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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 10, 34 a.37- 43)

Nessuno degli apostoli dice di aver visto né assistito alla risurrezione di Gesù, per cui non si sa né quando né come tale evento si è svolto, e come è successo. Il testo odierno è tratto dal discorso di Pietro il giorno di Pentecoste. Solo allora, per lo Spirito Santo, gli apostoli prendono coscienza della portata e dell’importanza della risurrezione di Gesù, evento che si manifesta loro lungo i quaranta giorni che precedettero l'ultima apparizione, l'Ascensione.

Pietro, anche a nome degli altri apostoli, afferma: “noi siamo testimoni di tutte le cose da lui – Gesù Cristo – compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme”, e riassume alcuni aspetti rilevanti dello stare e camminare con Lui, “il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”.

Beneficare e risanare sono due termini che sintetizzano la finalità dell’azione di Gesù. Essi manifestano il compiersi del regno di Dio quale azione di guarigione verso ogni tipo di sofferenza, e di riscatto da ogni forma di esclusione e ingiustizia, individuale e sociale. Gesù è mosso dalla compassione e dalla misericordia verso ogni persona o gruppo sociale prigioniero dalla schiavitù che separa, e allontana, dalla pratica dell'amore, della giustizia fraterna e dalla responsabilità per un mondo più umano, in armonia e in pace.

La pretesa messianica di Gesù gli costò il rifiuto estremo da parte delle autorità: “Essi lo uccisero appendendolo dalla croce". Morì come un maledetto dagli uomini e da Dio, così ritenevano coloro che approvarono la sua crocifissione. Tuttavia, costoro rimasero sconcertati e increduli quando risuonò l’annuncio: “ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno”. Con tale evento il giudizio di Dio su Gesù è ribaltato completamente.

Il terzo giorno non è un tempo cronologico ma teologico. Esso indica il momento del radicale e definitivo intervento di Dio a favore dell’umanità. Cosicché la risurrezione è l’evento dirimente, lo spartiacque del prima e dopo nella storia e nella vita dell’umanità di tutti i tempi.

Ebbene, Dio “volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio …”, a coloro che camminarono con Lui, seguendolo dall’inizio della sua attività. Il legame fra risurrezione e attività svolta è di grande importanza. La risurrezione è intrinsecamente legata alla vita di ogni giorno: è l’anima, la forza dell’autentico e indistruttibile divenire. Ciò che unisce vita e risurrezione è l’amore per la causa del Regno,  attivo nel disinteresse per sé stesso, per la propria vita, e a favore del bene delle persone e dell’umanità: “per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo”, recita il credo.

La risurrezione non è un atto di potere, di forza, d’imposizione, davanti al quale rimanere annichiliti, stupiti e necessariamente sottomessi. Se così fosse Gesù sarebbe sceso dalla croce, e si sarebbe presentato al Sommo Sacerdote e a Pilato per prendersi la rivincita. Essa è il trionfo della vita spesa come quella di Gesù.

L’insegnamento e la pratica sono la linfa che sostiene l’avvento del regno di Dio in mezzo all’ostilità radicale, e che ora manifesta pienamente il suo effetto nella persona del Risorto.

“… a noi – i testimoni – che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dei morti”. La risurrezione non è la sopravvivenza dell’anima né di uno spirito legato alla memoria di Gesù, ma della persona crocefissa il Venerdì Santo, del corpo stesso martoriato e sepolto quella sera. Tutta la persona è entrata nel nuovo ordine di vita, compreso il corpo, che ora manifesta la sua realtà e consistenza mangiando e bevendo, ma per la trasformazione partecipe di una dimensione finora sconosciuta.

La manifestazione del Risorto, e il coinvolgimento dei testimoni, non sono fini a sé stessi, perché il termine ultimo è testimoniare all’umanità il significato e la portata dell’evento. Questo perché la persona di Gesù rappresenta davanti a Dio ogni persona e l’umanità di tutti i tempi. È per loro e a loro favore che l’evento è annunciato e testimoniato. Pertanto, il Risorto "ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice di vivi e dei morti, costituito da Dio”.

Vinta la morte, Gesù è il Signore della vita. Ogni giudizio e discernimento di ciò che porta da un lato o dall’altro deve far riferimento alla sua persona, alla sua filosofia e, soprattutto, al suo stile e pratica di vita. In Lui Dio offre il criterio per vivere o morire, realtà che va oltre l’esperienza umana. Per Lui, in Lui e con Lui la morte non è solamente fine della vita, né quest’ultima è riconducibile alle coordinate in cui umanamente è posta, ma è il momento della trasformazione radicale dell’esistenza umana.

