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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (At 14,21b-27)

 

Il brano è la parte finale del racconto del primo viaggio missionario di Paolo. L’attività di Paolo e Barnaba a Derbe, ultima tappa del loro percorso, mette in luce la feconda attività,  fatta soprattutto di contatti personali che aggregano un buon numero di persone: “Dopo aver evangelizzato quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornano a Listra, Icònio e Antiochia”.

Essi percorrono a ritroso il cammino fatto e incontrano le comunità precedentemente fondate, “confermando i discepoli ed esortandoli a restare fedeli nella fede ‘perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni’”.

La conferma e l’esortazione indicano la fragilità e la vulnerabilità dei convertiti. E non può essere altrimenti, considerata la portata del coinvolgimento nella fede in Gesù Cristo e l’entrata nel regno di Dio con l’accoglienza, l’adesione all’insegnamento e alla pratica di Gesù; e, similmente al supplizio della croce da Lui patito, anche i discepoli “attraverso molte tribolazioni” e partecipano allo stesso martirio, anche se non così estremo.

Tuttavia il processo di conversione in atto merita l’attenzione e la dedicazione di Paolo e Barnaba, per consolidare la struttura della comunità nascente sul lato dell’organizzazione interna, in modo da insegnare, trasmettere il contenuto e sostenere il cammino. A tal fine scelgono persone affidabili: “Designarono quindi in ogni Chiesa alcuni anziani”.

L’assegnazione è preceduta dalla preghiera e dal digiuno, con “l’affidamento al Signore nel quale avevano creduto”, in virtù della promessa di rimanere in mezzo a loro fino alla fine dei tempi. È la fede nella costante presenza del Signore che rende audaci e coraggiosi Paolo e Barnaba nel consegnare il cammino e la crescita delle comunità agli anziani designati.

È la fede nell’azione dello Spirito del Risorto, il vero agente del sostegno della comunità,  che suscita la certezza che non verrà meno, ai designati, il necessario per svolgere il loro servizio, con responsabilità e impegno. Ad essi spetta la responsabilità del cammino della comunità con l’adeguata organizzazione, indispensabile per l’efficace servizio pastorale di crescita nella grazia di Dio.

L’evento Pasquale, culmine dell’insegnamento e della vita di Gesù, ha trasformato la loro vita, sul modello di Paolo e Barnaba, costituendoli messaggeri, annunciatori e testimoni del Regno di Dio, nel quale sono coinvolti e destinatari, assicurando la vita delle comunità. Con Paolo e Barnaba essi, in Gesù Cristo – il Risorto -, hanno percepito il farsi del regno di Dio, il suo significato, il cammino da percorrere, le esigenze, la dinamica per entrare in esso. È ciò che testimoniano e insegnano nella comunità credente.

Il coinvolgimento, per la fede, negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, ha determinato l’immersione nella Trinità e nella realtà del Regno, con lo sconvolgimento del loro mondo interiore e della vita in generale. È la trasformazione radicale che motiva Paolo e Barnaba, e ogni autentico credente, a dedicarsi integralmente all’attività missionaria a favore di popoli e culture diverse dalla loro.

Di conseguenza l’azione pastorale si riveste di coraggio e fermezza nelle molteplici difficoltà nelle quali s’imbattono.

Difficoltà che riguardano non solo loro, ma anche le persone che accolgono e aprono la mente e il cuore alla loro predicazione; sono difficoltà di vario genere che riguardano anche l’interno della comunità, per lo sconvolgimento individuale e sociale derivante dall'adesione al regno di Dio, e le conseguenti tribolazioni.

D’altronde queste ultime testimoniano e manifestano il grado di accoglienza del dono dell’avvento, in loro, della sovranità di Dio – del regno -, già presente in essi per la pratica dell’amore insegnata da Cristo, e per gli effetti della Sua morte e risurrezione.

