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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gs 5,9-12)

Si tratta di un momento decisivo e determinate per il popolo d’Israele. Con l’arrivo nella terra promessa, la peregrinazione nel deserto è terminata. Ora il popolo si trova “nelle steppe di Gerico” e, come primo atto, celebra la Pasqua. Con essa fa memoria dell’uscita, della liberazione, dall’Egitto – simbolo del male e del peccato -, dell’alleanza stabilita con Dio nel Sinai e del processo drammatico di purificazione e consolidamento della propria libertà nel deserto.

L’esperienza segna il passaggio dalla schiavitù alla condizione di uomini liberi: la Pasqua. Essa sarà celebrata ogni anno per attualizzare gli effetti di quell’evento fondante, in modo che ogni partecipante, e tutte le generazioni future che non hanno vissuto direttamente quell’evento, siano come se abbiano tutti, stipulando l’Alleanza, lasciato l’Egitto e attraversato il mare, in direzione della terra promessa. La Pasqua annuale sarà sempre un punto d’arrivo e di partenza.

Il Signore ha fatto di loro un popolo libero, ha donato loro la libertà per amare con lo stesso amore con cui sono amati da Lui. La pratica della giustizia e il diritto, a livello individuale e sociale, è la mediazione concreta di tale amore che, elaborata correttamente,  è espansiva e coinvolgente verso tutti i popoli.

Si apre un nuovo orizzonte nel quale consolidare la vita personale e sociale secondo le esigenze e le attese stabilite nell’alleanza. Si tratta di vivere e approfondire la libertà donata da Dio ed essa costituisce il timbro di autenticità dell’identità del popolo da Lui eletto.

Il nuovo insediamento – la terra promessa – darà loro “latte e miele” (metafora della pienezza di vita, dell’armonia e della pace per la pratica del diritto e della giustizia), asse portante della fedeltà all’Alleanza. Non ci sarà risultato soddisfacente senza la loro attiva, intelligente e coraggiosa adesione a tale esigenza.

Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua”, e Giosuè – successore di Mosè – annuncia che il Signore, oggi, ha "allontanato da voi l’infamia dell’Egitto”. La schiavitù è una condizione di vita del passato che deve rimanere nel passato, sepolta nelle acque de mar Rosso una volta per sempre.

Il mondo in cui siamo è la terra promessa e non esistono altri mondi o altra terra. Si tratta di fare di questa una nuova terra, e di questo un nuovo mondo (Ap 21,1), non un’altra terra o un altro mondo. Subito dopo la Pasqua, il giorno dopo, “mangiarono i prodotti della terra, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò”.

Infatti non è più necessario che Dio intervenga, con il miracolo, per alimentare il popolo con la manna.

Viene da pensare alla risposta di Gesù al diavolo nella prima tentazione nel deserto, quando questi gli chiese di trasformare le pietre in pane: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

Il miracolo si compie nel sintonizzare e compiere l’Alleanza. Il Signore, conducendo il popolo attraverso il deserto verso la terra promessa, nella quale sta per entrare, lo ha messo in condizione di praticare l’Alleanza; ha trasmesso i mezzi e indicato il cammino affinché il pane arrivi su tutte le mense e, con esso, sia disponibile il necessario per l’armonia piena, in una parola "la pace", in modo che la vita personale e sociale del popolo faccia sì che la terra ritorni a essere quel giardino dell’Eden dal quale uscirono i progenitori a causa della loro insensatezza.

Il processo di liberazione è concluso: “Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto” e confermata l’Alleanza. Con esso il popolo ravviva la coscienza del suo singolare rapporto con il Dio liberatore e della missione di testimoniarlo alle altre nazioni. Inizia, così, una nuova partenza e un nuovo cammino, da persone libere e chiamate a vivere sempre più la libertà di cui sono state fatte partecipi: libertà per amare come il Dio liberatore li ha amati.

L’infamia è disprezzare tale dono e tornare a forme d’ingiustizia, di dominio, di oppressione, di violenza e di morte, trasformando la terra promessa in un nuovo Egitto per i propri connazionali. Al riguardo, grande responsabilità è data al gruppo dirigente, chiamato a mediare la vita economica, sociale, politica e religiosa.

Questi – il gruppo dirigente – prevaricherà le sue funzioni per l’esercizio del potere lontano dal senso e finalità dell’Alleanza. A tal fine distorcerà i termini del patto – la Legge – ritenendosi il corretto interprete in nome di Dio. Ma in realtà ciò renderà necessario un nuovo e determinate intervento di Dio nella persona di Gesù.

La forza e la portata di tale intervento sono il tema della seconda lettura.

 

2a lettura (2Cor 5,17-21)

Paolo, dopo l’esperienza alla porta di Damasco e un periodo di riflessione, consolida e tematizza la conversione nel comprendere e assimilare, nel suo mondo interiore, il significato e l’importanza dell’evento della vita, missione, morte e risurrezione di Gesù, che coinvolge l’umanità intera. Di conseguenza lancia un accorato appello ai membri della comunità: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”.

