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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 5,12-16)

Il testo è un breve riassunto dell’attività pastorale degli apostoli: “Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli”. Essi agiscono con gli stessi poteri di Gesù Cristo il quale ha affermato, durante la sua vita pubblica, che chi crede in lui compirà le sue stesse opere, anzi ne farà ancora più grandi delle sue.

L’inciso in cui si riferisce che la gente pone gli ammalati stesi su lettucci e barelle, “perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro”, trasmette l’idea che Gesù continua ad agire e a compiere la sua missione per mezzo degli apostoli. È la testimonianza della loro identificazione con il Risorto e la certezza che la missione continua.

La loro predicazione non è accolta da tutti: lo indica il fatto che, nel portico di Salomone,  “nessuno degli altri osava associarsi a loro”. Non è spiegato il motivo per cui chi era presente nel portico mantenesse la distanza, tuttavia può essere attribuito all’incomprensione del messaggio o alla volontà di non scontrarsi con l’ostilità delle autorità alla predicazione nel constatare la crescita del numero di aderenti.

Si può ipotizzare che, per la loro vita personale, sociale e formazione religiosa, non abbiano ritenuto convincente la predicazione e l’annuncio del regno nei termini proposti dagli apostoli. Un giustiziato sulla croce – quindi maledetto da Dio – annunciato come il Messia atteso e salvatore è un salto gigantesco, rompe con tutti gli schemi ben consolidati.

Porre come centro il mistero pasquale era qualcosa di sconvolgente, incomprensibile, fuori dai loro orizzonti, che non li riguardava o ritenevano di non aver bisogno, per cui viene meno la motivazione per osare di fare un passo in avanti, avvicinandosi alla cerchia dei credenti.

Al contrario, invece, “il popolo li esaltava (…). Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva”; quindi, “sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e donne”. La guarigione degli ammalati e di “persone tormentate da spiriti impuri” era ritenuta segno della presenza del Messia, o per lo meno di un profeta, un inviato da Dio.

L’adesione entusiasta del popolo è più che giustificata, non solo per il beneficio della salute, il recupero delle forze e delle condizioni psicologiche e morali, ma anche per la vita che rifiorisce con la riammissione, a pieno diritto, nella comunità e nella convivenza sociale.

Si apre la speranza in un futuro ritenuto inevitabilmente compromesso, la vita acquista senso, un nuovo vigore e l'aspettativa di un futuro pieno di armonia e soddisfazione.

Venendo all’oggi, con la grave crisi che la Chiesa in generale, e le comunità in particolare,  stanno soffrendo per l’allarmante allontanamento di laici dalla pratica religiosa, la diminuzione delle vocazioni maschili e femminili, l’assenza di dialogo con la cultura e la complessità del mondo attuale, è naturale chiedersi cosa faccia la differenza fra quella predicazione entusiasta, coinvolgente e quella di oggi. Non è qui il luogo per una risposta, ma la segnalazione è doverosa e imporrà necessariamente una riflessione.

In ogni caso l'effetto dell’evento Pasquale, diretto in primo luogo ad ogni persona, non si chiude né si esaurisce nella persona stessa. L’autenticità del coinvolgimento e la sincera adesione alla persona di Gesù Cristo e alla causa del regno si verificano nell’attività missionaria, caratterizzata da una particolare attenzione verso i sofferenti, le persone meno favorite, i marginalizzati e gli esclusi da una vita umanamente degna e dal convivio sociale.

Il libro degli atti degli Apostoli, da cui è tratto il brano, testimonia l'attività missionaria nei diversi luoghi e ambienti che abbracciavano parte del mondo allora conosciuto. Le molteplici circostanze sociali, culturali e religiose non sempre furono favorevoli all’accoglienza della predicazione del regno di Dio. Tuttavia, le difficoltà, i disagi, le sofferenze e le persecuzioni, ma anche le gioie, soddisfazioni e speranze dei discepoli,  testimoniano le qualità degli stessi, la tenacia e la fede nella persona di Gesù Cristo Risorto e nella causa dell’avvento del Regno.

Uno di questi è l’apostolo Giovanni, cui si riferisce la seconda lettura.

 

2a lettura (Ap 1,9-11a. 12-13. 17-19)

Giovanni si trova “nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù”. È già anziano, in condizione disagevole e nell’impossibilità di svolgere la missione a causa del suo esilio nell’isola.

