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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 13, 14.43-52)

 

Il brano presenta il grande zelo missionario di Paolo e Bàrnaba. Passano da una città all’altra, da “Perge arrivarono ad Antiochia di Pisìdia”, annunciando il cammino di salvezza offerto da Gesù Cristo per gli effetti della sua morte e risurrezione, da loro stessi sperimentato.

Paolo dirà in un altro brano: “Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20). È il “per me” che suscita e sollecita l’attività missionaria, percependo e credendo nell’amore per il quale si è resi giusti davanti a Dio Padre, come persona trasformata, rigenerata e purificata.

Egli risponde al dono ricevuto, mosso dalla responsabilità e dall’impulso interiore di trasmetterlo, giacché il dono, fonte di liberazione, di gioia e di pienezza di vita, per sua natura spinge a farne partecipi gli altri, a trasmetterlo a chi ne è privo attraverso la predicazione e la pratica conseguente.

In effetti, per loro – Paolo, Bàrnaba e i primi apostoli – predicare la buona notizia non è solo trasmettere un’informazione, è far sì che gli uditori si coinvolgano in modo che la buona notizia diventi buona realtà per gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, accolti dalla fede nella persona di Gesù e nella causa dell’avvento del regno per la quale ha consegnato sé stesso.

La giustificazione per la fede in Gesù Cristo, e soprattutto nella sua causa, si scontra radicalmente con la teologia del tempo che ritiene giusto chi osserva fedelmente la Legge stabilita dall’alleanza contratta nel Sinai, e poi ampliata e rielaborata dall’istituzione religiosa.

La loro predicazione è come un voltare la pagina della tradizione consacrata da più di mille anni di storia: con essa è in gioco la salvezza e l’entrata nel regno di Dio con l’avvento del Messia. Essi, con coraggio e audacia, testimoniano la loro fede nella sinagoga, riscontrando successo e adesioni; infatti “Molti giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio”. Il successo fu tale che “Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore”. 

Ma per le autorità ciò costituisce l’adesione a una dottrina eretica e blasfema. Di conseguenza si va allo scontro, alla diatriba per la quale questi, “con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo”, per gelosia e per la posta in gioco.

Tuttavia i due apostoli, con la sconvolgente proposta di cui erano portatori, argomentano nel vivo della polemica con determinazione: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi – Giudei – la parola di Dio” quali eredi della promessa in modo che, anch’essi, aderissero al suo compimento con la conversione.

Il loro rifiuto ad andare oltre la religione dei padri porta i due apostoli ad affermare con ironia: “poiché la respingete e non vi giudicate degni di vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”. 

Essi ritengono l’annuncio e la testimonianza come compimento della volontà del Signore: “Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”.

Certamente i giudei sono preoccupati e interessati a portare la salvezza a tutti, e Gesù stesso riconosce il loro zelo al riguardo. Ma il loro sconcerto e disaccordo con la predicazione di Paolo e Barnaba si deve al fatto che il cammino proposto dalla Legge mosaica è stravolto in nome della sola fede in Gesù Cristo. Per i giudei è blasfemia inaccettabile, altro che salvezza! Fra l’altro viene meno la loro concezione di popolo eletto, erede della promessa.

La diatriba di Paolo con i Giudei – ma anche dentro la comunità credente – per sostenere e motivare l’apertura ai pagani sarà acerrima e prolungata, con grandi conseguenze per il futuro del cristianesimo. Essa costituisce la rottura con il mondo giudaico e l’inizio del cammino che porterà alla diffusione del vangelo ad ogni persona, senza necessariamente passare per la legge giudaica, come ritenevano i Giudei convertiti al cristianesimo.

La reazione agli apostoli da parte dei pagani è di gioia, infatti “… glorificavano la parola del Signore”. Al contrario i Giudei “sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio”.

In mezzo alle tensioni il seme è tratto e “I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo”. In quanto agli apostoli, “scossa contro di loro la polvere dai piedi” – gesto simbolico di non voler avere nulla a che fare con loro – partono per un’altra città. Ciò indica che non c’è in loro motivo di delusione e, meno ancora, volontà di desistere dalla missione.