Li esorta a porre attenzione e impegno nel comprendere e lasciarsi coinvolgere dall’iniziativa di Dio in modo da correggere l’ingannevole rapporto con Lui, con sé stessi, con il popolo d’Israele e le altre nazioni.

Prosegue argomentando la profondità, il senso di essa, e specifica: “Dio ci ha riconciliato con sé mediante Cristo”. L’unto di Dio, il Messia, – Dio stesso fatto uomo – opera la riconciliazione dell’uomo con Dio. Sembra un gioco di parole ma è proprio così.

Dio, per mezzo dell’uomo Gesù – rappresentante dell’uomo, del popolo d’Israele e dell’umanità di ogni luogo e tempo – carica su di sé la sfiducia, il radicale disprezzo della croce di tutti loro, per insegnare e proporre un nuovo rapporto con Dio: l’avvento del  suo regno di misericordia e di bontà. In pratica si tratta di accogliere la nuova filosofia di vita, la nuova prassi, per un mondo nuovo, per un’umanità rigenerata nella giustizia e nel diritto divino, compimento della nuova ed eterna Alleanza.

Il popolo e le autorità d’Israele aspettavano dal Messia ben altro rispetto a ciò che Gesù stava inpiantando. Tuttavia Gesù non si è piegato, né ha deviato dal cammino di salvezza per tutti. Con la sua fedeltà alla causa del regno cancella il peccato e svuota la seduzione e il potere del male che, costantemente, lo attanaglia fino a pochi attimi prima della morte.

Da quel momento in poi Dio vede ogni uomo redento, rigenerato e trasformato, avendo rigenerato e trasformato, per mezzo dello Spirito Santo, l’umanità di Gesù nella nuova condizione di un’umanità risorta nel Risorto. L’umanità di Gesù è la stessa di ogni persona di tutti i tempi e luogo. La nuova condizione è offerta gratuitamente a chiunque se ne appropria per la fede, per la fiducia nella persona di Gesù e per l’amore che ha sorretto, e motivato, la fedeltà alla causa del regno. In virtù di ciò, con la risurrezione, è Gesù Cristo.

L’effetto è specificato dall’apostolo: "Fratelli, se uno è in Cristo, (…)”. Il condizionale è d’obbligo perché la coscienza del reale coinvolgimento in Cristo dipende dalla fede di cui sopra. Essere in Cristo è percepirsi "una nuova creatura”, e prendere atto che “le cose vecchie sono passate; ecco ne sono nate di nuove”. Non solo, ma il processo coinvolge ciò era soggetto al male e al peccato. In altre parole, la persona vede sé stessa e la creazione con gli stessi occhi di Dio. Tuttavia, non è esente dalla forza del male e il potere del peccato, anche se, ormai, non sono più invincibili.

Era Dio, infatti, che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe”. Paolo argomenta con un’affermazione sorprendente e piena di fascino il perché e il processo per il quale Dio non imputa le colpe all’umanità: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio”.

Dio lo fece peccato nel senso che Gesù, svuotandosi – mettendo fra parentesi la sua condizione divina (Fil 2,7) -, si pone sullo stesso livello dei peccatori, pur non essendolo. In questo modo rappresenta tutti i peccatori di tutti i tempi e, come tale, sperimenta la forza e il potere del peccato, caricando sulle sue spalle gli effetti della loro opposizione e del rigetto radicale, violento, della croce.

L’amore magnanimo, intrinseco alla fedeltà alla causa del regno – il compiersi della salvezza di tutti – lo rende giusto agli occhi del Padre e, come rappresentante dell’umanità,  redime ogni rappresentato che crede in Lui e accoglie il dono della sua consegna per amore.

In Gesù Cristo si manifesta la giustizia di Dio, non degli uomini. Qui c’è tutta la differenza. Gli uomini, in nessun modo, sono in condizione non solo di agire, ma nemmeno di pensare un evento del genere. La difficoltà è tale che, quantunque Dio doni gratuitamente la sua giustizia, essi alzano barriere e ostacoli insormontabili per aderire e fare proprio, di tutto cuore e con fiducia sincera, il dono.

Riguardo a Gesù si attivano nelle persone slogan tipo: “era la sua missione”, come per dire che era suo dovere e obbligo; “è morto sulla croce per salvarci”; “il suo sangue perdona tutti i miei peccati, anche se mi pento all’ultimo momento prima di morire”, ecc. Essi generano un corto circuito di tutto ciò che Lui ha fatto, divenendo “peccato in nostro favore”, che spegne la luce e impedisce di comprendere e coinvolgersi seriamente nel dono e percepirne la portata reale degli effetti e, di conseguenza, assumere gioiosamente,  con Gesù Cristo, la causa del regno.

Elemento importantissimo e tenace dell’amore di Dio, manifestazione della sua fedeltà, è l’evento della riconciliazione. Esso si perpetua da sempre nella Chiesa per mezzo dei ministri, come afferma l’apostolo: “affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta”.

