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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 3,1-8a. 13-15)

Il testo narra la chiamata di Mosè. L’iniziativa parte da Dio e suscita in Mosè stupore, interesse e curiosità, per mezzo del roveto che “ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava”. In effetti, ogni autentica vocazione è caratterizzata dall’irrompere, nel profondo dell’animo, dello stupore e della meraviglia, in ordine al coinvolgimento proiettato in un futuro permanente che “non si consuma”, e dà senso pieno all’attività e ai frutti di essa, come un fuoco ardente.

C'è una grande voglia di vivere in ogni persona, la cui metafora è il fuoco inestinguibile del roveto. Essa, nell’orizzonte della volontà di Dio, è intrisa e sostenuta dal sincero desiderio di giustizia, rispetto, dignità e fraternità nel rapporto con altri per un nuovo mondo, una nuova società, con l’accoglienza della sovranità di Dio, del suo regno. Questa stessa voglia, probabilmente, ha segnato il mondo interiore di Mosè, al punto da reagire violentemente contro l’egiziano che stava maltrattando lo schiavo ebreo, compromettendo in tal modo il suo futuro alla corte del faraone.

Tale voglia di vivere è come un fuoco che non si consuma. È il presupposto che, come in Mosè, suscita lo stupore davanti al roveto, al quale si era avvicinato per osservare l'accadimento con un misto di curiosità, rispetto e un certo timore per la singolarità dell'accadimento.

Dal profondità del cuore, del suo mondo interiore, una “voce” lo chiama: “Mosè, Mosè!”, lo interpella e, ad essa risponde prontamente: “Eccomi!”. La “voce” è accompagnata dalla percezione di trovarsi come in terra straniera – che non gli appartiene – intrisa di una sacralità che sorpassa ogni immaginazione, non disponibile alla propria volontà e sulla quale è doveroso rimanere in contatto con profondo rispetto: "Non ti avvicinare oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo!”.

Segue la sorprendente rivelazione: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”, ossia il Dio della tradizione e della promessa. “Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio” (a quel tempo si riteneva che nessuno potesse vedere il volto di Dio e rimanere in vita). Mosè s’incontra con il mistero e il fascino della propria esistenza, ne percepisce la consistenza, la voce e la chiamata. Il contatto con Dio è stabilito.

Dio manifesta il suo progetto, la sua volontà di coinvolgere Mosè: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze”. Grande è la sorpresa di Mosè; infatti la lunga schiavitù portava a ritenere che Dio si fosse dimenticato della promessa e avesse abbandonato il popolo al triste destino.

Invece, “Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”, e gli conferisce autorità e potere per portare a termine il progetto in suo nome.

Non è difficile immaginare lo stato d’animo, lo sconcerto e lo spavento per un compito  del genere. Non volendo manifestare esplicitamente la sua insicurezza, Mosè tenta, con tutte le argomentazioni possibili, di sostenere le sue difficoltà e perplessità affinché Dio lo sollevi dall’incarico (vedi fino al capitolo 4,13 per approfondire la portata delle sue richieste, e il modo in cui Dio le smonta una ad a una, fino a che, stremato, si arrende).

Una delle sue richieste, la seconda, è la credenziale davanti al popolo, dovendo presentarsi come inviato dal Dio dei Padri, dal Dio della promessa. Mosè disse a Dio: “Mi diranno: ‘Qual è il suo nome?’. E io che cosa risponderò loro?”. 

Conoscere il nome significava, infatti, possedere la certezza dell’intervento di Dio come, quando e dove lo ritenesse opportuno. È come avere un certo potere e dominio su di Lui, ogni volta che è invocato da parte sua.

Dio sfugge alla richiesta con la risposta: “Io sono colui che sono!”. Altre traduzioni affermano: "Io sono colui che è presente e salva”. In tal modo non permette a Mosè di “mettere le mani” sulla sua essenza, di interferire nel mistero della sua essenza-esistenza inaccessibile e misteriosa, ma con la sua affermazione garantisce la permanente presenza nell’azione di salvezza del popolo.

Pertanto, mantenendo il mistero sulla sua realtà ultima e definitiva, Dio, sarà conosciuto – nel senso di sperimentato – dagli uomini come colui che salva, e il nome “Salvatore” qualificherà la sua azione e presenza. Come tale deve essere ricordato, in sintonia con la tradizione del Padri: “Questo è il mio nome per sempre, questo è il mio titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione”.