La sensibilità, la volontà e il desiderio di associare giudei e pagani nell’evento pasquale, particolarmente i propri connazionali, non riceve la risposta sperata ma neanche li ha colti impreparati. L’insuccesso, o peggio la persecuzione, accompagna l’attività missionaria, come testimonia la seconda lettura.

 

2a lettura (Ap 7,9.14b-17)

 

L’apostolo continua il racconto della rivelazione – “Io, Giovanni, vidi” – la cui testimonianza unisce il presente al futuro ultimo e definitivo (l’evento escatologico alla fine dei tempi) quando tutti, con il “ritorno” del Risorto, constateranno che Dio “sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

È molto importante percepire come la meta eserciti nel presente il fascino e l’attrazione ad essa, come la calamita attrae la limatura di ferro. In questo senso essa indica il destino verso il quale tutto converge. Non si è attratti dalla meta in modo meccanico, automatico, quasi non si possa evitare; la forza interiore e la dinamica dell’attrazione sorgono nella coscienza di chi si lascia coinvolgere nel fare propri, e vivere autenticamente, gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo nella sua sequela quale maestro, guida e pastore.

Allo stesso tempo, la persona coinvolta percepisce, in forma sempre più consistente e veritiera, la partecipazione e l’entrata nel regno di Dio, con la speranza, che nella fede diventa certezza, che questi sarà impiantato definitivamente da Dio stesso alla fine dei tempi.

Ebbene, all’apostolo è dato vedere “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (l’umanità di tutti i tempi radunata come un unico popolo). Le persone “Stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide e tenevano rami di palma nelle loro mani (…) Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione”.

Tribolazione per la fedeltà alla causa del regno di Dio e alla determinazione di accogliere la Sua sovranità in sé stesse, per la fede negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Di conseguenza, la coscienza dell’adesione illumina nell’intimo la nuova, positiva e ottimista immagine di sé stesse quale effetto del dono.

Questa coscienza sostiene e motiva la condotta, in sintonia con l’insegnamento e la pratica di Gesù, verificata dalle beatitudini, riferimenti imprescindibili dell’adeguato e corretto comportamento e permanenza nell’ambito del regno nel presente, nella circostanza specifica.

La fedeltà a Gesù Cristo, e alla causa del regno, ha un prezzo che va dal versamento del sangue – il martirio comunemente inteso – all’audace, coraggiosa e creativa qualità delle scelte di ogni giorno, che configurano il quotidiano martirio non violento della coerenza di vita. In tal modo essi, in modo cruento i primi e incruento i secondi, “hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello”, sperimentando su di sé il prezzo della fedeltà al Signore crocefisso e risorto.

Pertanto “stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio (…)”: il servizio della giustizia, del diritto, della fraternità e della pace, nel tempio costituito dall’umanità fraterna e responsabile.

La lode a Dio è l’azione, la pratica della carità; in altre parole, la liturgia della vita nella consegna di sé stessi per la causa del regno. In tal senso il culto spirituale è l’azione sorretta e guidata dallo Spirito, in virtù del quale “(…) Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro”, conformando l’umanità credente come tempio di Dio.

“Non avranno più fame né avranno più sete (…), perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”. Essi saranno nella pienezza di vita e nella gioia senza fine, la meta del processo per il quale, assunta la redenzione offerta dall’Agnello immolato nella Pasqua e che siede sul trono di Dio, gioiscono per la fedeltà al dono del regno.

L’Agnello immolato, che essi imitano in risposta all’amore con cui sono amati da Lui, lo incontrano come pastore nella nuova realtà e nella sicura vittoria sul male. E Dio trasformerà le lacrime di tante lotte e sofferenze in consolazione e pace.

La salvezza, alla portata di tutti indistintamente, esige la partecipazione cosciente e attiva nel corretto rapporto con Gesù, secondo le indicazioni del vangelo.

