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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (At 15,1-2.22-29)

In relazione alla prassi abituale e alle idee consolidate dalla tradizione, le novità alcune volte sono bene accette, soprattutto quando sono in sintonia con le attese; altre volte, quando rompono schemi ritenuti immutabili e quindi inattaccabili, sono motivo di forte tensione, di grande preoccupazione e sconcerto. In questo secondo caso trovare una via d’uscita non è facile, a causa di interessi e situazioni ritenute inconciliabili.

È il caso del brano odierno. La posta in gioco è molto seria: “Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati”. È in gioco la salvezza individuale e collettiva del popolo eletto, con l’ingresso nel regno di Dio e l'avvento del Messia.

Parallelamente, anche nella Chiesa, sino a qualche decennio fa, è maturata una convinzione del genere. Fino a poco fa si insegnava che senza il battesimo (la nuova circoncisione) e fuori della Chiesa (il nuovo popolo eletto) non c’è salvezza. Pastoralmente era considerato peccato grave da parte dei genitori cristiani ritardare il battesimo del neonato, giacché la morte, sempre in agguato, avrebbe potuto escluderlo dalla salvezza e relegarlo al limbo (ultimamente è stato rivisto questo aspetto). Era un grande peso per la coscienza dei genitori e per la chiesa lasciar morire il bambino senza battesimo.

La circoncisione era il segno visibile dell’alleanza con Dio, dell’appartenenza al popolo d’Israele, e obbligava al rispetto della legge mosaica. Ogni adulto pagano doveva sottomettersi alla circoncisione nel momento della conversione al Dio d’Israele: era impossibile la salvezza per un pagano non circonciso.

La domanda che si poneva in quei tempi era: è necessario per un pagano diventare giudeo – essere circonciso – o basta la fede in Gesù Cristo, sigillata nel battesimo? Gesù non aveva dato alcuna indicazione al riguardo, aveva solo detto di battezzare tutte le genti. Ora, mettere da parte la tradizione basata sull’autorità di Mosè non era irrilevante né, tanto meno, evidente per tutti.

Grandissima era la tensione nelle comunità appena sorte, per cui la questione non poteva essere risolta dalla comunità locale. Era necessario l’intervento dell’autorità centrale degli apostoli e degli anziani, cosicché fu deciso che “Paolo e Bàrnaba e alcuni altri salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione”.

Era in gioco, oltre alla salvezza anche l’unità della comunità attorno a un aspetto decisivo e determinate della propria identità e all’azione pastorale nel suo insieme. La risposta fu audace e coraggiosa: no alla circoncisione. Le conseguenze furono enormi per lo smarcarsi dal giudaismo, e più avanti tale decisione determinerà la rottura con esso. Se non fosse stato così la chiesa sarebbe rimasta un’appendice del giudaismo. Da allora, la chiesa dovette reggersi, sempre più, per conto proprio.

Nonostante la decisione netta e chiara occorrerà tempo perché ciò sia assunto e assimilato nella pastorale della comunità. Rigurgiti di conservazione, con tutta la loro forza, tensione, polemiche e resistenze sono registrati nei testi del nuovo testamento.

Particolarmente significativo è il riferimento che motiva e argomenta la risposta: “È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo…”.

Il loro riunirsi in nome del Signore, motivati dalla fede nella Sua presenza – che Gesù aveva promesso prima di tornare al cielo -, e la decisione conseguente, è attribuita allo Spirito Santo.

Con quale percezione affermano l’azione dello Spirito in loro? Probabilmente essa è dovuta all’esperienza di Pentecoste che, come allora, stravolse la loro vita dopo lo sconvolgimento dell’evento pasquale. Attribuiscono allo Spirito Santo la comprensione della portata e l’ampiezza delle parole del Risorto nel caso specifico.

Lo Spirito fa di loro persone coraggiose e audaci davanti alle autorità che condannarono Gesù, liberandole dalla paura e dall’ignoranza. La memoria ha attinto alla forza e all’esempio di Gesù, alla sua audacia e coraggio nel dare risposte e assumere comportamenti sconvolgenti riguardo alle indicazioni e alla comprensione della legge mosaica. “fu detto … ma io vi dico”, in virtù dell'avvento del Regno di Dio e, con esso,  dell'opportunità di salvezza per chi, altrimenti, sarebbe rimasto escluso.

