del regno. Perciò l’evangelista specifica che Pietro “non sapeva quello che diceva”. 

La sua richiesta avrebbe scisso la risurrezione dalla croce, portando al fallimento la missione, nel senso che non ci sarebbe stata la risurrezione. Perché la croce, paradossalmente, è il documento di possesso della risurrezione, non tanto per la sofferenza, la consegna e la morte, quanto per la radicalità dell’amore che non si ferma davanti a nulla, nemmeno davanti alla croce. L’amore che sostiene e motiva la consegna, è lo stesso che risuscita.

Ritengo urgente e necessario accogliere la sfida alla pastorale odierna, facendo chiarezza sull’evento croce-risurrezione. Si è affermato uno scollamento tra i due eventi, per cui la risurrezione è separata dall’evento della croce. La prima, nel migliore dei casi, è identificata con la sopravvivenza dell’anima, senza aver nulla a che vedere con il corpo, mentre la croce è considerata come un evento che riguarda solo Gesù, per il ruolo che, come Dio, svolge e per il quale è entrato nel mondo. Di conseguenza c’è gratitudine a Gesù ma la risurrezione riguarda la sua persona, lasciando in una zona di oscurità la propria. Quante volte si sente dire: “nessuno è tornato dall’altro mondo per dire cosa c’è”, pur non contraddicendo che Gesù è risorto e nel ritenere che è un evento che riguarda Lui, perché figlio di Dio, ma distante dalla nostra morte.

Pertanto, la croce (in altri termini, l’Amore senza fine che conduce, in alcuni casi, anche al sacrificio di sé stessi) occupa un posto di secondo piano nella vita cristiana mentre, al contrario, per ogni persona è il sigillo della risurrezione.

Un altro aspetto da evitare è il fare della risurrezione un super-miracolo, davanti al quale è impossibile non credere e, così, piegare a tutti i costi eventuali reticenze. Se questa fosse l’intenzione di Dio, avrebbe fatto scendere dalla croce il Figlio e Gesù sarebbe apparso a Caifa, Pilato e ai suoi tenaci oppositori.

“Appena la voce cessò, restò solo Gesù”. Ora lui sintetizza Mosè ed Elia, ma andrà anche avanti, nella solitudine, fino a quella, vissuta in modo estremo, della croce. Impressionante il crescendo di solitudine nel servizio pastorale dopo un primo successo iniziale – quando moltiplicò i pani e compì i primi miracoli -. Poi la forbice si allargò sempre più, fino a dire: “Padre perché mi hai abbandonato?”.

Anche gli apostoli tacquero, non colsero il senso dell’evento; anzi, probabilmente, rimasero sconcertati da Gesù, che non accolse la richiesta di Pietro. Tuttavia  continuarono a camminare con Lui.

La loro perseveranza sarà premiata e l’indecifrabile, l’incomprensibile, diverrà un’esperienza indimenticabile.

 

 

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