Egli afferma di sé stesso: “Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù”. Si riconosce fratello e compagno in virtù di tre aspetti che caratterizzano ogni evangelizzatore: la tribolazione, il regno e la perseveranza in Gesù.

Annunciare, insegnare e agire in sintonia con la causa del regno presuppone la convinzione del suo avvento, metabolizzata nel profondo del proprio animo. In caso contrario, come avrebbe potuto parlare e testimoniare su qualcosa che non gli appartiene? Si sarebbe trattato, semplicemente, di trasmettere un’informazione, e con le difficoltà e le persecuzioni sarebbero venuti meno i requisiti per rimanere fedele nella comunione con Gesù e alla causa dell’avvento del regno.

In ogni autentico credente l'adesione a Cristo, e il coinvolgimento negli effetti della sua morte e risurrezione, si manifestano nel percepire se stessi come un soggetto redento, purificato, trasformato interiormente. La coscienza del dono dell'immersione nell’amore di Dio e della comunione con Cristo, costantemente rinnovato dalla fede per l'azione dello Spirito, sostiene e motiva l’identità, la tenacia, l’audacia e il coraggio della propria identità, pur percependo e accettando la realtà dei propri limiti, debolezze e deficienze.

È l’intervento gratuito di Dio, per mezzo del Figlio e l’azione dello Spirito Santo, che si configura come dono. Esso non dipende da meriti di alcun tipo ma, semplicemente, dalla grazia, ossia dal dono che suscita nell'intimo stupore, meraviglia e gratitudine. In tal modo il ricevente riconosce sé stesso come spazio e luogo dove Dio regna, nella coscienza che è sempre dono, mai possesso.

Per consolidare, non affievolire o, ancor peggio, perdere il dono è richiesta la dedicazione allo sviluppo del contenuto e la determinazione alla pratica corrispondente. Al riguardo è imprescindibile mantenere “lo sguardo fisso su Gesù” (Eb 12,2) e trasmettere con l’insegnamento e la testimonianza le coordinate dell’avvento del regno. La fede, così consolidata, è la fonte del coraggio e della forza d’animo per affrontare le tribolazioni, con serenità e fiducia nella fedeltà di Dio.

La comunione con Gesù Cristo, e l’entrata nel mistero di Dio, è come un pozzo senza fondo o come l’infinito dell’universo. L’apostolo scrive: “Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore”, la domenica – la Pasqua settimanale – in cui la comunità celebra la memoria della morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Giovanni racconta che udì una voce che gli parlava e vide, in mezzo ai candelabri, “uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro”. L’abito e la fascia d’oro sono quelli del sommo sacerdote dell’Antico Testamento, il cui dovere principale era di officiare la celebrazione del perdono dei peccati del popolo nel giorno prefissato dal calendario annuale. Pertanto, il “Figlio d’uomo” riunisce, in sé stesso, i compiti che anticamente erano del sommo sacerdote.

Il fine ultimo della rivelazione non è il beneficio individuale ma il bene di tutti: “Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese”. Il destino di ogni azione di Dio coinvolge la persona affinché ne faccia dono a tutti: il dono trasmesso è un bene per il ricevente e il trasmittente.

A livello personale, l’accoglienza del dono costituisce un momento sconcertante e pieno di timore. L’apostolo afferma: “Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto”. La trascendenza di Dio, l’irruzione del mistero che, in modo sorprendente e inaspettato avvolge e coinvolge l’esistenza della persona, non è cosa da poco. Ma ecco il pronto intervento, il sostegno del Signore: "egli, posando su di me la sua destra disse: Non temere!”. Il gesto – segno del suo potere – è espressione di amicizia, di affetto e di vicinanza e infonde sicurezza e serenità.

La rivelazione prosegue: “Io sono il Primo e l’Ultimo”, l’origine e il fine di ogni esistenza. In altre parole, il “Figlio d’uomo” è l’origine della vita e colui che conduce verso la meta. Egli indica il cammino e la dinamica di pienezza di vita che non avrà mai fine. In tal senso si qualifica come “il Vivente” e specifica: “ero morto, ma ora sono vivo per sempre”, ossia vive della vita che, se prima terminava con la morte, ora non lo è più perché la morte è vinta una volta per sempre.