La testimonianza ha come finalità la conversione: "chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”. Dare fiducia alla persona del Risorto e alla causa dell’avvento del regno, per la quale ha consegnato sé stesso, è coinvolgersi in quello che il Gesù terreno ha insegnato e praticato come cammino dell’umanità redenta. È acquisire la nuova coscienza di Dio e dell’uomo in rapporto all’umanità, alla storia, al creato e al destino di tutti e di tutto. Tale coscienza è l'ambito per vedere sé stesso con gli occhi di Dio e, come Cristo, assumere la stessa causa.

Il peccato – la sfiducia in Gesù – si dissolve come nebbia al sole. Sorge il contrario, la fiducia e, con essa, la convinzione e il desiderio di entrare nella prospettiva indicata da Paolo nella seconda lettura.

 

2a lettura (Col 3,1-4)

Paolo pone un punto fisso per chi crede negli effetti della morte e risurrezione del Signore. Per Lui, e per i credenti, il riferimento è non solo la persona del Gesù storico, ma lo stesso Gesù costituito Cristo, per la risurrezione, dallo Spirito, partecipe della pienezza di Dio con il suo corpo umano.

L'evento della risurrezione rende comprensibile in cosa consiste la salvezza per ogni credente: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!”. La morte, cui si riferisce, è la distruzione, l’annichilimento di tutto quello che affievolisce, allontana e separa dalla comunione con Dio. Perciò, ora, l’esistenza del credente è la misteriosa comunione “con Cristo in Dio”: realtà coinvolgente, gioiosa, di vita piena, per la quale il finito della condizione umana esprime l’infinito.

È come vivere in una corrente che sgorga dalla sorgente, coinvolge e immerge la persona, ma essa – la sorgente – è inaccessibile alla piena conoscenza e, meno ancora, al dominio umano. Tale sorgente connota l’inesauribilità del mistero di Dio, di cui partecipano le facoltà umane. Per la fede negli effetti della morte e risurrezione di Cristo si stabilisce la profonda e indissolubile comunione con Lui, la salvezza della comunione con il Padre, per mezzo di Lui e dello Spirito.

"Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dov’è Cristo, seduto alla destra di Dio”. È proprio la consistenza e la qualità della fede – ossia risposta d’amore all’amore coinvolgente di Dio – che porta Paolo a usare il condizionale “se”; perché se la fede è motivata dalla richiesta del miracolo, dalla paura del giudizio e del castigo o da interesse di scambio, e non dalla gratuità dell’amore, essa ostacola la percezione della singolare condizione di essere “risorti con Cristo”.

C’è come una nebbia, un appannamento, riguardo alle "cose di lassù” che impedisce la sufficiente, e sempre maggior nitidezza, della gloria nella quale Cristo è immerso con il suo corpo, che gratuitamente trasmette nell’intimo di chi lo cerca e si avvicina a Lui.

La causa di ciò è l’insufficienza o debolezza di fede del credente, combattuto fra la luce e le tenebre, fra le “cose di lassù” e quelle “della terra”. Il motivo della debolezza si deve al fatto che il processo di purificazione, e perfezionamento, della fede passa per esperienze e situazioni che non sempre sono vissute come momento di crescita, ma come stallo – se non desistenza -, quantunque a volte solo momentaneo e circostanziale, ma sempre nell’ambito del conflitto, della battaglia. Al riguardo Paolo è esplicito: “Ho combattuto la buona battaglia, (…), ho conservato la fede” (2Tm 4,7).

La lotta nell’intimo di sé stessi ha un risultato positivo se, afferma Paolo, “rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”. È il pensiero che attinge non solo alle facoltà dell’intelligenza, dello studio e dall’argomentazione, ma anche alla pratica dell’amore verso il prossimo insegnata da Gesù, che sostiene l’agire creativo, audace e coraggioso nell’individuare il cammino della rinascita e della speranza in mezzo alle forze contrarie, che tendono a opprimere, destrutturare la persona disumanizzandola e togliendo ad essa ogni speranza nel futuro.

È il pensiero che immerge nella realtà ultima e definitiva di Dio, verso la quale la persona, l’umanità e la creazione tende, attratta come la limatura di ferro dalla calamita. Esso crea spazio umano nel credente per l’azione dello Spirito Santo, il dono che Gesù raccomanda di chiedere costantemente nella preghiera. L’azione dello Spirito, che sostiene e motiva la fede, richiede coscienza, volontà e amore nell’imitare il più perfettamente possibile l’azione pastorale di Gesù, la causa del Regno.

