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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 5,27b-32.40b-41)

Con l’evento della Pentecoste gli apostoli prendono coscienza del significato e dell’importanza della morte e risurrezione di Gesù Cristo. L’evento illumina la loro mente riguardo alla svolta radicale e impensabile del passaggio di Gesù da maledetto da Dio – tale era il significato della morte in croce – a Salvatore, glorificato dal Padre per mezzo dello Spirito Santo.

La nuova coscienza porta con sé la necessità dell'annuncio, della predicazione dell’evento Gesù Cristo in Gerusalemme. Lo scontro degli apostoli con le autorità è inevitabile; il sommo sacerdote e il Sinedrio sono spiazzati, privati della loro autorevolezza e addirittura incolpati dell’ingiusta condanna.

La reazione del sommo sacerdote è categorica: “Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo”. La disobbedienza degli apostoli suscita forte tensione fra il sommo sacerdote, il sinedrio e gli umili sconosciuti seguaci del crocefisso, esposti al pericolo di subire la stessa sorte del maestro.

Pur nella loro insignificanza sociale e religiosa davanti alla massima autorità, Pietro, con agli altri, non s’intimorisce né si lascia prendere dal senso d’inferiorità ma con audacia e coraggio afferma: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Per obbedienza a Dio sconfessa la loro autorevolezza e di tutti quelli che intendono proibire la loro predicazione e l’insegnamento ritenendolo eretico, una bestemmia, la negazione della vera fede nel messia e nell’avvento della sovranità di Dio.

Pietro argomenta con grande audacia e coraggio, sapendo del rischio che corre. Motiva loro i motivi del dissenso e annuncia il contenuto fondante dell’insegnamento: “Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù (…) lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati”. In altre parole, Dio ha rovesciato il loro giudizio su Gesù e, tuttavia, anche per costoro il rovesciamento è opportunità di conversione, di perdono della loro incredulità e della sfiducia nei riguardi di Gesù, ora costituito Cristo alla destra di Dio Padre.

Il coraggio e la determinazione emergono dalla convinzione interiore e profonda che “di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. L’obbedienza a Dio per la fede – nell’accettare di essere accettati da Gesù Cristo, trasformati dagli effetti della sua morte e risurrezione e continuatori dell’avvento della causa del regno – manifesta la stabilità, la consistenza della comunione con Lui, per l’azione dello Spirito Santo che li rende autentici testimoni nell’assumere la predicazione e l’annuncio anche a costo dello scontro.

Lo scontro è motivato da due idee opposte – quella del sinedrio e la loro – escludenti e irriducibili una con l’altra riguardo a Dio. In nome dello stesso Dio, quelli che condannarono e uccisero Gesù lo fecero con l’intenzione di “salvare” Dio, il popolo, il tempio e la religione, vedendo il Lui il pericolo di sopravvivenza della stessa nazione, come disse Caifa: “è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!” (Gv11,50).

Il Dio di Gesù che gli apostoli annunciano e testimoniano è instaura l’avvento del regno di Dio e, con esso, della rigenerazione di ogni credente e lo strutturarsi della nuova società nei termini dell’Alleanza, rimasta incompiuta perché asservita al mantenimento del potere.

Il sommo sacerdote e le autorità non hanno nessuna intenzione di rivedere le loro convinzioni e, pertanto, agli apostoli hanno “espressamente proibito di insegnare". La risposta di Pietro a chi può condannarlo a morte è ferma e determinata: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. In tal modo testimonia la forte e consistente identificazione con l’evento pasquale e la persona stessa di Gesù. "La bocca parla di ciò che ha pieno il cuore”, particolarmente in circostanze simili dove è in gioco la propria irrinunciabile identità, anche a costo della vita.

Il coraggio e l’audacia sorgono in chi è solidamente identificato con la causa del regno, in comunione con Gesù Cristo, con fedeltà solida.

Tale condizione rivela la percezione in sé stesso della libertà interiore, dell’autenticità della testimonianza anche nelle condizioni più avverse, e addirittura pericolose, come nel caso riportato.

L'agire in modo contrario – per salvarsi dalla persecuzione e non avere problemi, discussioni, dissapori o altro – comporta rinnegare sé stesso, la propria identità e, con ciò, l’auto-distruzione, la morte interiore. Viene meno la Verità (con la V maiuscola): “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31-32).