È importante non trascurare il concetto che ricordare il nome costituisce il modo di attualizzare la sua presenza e azione salvifica. Ricordare va molto oltre a ciò che il nome significa per la nostra cultura, ossia un termine per distinguere una persona dall’altra.

Nel suo nome – la sua realtà – già siamo immersi e ripieni, e fa sì che il roveto sia in noi permanentemente, anche se, sfiduciando Dio e allontanandosi da Lui, si stabilisce una barriera che rende insensibile la persona al suo calore e alla sua luce, come lascia intendere la seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 10,1-6.10-12)

“Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare”. Per Paolo la vicenda del popolo d’Israele nel deserto diventa modello dell’esperienza di ogni credente. Questi, “nella nube e nel mare”, nello Spirito e per il battesimo, è un soggetto rinnovato per gli effetti della morte e risurrezione del Signore, ed entra nel deserto, in cammino verso la terra promessa, meta dell’abbondanza, dell’armonia e della pace, non solo per sé stesso e il suo popolo, ma per tutte le nazioni.

Nella circostanza “tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevvero infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo”. Paolo rilegge l’esperienza di allora alla luce dell’evento pasquale, e vede in essa l’anticipo, la prefigurazione, di quello che Cristo realizzerà. Si esprime in termine metaforico riferendosi alla roccia dalla quale scaturirà l’acqua – alludendo all’evento nel deserto – per indicare soddisfazione piena e solidità granitica in Cristo, nel quale porre la fiducia.

La ripetizione del termine “tutti” pone in risalto il fatto che quell’evento riguarda ogni persona indistintamente, nessuna esclusa. Tutti furono immersi negli effetti del passaggio del mar Rosso con Mosè; tutti usufruirono dell’effetto benefico del passaggio dalla schiavitù alla liberazione, in modo da dare inizio alla nuova società con l’arrivo nella terra promessa, previo il cammino nel deserto, per consolidare la fiducia nel Signore e intraprendere la via e le mediazioni opportune per non fare della terra promessa un nuovo Egitto.

Paolo afferma, nella lettera ai Gàlati, che i credenti liberati dalla schiavitù e dal peccato sono chiamati ad approfondire e consolidare il dono della libertà per la pratica dell’amore reciproco, della giustizia e del diritto (5,13).

Tuttavia la maggior parte di loro non comprese né sintonizzò con la dinamica del dono e la sua portata; infatti “la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto”. E l’apostolo avverte i destinatari della lettera che può ripetersi anche fra i cristiani, giacché tutto “avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono”.

Egli ricorda loro che la disgrazia cominciò quando dettero spazio alla mormorazione: “Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore”. La causa di essa fu la crescente sfiducia di molti riguardo alla presenza del Signore nelle vicissitudini del deserto, e il compimento della promessa, dal momento che il cammino da compiere non era quello che si aspettavano. Subentrò in loro la delusione, il sentirsi defraudati, lo scoraggiamento e la frustrazione, al punto da desiderare di non essere mai usciti dall’Egitto. Dovettero affrontare prove e difficoltà di tal natura da pensare che il Signore si fosse dimenticato di loro, e la promessa fosse un inganno.

Se Paolo richiama quest’aspetto è perché qualcosa del genere stava succedendo nelle comunità cristiane: “Tutte queste cose però accaddero loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi”. La sua preoccupazione è aggravata dal fatto di ritenere ormai prossima la fine dei tempi, con il ritorno del Risorto e le devastanti conseguenze per loro.

L’esperienza del popolo nel deserto “avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo le cose cattive”, causate dall’orizzonte di vita totalmente diverso da quello motivato dalla fiducia nel Signore e nella sua promessa. Esso porta all’inganno di valutazione, di discernimento e, di conseguenza, a compiere scelte e passi falsi.

E l’apostolo esorta: “Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro……. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.”. Il fatto di essere battezzati, e di aderire a Cristo, non deve trarre in inganno riguardo alla salvezza, perché essa si manifesta nella persona attraverso disposizioni d’animo, scelte e comportamenti adeguati, altrimenti è semplicemente illusione.