Probabilmente gli apostoli intesero la loro indicazione pastorale come generatrice di vita e di comunione universale, in sintonia con la volontà del Maestro. Con quella decisione diedero inizio alla nuova umanità nei termini indicati dalla seconda lettura.

 

2a lettura (Ap 21,10-14.22-23)

L’apostolo descrive la visione: “L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto”. Il monte è il luogo della manifestazione di Dio e gli aggettivi “grande e alto” evidenziano la sublimità della rivelazione.

L’angelo “mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio”. La nuova Gerusalemme è il luogo della presenza di Dio, della sua gloria, per quello che essa può contenere quale realtà creata, poiché il mistero di Dio è incommensurabile e l’infinità del cielo è il luogo della sua dimora.

La gloria è descritta con metafore di grande spessore e di particolare splendore, e il numero dodici –“dodici porte (…), dodici angeli (…) dodici tribù d’Israele (…), dodici basamenti sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello” – indica la perfezione, la pienezza di vita e splendore della nuova Gerusalemme, integrata da coloro che accolgono la testimonianza dei dodici apostoli riguardo all’Agnello.

Costoro, la comunità dei credenti, costituiscono il tempio di Dio, il luogo della sua presenza e della manifestazione della sua gloria. Quel che qualifica la città descritta è l’assenza del tempio, luogo tradizionale del sacro, della presenza e dell’incontro con Dio: “In essa non vidi alcun tempio: Il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio”.

Di conseguenza, “La città non ha bisogno della luce e del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”. Nella città tutto è avvolto nella luce; le tenebre – il male – sono definitivamente distrutte, non esistono più. La luce proviene dalla lampada, dall’Agnello immolato e “vivente”. L'insieme è la metafora della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, della purezza e radicalità dell’amore che tale evento ha in sé. Quest’ultimo – l'amore – è la realtà della comunione fra l’Agnello e la gloria di Dio.

La futura luce/gloria di Dio nel presente, nella vita giornaliera, è accessibile agli uomini per la pratica dell’amore che l’Agnello ha insegnato e testimoniato con la sua vita. Con essa l’Agnello ha coinvolto, gratuitamente e per la fede, chi apre la mente e il cuore al suo dono.

Quest’ultimo aspetto è di grande importanza perché mostra il legame solido e sicuro fra il presente e il futuro. Il legame costituisce, e autorizza, l’inversione del tempo e incoraggia la spiritualità centrata nella dinamica dell’amore, nell'azione sempre più coinvolgente e purificata dalla gratuità, scevra dal ritorno e dalla ricompensa che non sia la gioia per la pratica dell'amore stesso.

Già con l’imitazione del suo amore orientato ai fratelli più bisognosi si partecipa, sin d’ora,  al destino finale. Questa spiritualità anticipa, già oggi, l'avvento del regno ultimo e definitivo. Accogliere il dono, e praticarlo, è lo strumento che immerge sempre più nella luce e nella gloria.

Dal punto di vista della fede in Gesù Cristo, ogni cristiano cosciente discerne i propri pensieri e assume lo stile di vita corrispondente, a partire da questo futuro già presente che costituisce la manifestazione del corretto esercizio dell’Alleanza stabilita con Lui nel battesimo.

Nella Messa le parole della consacrazione rinnovano, nel sacrificio di Cristo, “la nuova ed eterna Alleanza”. L’iniziativa di Dio, permanentemente attualizzata con il perdono dei peccati – o meglio la fiducia riguardo agli effetti di ciò che sta realizzando – è l’immersione nella risurrezione, luce e gloria del Padre stesso.

L'evento trasforma la coscienza che la persona ha di sé stessa, fa percepire nel suo profondo la liberazione dal peccato, la vittoria del bene sul male e il sorgere della nuova condizione che rafforza la fiducia e la consapevolezza di essere amata, e genera la speranza del futuro escatologico, l’ultimo e definitivo dell’incontro con Dio.

Infine, la rende atta a ridisegnare i rapporti con gli altri, con l’ambiente, ad infondere forza e coraggio per lottare e resistere alle seduzioni del male a favore di una società più umana e fraterna. Nella trasformazione, nel rinnovamento, la gloria di Dio si manifesta con sempre maggiore splendore.