Fra parentesi bisogna fare attenzione a non usare queste e altre parole del Signore per cadere in comprensioni, schemi e atteggiamenti fanatici, tali da motivare comportamenti contrari al senso autentico per i quali sono proferite, quali la pratica dell’amore e il rispetto delle diversità nella complessità del vivere umano.

La reazione delle autorità è molto dura. Probabilmente impressionati e sconcertati dalla resistenza e da quello che stava succedendo nell’ambiente, non osano ripetere quello che fecero con Gesù ma comunque determinano il castigo nella speranza che, umiliandoli, smorzino il loro ardore ed entusiasmo.

L’affetto fu il contrario “se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. È la vittoria sull’umiliazione, il dolore e la paura, ma anche il consolidarsi dell’identificazione con la persona di Gesù e la causa del regno.

La specifica condizione del Risorto alla quale è unito ogni autentico credente è presentata nella seconda lettura.

 

2a lettura (Ap 5,11-14)

La figura centrale del testo è “L’Agnello, che è stato immolato”, il vero e più importante simbolo della Pasqua. È il Vivente che riunisce in sé due realtà opposte quali la morte e la vita nella condizione del risorto. L’agnello immolato, il cui sangue liberò il popolo dalla morte in quell’indimenticabile notte dell’uscita dall’Egitto, era ben conosciuto. Gesù, il nuovo Agnello crocefisso, sostituisce una volta per sempre l’antico e libera dal peccato l’umanità di ogni tempo e luogo.

Quello che sorprende è che in virtù della morte è il Vivente. Il motivo di tale condizione è l’amore. L’amore con cui si è donato – in nome della verità riguardo all’avvento del regno per ogni persona, l’umanità e la creazione – è lo stesso che lo risuscita. Di più, se prima poteva morire, adesso non più, perché la risurrezione del corpo è la morte della morte.

Questa realtà coinvolge ogni credente come dono del Padre per l’azione dello Spirito in virtù della fede nel Figlio, e specificamente per gli effetti della sua morte e risurrezione. La morte non è eliminata dalla condizione umana, ma semplicemente vinta – anche prima che accada – per la pratica dell’amore, che Gesù ha insegnato, per la causa del regno.

La fede in Gesù Cristo niente toglie alla morte di ciò che gli è propria, incluso quello che Gesù provò all’avvicinarsi di essa il Giovedì Santo. Ma quest’ultimo avvenimento non è la realtà finale perché l’amore porta con sé, e fa percepire nel profondo dell’animo, “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16), per l’entrata e la partecipazione nel mistero di Dio.

Il coinvolgimento per la fede si basa sul presupposto che Gesù è il rappresentante di tutti gli uomini e dell’umanità in Dio e davanti al Padre. Rappresenta l’uomo che resiste senza cedere, fino all’ultimo, alle lusinghe e alle tentazioni, caricando sulle sue spalle le conseguenze del peccato, della sfiducia degli uomini sulla sua persona e nella causa dell’avvento del regno.

La resistenza di Gesù si deve alla fiducia nella promessa del Padre circa l’avvento della sua sovranità, del suo regno. Il Padre risponderà positivamente al riguardo in Gesù Crocefisso con la risurrezione in virtù dello Spirito Santo, in considerazione della consegna per amore: “Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito” (Lc 23,46).

Quello che ha realizzato Gesù come rappresentante è proprio del rappresentato e con la risurrezione dona gli effetti della sua morte. Di conseguenza ogni credente è posto in condizione totalmente nuova davanti al Padre. Guardando sé stesso con gli occhi del Padre si vede giustificato, reintegrato nell’amicizia con Dio e partecipe della vita divina. È un uomo nuovo, giustamente ottimista sotto questo punto di vista.

Tutto ciò ha inizio e si rivela per la fede. Quello che è successo in Gesù Cristo è a disposizione di ogni persona che, liberamente, accetta il dono gratuito del rappresentante. Succede nel silenzio radicale e profondo di se stesso: non vi è alcuna manifestazione esteriore – audizioni, apparizioni, segni particolari ecc -; alcuna percezione interiore di tipo psicologico – carattere, fantasie, sentimenti stravolgenti ecc -, al punto da dubitare della realizzazione.

Tuttavia il dubbio fa parte dell’atto di fede. Credere è un atto della volontà, misteriosamente intrisa del dono di Dio che esprime nel credente lo stupore, la meraviglia e la gratitudine per l’intervento sorprendente e immeritato.