Al riguardo il vangelo indica criteri di discernimento.

 

Vangelo (Lc 13,1-9) – commento a cura di Alberto Maggi

Ogniqualvolta nei vangeli Gesù agisce liberando le persone, subito intervengono i nemici della libertà, come in questo caso.

“In quello stesso tempo”; il riferimento alla fine del cap.12 quando Gesù disse ai suoi interlocutori: “E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?”. Con esso Gesù vuole emancipare le persone, vuole renderle mature, non infantilmente religiose, sempre dipendenti dal pensiero di un’autorità, di un capo, sempre incapaci di discernere su cosa fare, quello che è bene, quello che è male e avere sempre bisogno del parere autorevole di qualcuno.

Gesù invita a ragionare con la propria testa. E questo è estremamente pericoloso specialmente nell’ambito religioso.

Ed ecco che qualcuno interviene. L’evangelista non ci dice chi sia. “Si presentarono alcuni”, e danno a Gesù un avvertimento chiaramente minaccioso. Infatti, gli riferiscono il fatto di quei Galilei … Al tempo di Gesù per Galilei non si intendevano soltanto persone provenienti da quella regione, ma le teste calde, i rivoltosi, gli zeloti, i rivoluzionari, i terroristi dell’epoca che erano quasi tutti della Galilea. Si ricordavano ancora le gesta di Giuda il Galileo, come troviamo negli Atti degli Apostoli.

Ebbene riferiscono a Gesù “di quei Galilei il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici”. Ecco l’avvertimento è chiaramente minaccioso; Gesù è Galileo e questi praticamente gli dicono: “Attento a te, perché qua i Galilei fanno una brutta fine”.

Ebbene, Gesù non si lascia intimorire e neanche intimidire, e passa al contrattacco. Prendendo la parola Gesù disse loro: “E credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. A Gesù l’hanno minacciato – a lui che è Galileo – dicendo: “Attento che qui da noi i Galilei fanno una brutta fine” e Gesù, invece, passa al contrattacco dicendo: “Voi farete una brutta fine se non vi convertirete, cioè se non cambiate orientamento alla vostra esistenza”.

E se qui Gesù ha parlato di Galilei, adesso parla proprio degli abitanti di Gerusalemme, cioè dei suoi interlocutori, e insiste: “O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Quindi Gesù prima ha parlato dei Galilei, ora di Gerusalemme. Alla minaccia ricevuta, “i Galilei qui da noi fanno una brutta fine”, Gesù risponde: “Attenti, siete voi a fare una brutta fine se non cambiate l’orientamento della vostra vita”. Poi a questi, e a quanti vedono una relazione tra il peccato e il castigo, cioè vedono queste disgrazie come un castigo di Dio, Gesù annuncia che l’azione di Dio con i peccatori non è punitiva, non è distruttiva, ma vivificante.

E lo fa prendendo polemicamente le distanze dall’immagine che Giovanni Battista aveva dato del messia, colui che aveva l’ascia in mano e ogni albero che non portava frutto lo avrebbe tagliato e gettato nel fuoco. Niente di tutto questo. Gesù dice anche questa parabola: “Un tale aveva piantato un fico nella sua vigna”. Sono alberi che simbolicamente rappresentano Israele.

“E venne a cercarvi i frutti, ma non ne trovò.” Ecco l’albero che non porta frutto. Ebbene il Signore non lo taglia e non lo butta nel fuoco. La sua azione è vivificante, non distruttiva. Allora disse al vignaiolo: “Ecco sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Questa è la mentalità corrente!

Ecco la risposta nella quale si riflette tutta l’azione di Gesù con i peccatori: Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”.

Quindi la reazione di Gesù è di arieggiare questo albero, dargli concime, ed aspettare uno, due, tre anni, cioè un tempo ben definito, per portare vita. Gesù esclude qualunque relazione tra il peccato e il castigo da parte di Dio.

Dio è amore rivolto – come ha già detto Gesù in questo vangelo – a tutti quanti. E’ come il sole che splende sui giusti e sugli ingiusti. L’amore di Dio è anche per gli ingrati e i malvagi, quindi non c’è nessuna relazione tra le disgrazie dell’esistenza e il proprio peccato.

Dio non castiga ma perdona.

 

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