Cosicché “Quando Cristo, vostra vita, sarà manifesto, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”. Quando l’ultimo e definitivo intervento di Dio sarà manifesto, alla fine dei tempi, allora si svelerà pienamente il mistero in cui il credente è immerso, in termini di partecipazione della gloria nella quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Tutta l’esistenza, con le sue lacune e imperfezioni, sarà riscattata e portata alla pienezza di vita nella gloria di Dio. Un teologo tedesco – E. Hofmann – riguardo a questa vita in Cristo e al momento finale a cui tende afferma: “dall’inizio della sua vita l’uomo non è solo una ‘corporeità esteriore’, ma anche una ‘corporeità interiore’, ossia, la sua vera persona, l’autentico ‘io’ che va crescendo giorno dopo giorno, e diventa più forte nella misura che rimane nella comunione con Dio aperto alla creazione (uomini e natura), per poi, dopo la morte, essere accolto nelle pienezza della vita di Dio”.

In tal modo l’umano si divinizza e Dio si umanizza; l’umano e il divino s’integrano perfettamente, pur mantenendo le loro specifiche caratteristiche e diversità. È quello che manifesta l’evento della risurrezione.

 

Vangelo (Gv 20,1-9)

Il testo segnala alcuni aspetti che introducono l’irruzione dell’evento totalmente inaspettato e sconcertante della risurrezione. In primo luogo la pietra che sigillava il sepolcro, ossia la testimonianza dell’entrata nella morte e la condizione di morto del Crocefisso, “era stata tolta dal sepolcro”. Già questo è più che sufficiente per provocare un subbuglio interiore.

Poi, un altro colpo, è constatare la sparizione del corpo: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. È lecito pensare che neanche da morto lasciano Gesù in pace; dà fastidio, incomoda la sola presenza nella tomba poiché può costituire un riferimento ingombrante, imbarazzante per coloro che lo hanno condannato, e divenire un punto di riferimento e, soprattutto, di memoria per i seguaci.

Maria di Màgdala corre da Pietro e dal discepolo – “quello che Gesù amava”, probabilmente Giovanni -, e questi, a loro volta, corrono al sepolcro. Si può immaginare lo stato d’animo e l'energia sprigionata nei due dalla notizia, al punto che viene riportato  che l’altro discepolo arrivò prima di Pietro: “Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò”. Lo sconcerto dell’incognito e l’eventuale timore di sorprese sgradevoli non impedisce che notassero immediatamente la singolare posizione dei teli.

Con l’ingresso di Pietro nel sepolcro, ove questi “osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte”, immediatamente li porta a pensare che qualcosa di molto singolare sia accaduto.

Anche l’altro discepolo, una volta entrato, vede i teli che hanno avvolto il corpo di Gesù  stesi per terra, come un involucro sgonfio – avendone perso il contenuto – e il sudario appare avvolto, piegato, non lasciato alla rinfusa. Se il corpo fosse stato trafugato, certamente gli esecutori non si sarebbero preoccupati di piegare il sudario e, poi, come spiegare la posizione dei teli?

Quest’ultimo discepolo "vide e credette”. Credette alle parole di Maria Maddalena e constatando la stranezza dell’assenza del corpo percepì che qualcosa di molto singolare era avvenuto. Ma c’è di più: “Infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.

Queste ultime parole sono molto importanti. Esse rimandano, in primo luogo, all’esperienza dell’evento della risurrezione, quindi non all’incontro con la persona ma alla comprensione delle Scritture. Esse sono imprescindibili per accedere, in un secondo momento, al Risorto. La preoccupazione di Giovanni è che si possa credere alla risurrezione di Gesù solo vedendo i segni della sua vittoria sulla morte. No!

La risurrezione di Gesù non è un privilegio concesso a qualcuno duemila anni fa, ma una possibilità per tutti i credenti. Come? Lo dice l'evangelista: “Non avevano compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.

Nel discepolo l'accoglienza della scrittura, la parola del Signore, la radicalizzazione di questo messaggio nella sua vita, la sua trasformazione, gli permettono di avere una qualità di vita tale da fargli sperimentare il risorto nella sua esistenza. Si apre così una serie d’importanti considerazioni per precisare in che senso l’evento, oggettivo e soggettivo allo stesso tempo, va molto oltre la finalità di questo semplice commento.

Di sicuro è certa l’inscindibilità del legame Scritture-Evento. Senza le Scritture non sussisterebbe l’Evento. Viceversa, senza l’Evento le Scritture sarebbero vuote. Il pensiero va direttamente al finale del brano dell'uomo ricco e Lazzaro, nel quale il primo chiede di risorgere per convincere i fratelli a cambiare vita: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,31).

L’esperienza personale del Risorto è fare di sé stessi lo spazio dell’Evento-Scrittura e viceversa, nello Spirito Santo. Non si crede che Gesù è risorto perché c'è un sepolcro vuoto, ma soltanto se lo si incontra vivo e vivificante nella propria vita.

 

 

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