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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,4-7)

Il brano è tratto dal terzo dei quattro cantici del “Servo”, che tracciano il profilo e l’azione di un personaggio (alcuni ritengono, in modo fondato, che si tratti di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele all’Alleanza) chiamato e unto dallo Spirito per la missione. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, i discepoli e gli apostoli identificarono il misterioso personaggio con Gesù Cristo.

La missione consiste nell’attività profetica in nome di Dio, nell’insegnare e indicare il cammino corretto riguardo al rapporto con sé stessi, con le altre persone, con la società e il creato, in sintonia con la volontà di Dio riguardo all’avvento del suo regno, nel presente e nelle concrete circostanze della vita personale e sociale.

L’avvento del regno nell’oggi, nell’attualità, è un anticipo e caparra della realtà ultima e definitiva che si manifesterà alla fine dei tempi, con il ritorno del Risorto, nella quale si rivelerà la portata dell'affermazione di Paolo per la quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

A tal fine Dio ha dato al “Servo” una lingua da discepolo, perché “sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”, ossia a chi ha perso speranza e fiducia in un futuro di redenzione dalle sofferenze e dall’umiliazione; a chi è schiavo del peccato e del male e desidera il riscatto, la liberazione e la nuova vita con l’entrata nel regno di Dio.

La liberazione – la nuova vita – si qualifica per la duplice conversione, personale e sociale,  nell’assumere la nuova filosofia di vita, la rinnovata organizzazione sociale in attenzione al diritto e alla giustizia in sintonia con i termini dell’alleanza, per la vita più umana, fraterna, responsabile e degna di ogni singola persona e della società.

È Dio stesso che indica il cammino e il modo di procedere, perciò “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”. L’umiltà di chi ascolta e impara è la prima caratteristica del discepolo. L’istruzione, riguardo allo svolgimento della missione, ha dello sconvolgente: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Si tratta di un cammino difficile e drammatico per le resistenze e opposizioni al processo di cambiamento.

Ora il Servo descrive le sofferenze e le umiliazioni che ha incontrato: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. È l’esperienza del grande disprezzo, da parte del popolo,  per la portata e la radicalità del rifiuto, ossia del rigetto del “Servo”. Essa è interpretata dagli aguzzini come manifestazione dell’abbandono di Dio, per aver osato attribuirsi la pretesa messianica. Una blasfemia imperdonabile e meritevole di quanto sopra riportato.

Il Servo, invece di mostrare abbattimento, depressione, delusione, scoraggiamento, manifesta uno stato d’animo singolare; afferma di non restare svergognato né confuso. Manifesta una forza d’animo, uno stato psicologico e una capacità di sopportazione del dolore fisico sorprendente, oltre ogni umana attesa.

La causa è da ricercarsi nella presenza del Signore: “Il Signore mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. In cosa consista concretamente l’aiuto non è specificato. È probabile che, paradossalmente, il "Servo" percepisca “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16),  come linfa vitale proveniente dalla radicale fedeltà di Dio, anticipo della sconfitta del male e vittoria sul peccato.

Questo fa sì che il Egli, in virtù della sua fedeltà alla missione e per la fiducia nella promessa del suo Signore, percepisca nel profondo del suo animo, nella sua persona, la trascendenza del suo Dio o, meglio ancora, la potenza dell'amore insita nella causa del Regno.

In tal caso la sofferenza non è il contrario della felicità e della gioia, poiché il dono di sé stesso – in virtù del ruolo di rappresentante – porta al rappresentato salvezza e beneficio, anche se questo è costituito da persecutori e carnefici.

È l’esperienza di Gesù nell’evento pasquale, che Paolo sintetizza magistralmente nell’inno della seconda lettura.

 

2a lettura (Fil 2,6-11)

Il testo è un inno liturgico dei primi cristiani. Sintetizza il significato di Gesù Cristo e la portata della sua persona e della sua missione. Molto si è scritto, e si continuerà a scrivere, giacché il contenuto costituisce il pilastro dell’identità e della fede di ogni cristiano, della chiesa, nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio nel presente, anticipo e caparra del futuro ultimo e definitivo alla fine dei tempi.

I primi tre versetti sono diametralmente contrapposti ai secondi tre. I primi si riferiscono allo svuotamento per la causa del regno di Dio, il cui punto alto è la morte di croce. I secondi testimoniano il riscatto dalla morte alla pienezza di vita e all’esaltazione del Gesù Crocifisso come Cristo Signore – da allora in poi Gesù Cristo -, in virtù dell’amore e della fedeltà alla causa del regno.

Pertanto “Gesù pur essendo di condizione di Dio (…) svuotò sé stesso”. Don Mario Antonelli fa notare che nel testo originale non esiste il “pur”, come se fosse una benevola concessione. Gesù non “svuotò sé stesso” in deroga alla sua divinità; al contrario – continua d. Mario – “Gesù lo fa precisamente in virtù della condizione divina”. In poche parole: è proprio di Dio lo svuotarsi.

Non solo, ma “svuotò sé stesso assumendo la condizione di servo (…)”. La condizione di servo è di colui che non ha volontà propria, ma in tutto dipende dal suo Signore. Il servizio per il quale si sottomette alla volontà del Padre è la causa del regno, ambito di liberazione e di redenzione dalla forza del male e dal potere del peccato, che attanaglia le persone, la società e l’umanità intera. Accogliendo la volontà del Padre fa sua anche la libertà di questi. È il vero amore che sostiene la libertà per amare, e motiva la causa del regno.