Credere è, in primo termine, lasciarsi coinvolgere. Al riguardo Paolo esorta calorosamente i membri della comunità: “lasciatevi riconciliare con Dio”. In secondo termine è manifestare l’efficacia del dono in sé stessi, accogliendosi come nuova creatura e, di conseguenza, donare il perdono, non nel senso di dimenticare l’offesa, cosa peraltro impossibile, ma di chiuderne le ferite.

E, infine, donare a Dio la propria vita, per cui "non sia fatta la mia, ma la tua volontà”; "venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”, nella coscienza di aver amato il prossimo e la causa del regno con lo stesso suo amore, pur nel suo silenzio, nella sua “assenza” in momenti difficili della prova.

Ritornando a Dio lo stesso amore con cui ci ama, si manifesta la vera comprensione dell’amore del Padre, realtà che non ha trovato l’adeguata comprensione e ricaduta nei due figli della parabola presentata nel vangelo odierno.

 

Vangelo (Lc 15,1-3.11-32)

È la nota parabola del figlio prodigo, o meglio, dei due figli. È la risposta di Gesù ai farisei che lo criticavano perché “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Per i farisei era inconcepibile che l’osservante della Legge, e ancor più il Messia, mangiasse alla mensa con dei peccatori. Secondo la cultura del tempo, condividere la tavola era condividere la vita. Dal Messia atteso essi si aspettavano ben altro comportamento verso costoro, meritevoli solo di condanna.

Il figlio minore, precipitato nel livello sociale e morale infimo – tale è il significato di “volersi saziare con le carrube di cui si nutrivano i porci” – e messo alle strette dalla fame, si ravvede riguardo al suo comportamento con il padre, nella speranza di essere trattato come un servo e guadagnare il proprio pane. E si propone di ritornare a casa affermando: “Padre ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”.

Il pentimento è motivato dalla fame e dall’opportunità di un pasto decente? O dallo sconforto e dalla delusione con sé stesso per essere caduto così in basso, per aver abbandonato la casa paterna? Nell’avvicinarsi ai porci percepisce la propria indegnità e riscatta il sentimento filiale in rapporto al Padre? È la sincera manifestazione di disgusto con sé stesso per l’abbandono della casa e del Padre, “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te”.

Non c’è risposta esauriente. Bisognerebbe conoscere il suo comportamento giornaliero dopo la sorprendente accoglienza e il perdono del padre, che lo reintegra nella dignità di figlio, pur non usufruendo del patrimonio paterno che spetta al fratello maggiore, avendo perso irrimediabilmente quello che gli spettava.

Si sarà comportato correttamente con sé stesso, con il Padre e con gli altri, dopo l’accoglienza così inaspettata e sorprendente? Successivamente, non sarà ritornato alla vita dissoluta di prima? Non sorprenderebbe. Fu la tentazione del popolo dopo la liberazione dall’Egitto e, se non accadde, fu per i ripetuti interventi della misericordia del Signore.

È l’esperienza anche di molti genitori quando, dopo aver accolto e perdonato il figlio, questi ritorna alla vita che si pensava avesse lasciato una volta per sempre. Pertanto, quello che acquista rilievo, non è tanto la reazione e l’atteggiamento del figlio all’accoglienza del Padre, quanto il sorprendente e magnanimo amore di quest’ultimo, anche o nonostante la possibile ambiguità del figlio.

La reazione del figlio maggiore nei riguardi del Padre è quella di ogni uomo con buon senso, che valuta secondo la giustizia basata sul criterio della retribuzione e del merito per il fedele compimento dei doveri inerenti al proprio stato. Come risposta il padre argomenta: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi”. In primo luogo, il padre manifesta il suo grande amore verso il figlio – tale è il significato del termine con cui gli si rivolge – nonostante la resistenza all’invito di partecipare alla festa.

Poi lo rassicura riguardo al patrimonio e all’eredità. Il fratello minore dilapidò la sua parte e non ha nessun diritto sul patrimonio del padre. Quello che ha perso è irrecuperabile, sarà un figlio salariato.

Particolarmente importante nella risposta del padre è quel “bisognava far festa e rallegrarsi”. Il Padre non sta giustificandosi e chiedendo comprensione per il suo atteggiamento, in considerazione dell’affetto incancellabile verso un proprio figlio, più ancora, quando si ravvede dei propri errori. Al contrario, egli interviene con fermezza e determinazione, come chi sa benissimo cosa sta facendo e perché.

È come se dicesse: Non sono io che sbaglio, sei tu che non vuoi capire perché sei arroccato su te stesso e sui tuoi criteri. È necessario che tu capisca in cosa consiste amare veramente, quando è in gioco la possibilità del riscatto alla vita e alla dignità di chi, come tuo fratello, “era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

È la risposta alla mormorazione dei farisei: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Dio è questo Padre, il cui amore riscatta alla vita la fragilità e l'ambiguità, il figlio minore, così come libera il fratello maggiore dalla presunzione e dall’arroganza che impedisce di gioire per il ritorno del fratello minore.

 

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