“A colui che siede sul trono e all’Agnello, lode, onore, gloria e potenza nei secoli”. L’Agnello partecipa della stessa gloria del Padre che siede sul trono. L’umanità di Dio, la persona umana di Gesù, nata dal seno di Maria in Betlemme, arriva alla meta ultima e definitiva con l’esaltazione e la glorificazione nella comunione trinitaria.

L’uomo Gesù fa della propria vita fra gli uomini un “Agnello immolato”, degno di ricevere onore e gloria da tutte “le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovano” nella liturgia celeste. In effetti il testo è un inno della liturgia cristiana e fa riferimento all’intronizzazione di Cristo e all’adorazione dovutagli dell’universo.

L’immensa moltitudine ingloba chiunque partecipa simultaneamente della liturgia terrestre e celeste o, meglio, dell’unica liturgia che si celebra nel culto spirituale del dono di sé per la pratica dell’amore, e liturgicamente nella celebrazione dell’Eucaristia.

Con il Risorto tutto ricomincia di nuovo, negli stessi luoghi ove ebbero inizio i primi incontri di Gesù con gli apostoli nella Galilea, ma partendo dal punto d’arrivo e dal sincero amore per "l’Agnello immolato”, come racconta il Vangelo.

 

Vangelo (Gv 21,1-19)

Dopo il tremendo colpo, e lo sconcerto del Venerdì Santo, gli apostoli tornano alla loro terra e alle attività antecedenti all’incontro con Gesù, abbattuti e delusi. Essi, con l’esperienza del Risorto nel cenacolo la sera della domenica di risurrezione, non hanno capito la portata e il significato dell’evento. Riprendono la loro attività e il lavoro di prima con lo stesso insuccesso di quando incontrarono Gesù. Come allora, infatti, "salirono sulla barca ma quella notte non presero nulla”.

Quando già era l’alba – l’inizio di un nuovo giorno che per loro sarà l’inizio della nuova comprensione del risorto, come la luce dell’alba che rischiara le tenebre della mente e del cuore – “Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù”, nemmeno quando si rivolse loro chiedendo se avessero da mangiare e ricevendo un “no” secco. L’anonima persona disse loro di gettare “la rete dalla parte destra della barca e troverete”, come fu in quel primo incontro. “La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci”. L’efficacia della parola fa scattare nel “discepolo che Gesù amava, rivolgendosi a Pietro: ‘ è il Signore!’”.

Il testo che segue ha un sapore eucaristico. È Gesù stesso che ora offre da mangiare ai discepoli il frutto della loro obbedienza.

“Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti”. In realtà non è vero, è la quarta volta. Ma il numero “tre” nella simbologia ebraica significa “quello che è definitivo, che è completo”. Ebbene, nella prima apparizione il Risorto chiama per nome Maria e questa, pensando fosse il custode del giardino, scopre che è Gesù. Una seconda apparizione avviene quando si manifesta a due discepoli in cammino verso Emmaus e, dopo aver spiegato le scritture e scaldato il loro cuore, spezzando il pane fu riconosciuto come Risorto. E nel brano odierno, la fiducia nella sua parola, e la pratica corrispondente, fa sì che i discepoli lo riconoscano.

Il messaggio è che il rapporto personale con Gesù, l’istruzione e la fiducia nella parola sono elementi che ogni persona ha a disposizione per sperimentare la presenza del risorto in circostanze specifiche.

Gesù, continuando nella stessa dinamica, pone la triplice domanda a Pietro,  profondamente umiliato più degli altri per la triplice negazione la notte della passione. La triplice domanda di Gesù è come un balsamo per uscire dal profondo turbamento e ristabilire il rapporto di sincero amore verso il Signore, naufragato nella debolezza e presunzione di essere all’altezza, in ogni circostanza, di gestire autonomamente e con successo la fedeltà, in virtù del sincero sentimento verso il maestro.

La finalità dell’intervento di Gesù è reintegrarlo nel servizio pastorale –“Pasci i miei agnelli" – in virtù della triplice sincera risposta di amore nei Suoi confronti. Con esso la debolezza e la fragilità di ogni persona è riscattata dall’abisso dell’indegnità e dell’umiliazione, per servire i fratelli con la stessa dinamica e forza dell’amore che ha sperimentato.

 

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