Esse purificano le storture e le imperfezioni della fragilità umana, a condizione che l’adesione alla persona di Cristo e alla causa del regno sia autentica, sincera e costituisca l’asse portante della propria esistenza.

Arrivati ad Antiochia, da cui erano partiti, “riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede”. Essi attribuiscono all’azione di Dio il loro servizio pastorale, inclusa la sconcertante apertura ai pagani. Con essa sta sorgendo la nuova realtà cui fa riferimento la seconda lettura.

 

2a lettura (Ap 21,1-5a)

“Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi”. Non si tratta di un altro cielo né di un’altra terra, ma della trasformazione di questo cielo e di questa terra. Trasformazione segnata per la definitiva sconfitta del male – simbolizzato dal mare – che “non c’era più”. All’epoca il mare era ritenuto il luogo del dominio del male, realtà instabile, insicura, pericolosa e infida; tutto il contrario della terra, ferma e solida.

Ricordando il passaggio del mar Rosso in cui il mare prosciugato – divenuto terra ferma – diventa il cammino della liberazione definitiva del popolo dalla schiavitù dell’Egitto, così la scomparsa del male evidenzia il cammino di vita e il trionfo del popolo di Dio, liberato definitivamente da ogni tribolazione (vedi 1a lettura). In tale circostanza Dio “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate”.

L’evento è diretto da “Colui che sedeva sul trono”, e orchestra il processo di trasformazione: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. È l’evento in cui ogni persona, e l’umanità intera, arrivano al punto finale, in cui Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28),  partecipando della pienezza di vita secondo il loro stato. In esso i rapporti costituiranno l’armonia e l’equilibrio propri della sinfonia dell’universo.

Afferma l’apostolo: “vidi anche la città, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”. Il cielo è il luogo della dimora di Dio, per cui “Scendere dal cielo” significa l’incontro con la pienezza di vita, dono della gloria di Dio. La fede negli effetti della morte e risurrezione del Figlio, e l’apertura della mente e del cuore all’azione dello Spirito Santo, fanno sì che la pratica di vita corrispondente introduca nell’evento. L’allegria e la gioia saranno intense e comparabili, metaforicamente, a quelle degli sposi nel giorno delle nozze.

Alla visione si aggiunge l’annuncio: “Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: ’Ecco la tenda di Dio tra gli uomini!”. Si tratta dell’umanità redenta, ritenuta la casa e il tempio di Dio con la sua presenza e manifestazione della sua gloria. La presenza e la gloria si declinano nella vita in abbondanza e nella gioia senza fine. Gli uomini sperimenteranno l’ampiezza e la profondità di ciò che Gesù aveva promesso, e reso disponibile, ai discepoli già durante la sua vita terrena.

Allora si compirà la promessa di Dio e si manifesterà la chiara percezione del legame tra la vita terrena – vissuta nella fiducia riguardo al farsi del suo regno, percorrendo fedelmente il cammino indicato da Gesù, pur nelle avversità e nelle prove – e la grandiosità del presente.

Il legame fra Dio e il suo popolo, fonte di gioia come quello degli sposi nel giorno delle nozze, qualificherà il senso di appartenenza per il quale “Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio”. L’individualità si immerge nella comunione, pur mantenendo inalterata la propria specifica caratteristica, l’umanità da un lato e la divinità dall’altro.

È il compiersi del regno e la realizzazione del progetto di Dio sulla creazione, che supera ogni comprensione e attesa umana. Esso è percepito dall’apostolo, pur nelle difficoltà e nella persecuzione che, di per sé, potrebbe indicare il contrario.

La chiarezza del destino, come ultima e definitiva parola di Dio sull’opera delle sue mani, è di grande importanza per la vita giornaliera. Essa illumina il cammino nel quale l’amore di Dio, riversato nel cuore credente, è linfa che percorre la mente e il cuore della vita giornaliera del discepolo e declina la pratica, creativa e audace, di testimoniare e motivare l’adesione di altri all’impegno per un mondo più umano e fraterno, rispettoso delle individualità e delle diversità.