 

Vangelo (Gv 10,27-30)

 

Ascoltare è il punto focale per stabilire il corretto rapporto con Gesù. “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. Conosciuto è il racconto del vangelo nel quale Maria, sorella di Marta, stava seduta ai piedi di Gesù, ascoltandolo. Alle rimostranze di Marta affinché l’aiutasse nelle faccende domestiche, invece di stare seduta ad ascoltare, Gesù disse: “ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,42).

L’esortazione dei testi biblici è ascoltare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutto il proprio essere (Lc 10,27). Ascoltare è ben diverso dall’udire! Ascoltare genera il rapporto autentico di sintonia, di coinvolgimento, di senso, di appartenenza e condivisione di vita, di cammino e di destino. È quello cui Gesù si riferisce con l’affermazione: “io le conosco – le pecore, i discepoli – ed esse mi seguono”.

L’ascolto, motivato dalla fiducia amorosa, presuppone lo svuotamento di sé stesso per evitare l’inganno di ritenere di ascoltare Dio quando è solo una proiezione delle proprie idee, dei propri desideri, e altro. Lo stesso vale nel rapporto con gli altri. L’ascolto è molto più impegnativo di quello che sembra a prima vista: è la virtù dell’attenzione, del rispetto, dell’interessamento nei confronti dell’interlocutore.

Perciò è doveroso pensare e meditare che, dal silenzio eterno, Dio ascolta ognuno. Ascoltare presuppone entrare nel silenzio eterno che ognuno incontra in sé stesso, nella completa e radicale solitudine. È la condizione per instaurare con l’interlocutore il rapporto significativo ed efficace.

Dio è silenzio che ascolta. Tuttavia, molte volte, tale silenzio è ritenuto prova dell’assenza, dell’allontanamento o in estremo della non esistenza. La prova può portare alla delusione, allo scoraggiamento, alla sfiducia nei suoi confronti. Di fatto è la radice nella quale l’agnosticismo o l’ateismo incontra avallo e appoggio consistente.

Dalla parola che procede dal silenzio si stabilisce un rapporto sorprendente: “Io do loro la vita eterna (…)”. Non si tratta della sopravvivenza della vita dopo la morte, ma di questa vita nella carne che assume una dimensione d’eternità, di pienezza, di profondità di senso, per il coinvolgimento nella pratica della carità, nel dono di sé stesso per il bene altrui e dell’umanità.

Tale dinamica, in virtù del rapporto che instaura, fa dell’umano l’espressione del divino, della vita eterna che la morte non può cancellare o sminuire. È la vita eterna di questa esistenza temporale, anticipazione della vita piena dopo la morte corporale.

Il vincolo che si stabilisce è così forte e consistente che Gesù afferma: “(…) e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”. Egli allude al clima di conflitto e violenza generato da chi fa prevalere la propria arroganza e prepotenza, conseguenza della forza del male, del potere seducente dell’inganno, che motiva il conflitto del discepolo nella lotta per prevalere su di esso.

Questi può contare sulla presenza del pastore, che sostiene la lotta e la vittoria sull’avversario, perché Lui stesso ha vinto il combattimento nella sua carne e trasmette al discepolo le condizioni per vincerlo nella determinata circostanza.

Gesù non è solo, il Padre è con Lui. Meglio ancora, “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Unità, nella differenza di funzione e ruoli. Il Padre stesso ha inviato su di Lui lo Spirito per cui sono una cosa sola, nella diversità delle tre Persone.

Il credente cammina sulle orme di Gesù il cui Padre, per esperienza propria, è “più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre”. Il corretto rapporto è il costante regalo della Trinità, che sostiene l’attività gratuita del credente dentro e fuori la comunità,  diretta specialmente agli esclusi e ai marginalizzati, nel rispetto delle diversità. Attività che conta su Cristo pastore, con la forza dello Spirito, per il compimento della volontà del Padre, ossia l’avvento del suo regno e l’accoglienza, nei credenti, della sua sovranità.

 

 

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