“(…) diventando simile agli uomini”. Scelta necessaria e ineludibile perché solo mettendosi sullo stesso piano degli uomini peccatori – pur non essendolo -, può svolgere la sua missione. La condizione di peccatore non gli appartiene, ma Gesù si pone sul loro stesso livello. Nell’ipotesi che si fosse avvalso della condizione divina (ossia della prerogativa di “super-uomo”), privato della fragilità e della debolezza umana, sarebbe venuta meno l’attendibilità del Suo insegnamento di maestro e di guida. Come insegnare ciò di cui non si ha esperienza?

“umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”; accettò l’umiliazione della sfiducia, del rigetto radicale e violento della morte in attenzione alla fedeltà alla causa, e nella fiducia che è del Padre l’ultima parola riguardo al compimento della missione. Sicuramente il Padre non voleva la morte del Figlio (quale padre lo vorrebbe?), ma ha garantito il Figlio che, succeda quel che succeda, l’ultima parola sarà la Sua e dello Spirito. E l’ultima parola è la realtà dei tre secondi versetti.

“Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. C’è un nesso fra i due momenti, fra l’umiliazione e l’esaltazione, fra la morte e la vita piena, non in virtù di un rapporto causa-effetto, né per una sorta di automatismo che scatta autonomamente,  ma per la rilevanza dell'amore, per vivere e donarsi alla causa del regno nell’amore, con amore e per amore. L’amore della consegna di sé è lo stesso che risuscita il corpo martirizzato e ridona la vita piena, che non morirà mai più.

“Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi …”. Il nome esprime insieme la sua identità e la sua missione: “Dio salva”; e quello che salva è l’amore per la causa che lo porta sino al punto di donare sé stesso. Gesù è il Salvatore di ogni persona e dell’umanità che crede in Lui, che ha fiducia nella sua persona e per ciò che ha fatto quale rappresentante di ognuno e dell’umanità.

Ecco allora sorgere la lode “a gloria di Dio Padre”. La gloria di Dio è la vita degli uomini, e la vita degli uomini è lodare Dio. L’amore di Dio, percepito per la fede, rende capaci di coinvolgersi nella stessa dinamica e immergersi in Dio stesso, come il pesce fa nell’oceano.

 

Vangelo (Lc 23,1-49)

Il racconto della passione si presta a molte considerazioni. Commento solamente quelle che si rapportano alle tentazioni di Gesù nel deserto, prima che iniziasse l’attività pastorale. Dopo Gesù vinse quelle tentazioni e l’evangelista annota: “Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13).

Il momento propizio è poco prima della morte di Gesù in croce: “Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: ‘Ha salvato altri! Salvi sé stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Tutti gli erano contro e, fra incredulità e ironia, chiedevano un gesto spettacolare,  sul tipo della seconda tentazione nel deserto – buttarsi dal pinnacolo del tempio -, nella certezza che Dio sarebbe intervenuto in suo favore non permettendo che si facesse alcun male.

Forse il demonio sperava in un maggior successo, date le condizioni di estrema sofferenza e debolezza. Particolarmente insidioso è il “salva te stesso”, che la logica, l'attesa umana, avalla come manifestazione della condizione divina e alla quale i credenti in Lui potranno attingere, chiedendo che Gesù eserciti lo stesso potere a loro favore nel momento opportuno.

Il cadere nella tentazione avrebbe significato manifestare un potere grandioso e sorprendente e, allo stesso tempo, sancire l’enorme, incolmabile, distanza fra Gesù e tutti, nonché la loro sudditanza. È questa l’immagine Di dio che hanno gli uomini. Essa è costruzione dettata dai limiti della condizione umana, dalla precarietà e provvisorietà della vita; la conseguenza di ciò è il farsi un Dio che non è quello dell’Alleanza ma l’idolo che il popolo fece ai piedi del Sinai, quando Mosè era sul monte al Suo cospetto,  per ricevere la Legge.

Tale idea di Dio non permette di instaurare il vero rapporto d’amore con Lui e, di conseguenza, con le persone, l’umanità e il creato, ma solo un rapporto utilitaristico, di convenienza, espresso con l’aforisma “quando non se ne può più ci si attacca al buon Gesù”. Mettere da parte l’amore con cui Dio ama comporta l'allontanarsi da Lui e avviarsi sul cammino del fallimento della missione e la vittoria dell’avversario.

Tale immagine di Dio è il contrario di quella di Gesù che, rimanendo sulla Croce,  polverizza l’idea idolatrica di Dio in ogni persona che crede veramente in Lui. Tuttavia  essa non si arrende e cerca sempre di ricostruirsi, e non senza successo, viste le condizioni disumane di molte persone, l’imperante pratica della corruzione, la forza del potere oppressore, dell’ingiustizia, della mancanza di rispetto al creato e l’indifferenza quando non si è coinvolti direttamente.

Per la fede si fa memoria, e con essa si attualizza, l’evento della distruzione dell’idolo. Particolarmente i sacramenti sono la celebrazione liturgica dell’evento nelle diverse circostanze della vita. In ogni momento si ha accesso all’attualizzazione.

I giorni della Pasqua sono i più importanti dell’anno: dopo quell’evento niente è come prima. Si distrugge la figura idolatrica di Dio negli stessi cristiani che dicono di credere in Gesù, il figlio di Dio o, più generalmente, in Dio, ma lontani dalla pratica del diritto e della giustizia per un mondo più umano, fraterno e responsabile.

 

 

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