È quello che Gesù lascia come testamento agli apostoli, prima di darne testimonianza con la consegna di sé stesso nell’evento pasquale, come racconta il Vangelo.

 

Vangelo (Gv 13,31-33a.34-35)

La sera del Giovedì Santo Giuda ha maturato, nel suo animo, il proposito di consegnare Gesù. Nella cena pasquale il Maestro gli offre il pane attinto nello stesso piatto. Il gesto è manifestazione di alta considerazione nei suoi riguardi, e l’invito che proceda nella sua intenzione è per lo meno sconcertante.

Perché non fa niente per fermarlo? Perché non interloquisce riguardo al passo falso che si appresta a compiere? Gesù prende atto del proposito di Giuda nel rispetto radicale della sua libertà: lo accoglie e lascia aperta la distanza enorme e la sproporzione fra lui e sé stesso, ben sapendo ciò che gli accadrà.

È in questa distanza e sproporzione enorme che si inserisce e prende consistenza l’avvento della sovranità di Dio in Lui, essendo condotto e accompagnato dallo Spirito nello “svuotamento di sé stesso assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7) per la causa del regno e alla testimonianza della stessa sovranità.

Con esso opera su sé stesso, sul proprio io umano, un processo di decentramento, erosione, sradicamento, come una destrutturazione che porta quasi all'esplosione dell’lo, per costruire la propria soggettività non a livello egocentrico, né per l’angoscia di fronte alla morte, ma perché fondata nella pienezza dell’amore escatologico, l’insondabile mistero di Dio, nel quale la sua umanità è immersa.

Questo può dar ragione del perché: “Quando Giuda fu uscito dal cenacolo” Gesù afferma che “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”. La glorificazione è testimonianza dell’amore di Dio manifesto in Gesù – “il Figlio dell’uomo” – accogliendo su di sé il peccato di Giuda – la sfiducia nei suoi confronti, la seduzione del denaro, o entrambi – e, con esso, il peccato degli uomini e donne di tutti i tempi e luogo, per dar vita all’instaurazione del regno di Dio nella sua (e nostra) realtà umana.

La separazione dell’umano dal divino sta sgretolandosi e si compirà con la morte, prima e originaria vittoria sul peccato e sul male, per la quale “Dio è stato glorificato in lui”. Con esso si instaura una circolarità sempre più intensa e coinvolgente: “Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito”, nella quale emerge la risurrezione come punto algido.

La glorificazione costituisce il legame stretto e indissolubile del presente con il futuro ultimo e definitivo. Essa accompagna il cammino per il quale l’umano si divinizza e Dio si umanizza, nel rispetto di ciò che proprio dei due. Il presente anticipa il futuro e quest’ultimo accoglie il presente e lo porta alla pienezza.

È bene prendere atto che la glorificazione è, simultaneamente, del Figlio e del Padre. Ciò significa che la consegna del Figlio riguarda e investe direttamente anche il Padre. Si può aggiungere anche lo Spirito Santo, che conduce la dinamica dell’evento stesso.

Di conseguenza l’evento è sempre di natura trinitaria e accade in ogni singola persona, e nella comunità, quando si fa proprio l’esempio e il comando che Gesù lascia come testamento la notte antecedente la passione: “Figlioli, ancora per poco sono con voi”; “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

È possibile compierlo? Se non lo fosse Gesù non l’avrebbe chiesto e comandato. Il compierlo richiede la sincera volontà e l’autentico desiderio personale di lasciarsi coinvolgere realmente dal suo amore. La comprensione e la realizzazione sarà sempre dono dello Spirito Santo, come afferma l’apostolo: “In questo sta l’amore. Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato suo figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).

Tutto ha il suo permanente principio nella trasformazione del profondo dell’essere per la sua morte e risurrezione. La percezione dell’amore così intenso, coinvolgente nella permanente fragilità e vulnerabilità della condizione umana, rende possibile quel che enunciano le ultime parole del testo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.

 

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