È impressionante la tenacia e la pazienza di Dio nel perseverare, nell’intimo della persona,  affinché si lasci realmente coinvolgere dalla generosità del suo amore. A tal fine, l’azione dello Spirito è imprescindibile, come insegna il vangelo.

 

Vangelo (Gv 14,23-29)

Gesù si rivolge ai discepoli dicendo: “Se uno mi ama osserva la mia parola (…) chi non mi ama, non osserva le mie parole”. L’amore è sempre un rapporto simbiotico in virtù del quale le persone coinvolte crescono in sintonia con la realtà vera e profonda di ognuna. In esso cresce la gioia individuale e l’armonia sociale; la comunione fraterna e la solitudine, invece di opporsi, come può sembrare ovvio, si attraggono vicendevolmente.

Gli apostoli, vivendo con Gesù, devono aver intuito e sperimentato qualcosa del genere. Si rallegrarono, pur nello sconcerto, per le sue parole, l’insegnamento e la pratica per l’avvento del regno. E Gesù avrà avuto momenti di soddisfazione per quello che hanno compreso, anche se parzialmente e debolmente, e per la loro perseveranza nel seguirlo.

L’amore e la parola formano un insieme e introducono il discepolo nel mistero dell’esistenza, nel coinvolgimento dell'amore trinitario: “il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Il “noi” si riferisce alla Trinità che, con la sua luce e gloria, si esprime nel discepolo.

Pertanto il discepolo è lo spazio nel quale Dio regna, ed è riconosciuto dallo stesso come Signore della sua vita. Quest’esperienza non è data una volta per sempre, ma è offerta continuamente. Essa è dono di Dio, che il discepolo accoglie e sintonizza per discernerlo nell’ambiguità delle circostanze della vita giornaliera. Discernimento sostenuto dal sincero amore a Cristo e alla causa: “Se uno mi ama osserva la mia parola “. Il risultato positivo offre momenti particolarmente intensi ed espressivi di preannuncio, garanzia e anticipazione del regno ultimo e definitivo, quando, con il ritorno del Risorto, Dio Padre “sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Tale momento finale, nelle parole di un prestigioso teologo quale Moltmann, rivelerà che “il ridere dell’universo è l’estasi di Dio”: condurre il rapporto simbiotico con la sua creazione alla massima espressione.

Il dono di comprendere il significato profondo della Parola è dato dallo Spirito Santo: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Lo Spirito Santo è la persona, la forza e lo spazio che lo qualificano come “Maestro interiore”, secondo la bella definizione di Sant’Agostino. È lo spazio della mente e del cuore del discepolo, che apre alla novità del Regno in lui e, contemporaneamente, è spazio alla passione del possibile riguardo alle trasformazioni dei rapporti interpersonali e sociali verso sintesi più umane, corrispondenti alle caratteristiche dell’alleanza.

Lo Spirito è forza, impulso e dinamica di un processo audace e coraggioso, motivato dalla passione su indicata, e sostenuto dal discernimento che, combinando la tradizione autentica con la novità, genera livelli particolarmente sorprendenti di speranza contro ogni illusione, difficoltà e opposizioni ritenute insormontabili.

Lo Spirito è la persona in cui ogni essere umano, e la creazione stessa, incontra autenticamente sé stesso, immerso nell’armonia e nella sinfonia della comunione trinitaria che dimora in lei e, allo stesso tempo, la trascende nell’incommensurabilità dell’amore, nel vortice quieto di una spirale che si espande senza fine.

Lo Spirito insegna e ricorda tutto quello che Gesù ha trasmesso ai discepoli riguardo al regno – da essi intuito parzialmente e in modo confuso – instaurando in essi la pace dinamica, attiva, coraggiosa, in lotta contro il male e la forza seduttrice del peccato, sempre presente come tentazione.

E Gesù afferma: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo io la do a voi”. Non si tratta di ciò che comunemente si intende, ossia assenza di problemi e conflitti, ma di quell’azione rigeneratrice e redentrice che sorge dal corretto svolgimento della missione iniziata da Gesù e che, i discepoli, attualizzano.

Lo Spirito è la nuova modalità della presenza di Gesù, e accompagna i discepoli nelle circostanze difficili in modo che “Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore”. La vittoria sul turbamento e la paura è una modalità per essere presente nella comunione con il Padre che è – “più grande di me” – e costituisce la garanzia del Suo ritorno, affinché Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15,28).

 

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