La singolare e specifica esistenza terrena di Gesù fa sì che il credente percepisca in Lui la vittoria della vita sulla morte. Il “Figlio dell’uomo” afferma di sé stesso: “ho le chiavi della morte e degli inferi". Di conseguenza ogni persona, la cui vita è consegnata nell’amore, nel dono di sé per la causa del regno di Dio, manifesta che il DNA della risurrezione è già presente nella vita quotidiana e permette di percepire la persona del Risorto, presente in modalità sorprendenti e impensabili per l’esperienza umana.

È quello che il vangelo di oggi trasmette.

 

Vangelo (Gv 20,19-31)

La sera della risurrezione Gesù, presentandosi ai discepoli, disse: “Pace a voi!". Non si tratta di augurio tipo “che la pace sia con voi”, ma del dono da accogliere. È conosciuto il detto: “La bocca parla di ciò che è pieno il cuore”. Ebbene Gesù agli apostoli pieni di paura e sconcerto per gli eventi del Venerdì Santo (“erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano gli apostoli per timore dei Giudei” perché la condanna del maestro era valida anche per i discepoli) “stette in mezzo e disse loro ‘Pace a voi!’”, con l’intento di mutare il loro stato d’animo e di aprire l’orizzonte della realtà ultima e definitiva a seguito dell’evento di quei giorni.

Rafforza questo suo intento senza alcun accenno all'accaduto e, meno ancora, li rimprovera per il loro comportamento durante la passione. Tutto quello che ha sofferto, e la morte stessa, non sono prese in considerazione; solo “mostrò loro le mani e il fianco”, come per garantire che è lo stesso crocefisso del venerdì precedente.

La sua prima preoccupazione è che abbiano pace, perché è di nuovo vivo in mezzo a loro. Testimonia che l’accaduto non è irreparabile, non è la fine, anzi è un nuovo inizio nell’orizzonte della pace. Gesù non pretende che subito comprendano la portata dell'evento ma interviene per lasciare un punto fermo, inequivocabile e veritiero. Sarà l'intervento dello Spirito Santo, il maestro interiore, che porterà gli apostoli, il credente, alla conoscenza adeguata.

Dopo aver ripetuto per la seconda volta “Pace a voi!” aggiunge: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". Solo l’amore senza limiti – magnanimo – giustifica il sorprendente mandato. Le parole del Risorto, e l’atto di fiducia nei loro confronti, è coinvolgente e sconcertante per ciò che, pochi giorni prima, era successo da parte loro nei suoi confronti.

A nessuna persona, per quanto generosa e comprensiva della fragilità umana, passa per la mente un tale atto di fiducia. Gesù, invece, offre loro la stessa fiducia che il Padre ha avuto nei suoi confronti nell’assumere la condizione di servo – uomo come ogni uomo – per la causa del regno.

È che Gesù Cristo vede loro con gli occhi del Padre: persone rigenerate, redente, nuove creature coinvolte dagli effetti della morte e risurrezione del Figlio. Pertanto “meritano” la stessa fiducia che ha dato al Figlio, a condizione che accettino e sintonizzino con il dono.

Altra coordinata sorprendente: “Ricevete lo Spirito Santo”. È lo Spirito che ha accompagnato Gesù nella missione e lo ha consegnato al Padre in punto di morte. Per lo Spirito è costituito Cristo, il Messia, che distrugge la morte.

Non si tratta della sopravvivenza dell'anima dopo la morte – sarebbe semplicemente affermare che la morte convive con la risurrezione – ma la morte della morte. In tal modo è Dio stesso che inizia negli apostoli la nuova creazione. È il significato dal soffio di Gesù su loro.

L’inizio della nuova creazione, per l’accoglienza della sovranità di Dio in loro, si manifesta nella pratica del perdono: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati”. La condizione del perdono non è arbitrarietà, ovviamente, ma la volontà, la coscienza e l’impegno di abbracciare la causa del regno, in virtù di tutto quello che Gesù ha insegnato e fatto.

Il peccato, dovuto alla sfiducia, all’incredulità, alla disattenzione e all’indifferenza al progetto di Dio, si declina in comportamenti individuali e sociali contrari al nuovo stile di vita verificato e valutato dalle beatitudini insegnate da Gesù.

L’evento della risurrezione è incomprensibile per i criteri umani e, quindi, di non facile accettazione. È quel che accade a Tommaso, al quale Gesù Cristo risponde: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.

La beatitudine riconduce alla fiducia, in modo che ogni persona che pone l’intelligenza al servizio della persona di Gesù, e alla causa del regno, entra nella vita eterna che la morte non può cancellare.

 

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