Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Agosto: 2019
L M M G V S D
« Lug    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 1,1-11)

Chi ha familiarità con la Bibbia sa che gli Atti degli Apostoli sono attribuiti a Luca, lo stesso autore che ha scritto il Vangelo omonimo. Gli Atti sono la continuazione del vangelo, cui si riferiscono le parole “Nel primo racconto, o Teofilo…”. Il libro è la testimonianza dell’azione dello Spirito nel sorgere delle prime comunità e della diffusione del Vangelo nel mondo allora conosciuto.

Il testo di questa domenica presenta Gesù nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione, in dialogo con gli apostoli: “Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”. L’indicazione – “quaranta giorni” – non corrisponde al tempo cronologico ma, in sintonia con altri riferimenti analoghi nei testi biblici, indica un tempo prolungato.

Sorprende che Gesù non faccia alcun riferimento a sé stesso, alla grande ingiustizia di cui è stato vittima, alle sofferenze della croce e all’esperienza della risurrezione, al tradimento e abbandono degli apostoli, ma soltanto al fine della missione relativa al regno Dio. Non c’è parola o accenno e, ancora meno, critica o rammarico riguardo all’ingratitudine del popolo e al comportamento degli apostoli.

È come se stesse parlando senza che niente di speciale fosse accaduto, con il solo intento di istruire gli apostoli riguardo al fine della sua attività e missione. Gesù indica agli apostoli come attendere “l’adempimento della promessa del Padre”, l’avvento del regno, la manifestazione della sua sovranità.

Con l’adempimento della promessa gli apostoli saranno coinvolti, “battezzati in Spirito Santo” e, con l’immersione nello Spirito Santo, acquisiranno le condizioni necessarie per continuare la missione del Maestro. Il coinvolgimento darà loro la comprensione, nei loro confronti e in quelli dell’umanità intera, degli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo e, con essa, il motivo e la finalità della missione in ordine alla causa del regno.

Le parole di Gesù, probabilmente, furono intese dagli apostoli come riferimento alla predicazione di Giovanni Battista perché domandano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele”? Essendogli riconosciuta la condizione di Messia, l’attesa è che liberi la nazione dalla presenza dei romani e purifichi il popolo, separando chi non osserva da chi compie la legge nell’instaurare il regno.

La loro comprensione è ancora molto lontana da ciò che Gesù proponeva di fare per mezzo loro. Tuttavia egli non si sorprende, né pretende di correggere o dare altra spiegazione riguardo all’avvento del regno, ma afferma che non compete ad essi conoscere quando e come avverrà, perché riservato al Padre.

Annuncia che il primo passo del loro coinvolgimento avverrò con l’invio dello Spirito: “riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. Lo Spirito li costituirà testimoni, garanti della verità, della realizzazione della salvezza personale di chi abbraccia, con amore e riconoscenza, il comportamento, la filosofia di vita e la dedicazione per amore alla persona di Gesù, avendo come fine della missione l'instaurazione di un mondo in sintonia con la volontà di Dio.

“Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. In tal modo l’Ascensione universalizza la missione, in modo che si estenda fino ai confini della terra per mezzo della loro predicazione e testimonianza.

I discepoli svolgeranno la missione fino al “ritorno” del Maestro dalla gloria di Dio, nella quale è accolto.

La gloria di Dio sfugge alla visione e percezione umana, ma l’occultamento non è allontanamento bensì la diversa presenza, garantita da Gesù stesso, nelle sue ultime parole del vangelo di Matteo.

La sorpresa dell’Ascensione ha lasciato gli apostoli sconcertati e, perciò, sono invitati a metterla da parte con questo annuncio: “Uomini di Galilea, perché state guardando il cielo?”; essi devono guardare verso la terra, la condizione umana, e assumere la missione per la quale sono inviati.

“Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. La nube che lo sottrae alla vista e lo rende invisibile è lo Spirito Santo, ed è la stessa che lo avvolse nella trasfigurazione sul monte. È per lo stesso Spirito che l’evento ultimo e definitivo del regno di Dio coinvolgerà l’umanità di tutti i tempi e la stessa creazione, con la manifestazione del Risorto nella gloria trinitaria quando la storia arriverà al punto finale.

Allora si manifesterà quel santuario del cielo cui fa riferimento la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 9,24-28; 10,19-23)

Aspetto importante della lettera agli Ebrei è la contrapposizione fra il Sommo Sacerdote dell’Antico Testamento e il sacerdozio di Gesù Cristo, realizzato con la sua morte e risurrezione. Al primo competeva offrire, annualmente nel tempio, il sangue delle vittime per il perdono dei suoi peccati e quelli del popolo, attraversando, non senza timore e grande compunzione, il velo che, nel piccolo vano, lo introduceva alla presenza di Dio.

Cristo è presentato nella doppia veste di sacerdote e vittima. Sacerdote perché offre sé stesso a Dio in riscatto dell’umanità che rappresenta, resistendo tenacemente e con determinazione, fino alla croce, a tutto ciò che lo distolga dalla causa del regno. A tal fine traccia il cammino di salvezza e l’evento del riscatto per tutti. L’amore alla verità, al popolo eletto e all’umanità, ha fatto sì che offrisse non il sangue di animali ma il proprio.

Quello che porta a buon fine la sua missione non è il sacrificio né il sangue versato, ma l’incommensurabile amore audace, coraggioso fino all’estremo, fiducioso che il Padre e lo Spirito daranno compimento all’opera a lui affidata, e rifiutata da parte dei destinatari. Perciò Cristo “non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo” – allusione al tempio di Gerusalemme dove il sommo Sacerdote officiava – “ma nel cielo stesso (non si tratta di spazio geografico ma dell’ambito divino) per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore .

Compare in virtù della rappresentanza liberamente assunta con l’incarnazione. In Lui  Dio Padre vede l’umanità redenta, purificata e trasformata dalla sua obbedienza alla causa del regno. Regno che il Padre e lo Spirito hanno impiantato nella sua persona con la risurrezione. Di conseguenza il regno è già presente nell’intimo di tutti quelli che credono in Lui, per il dono gratuito della rappresentanza e della mediazione.

Gesù Cristo si trova in una condizione singolarissima sia riguardo a Dio che all’umanità,  perché “dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti” – di coloro che per la fede accolgono il dono e percepiscono in virtù di esso la condizione di nuova creatura – “apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza”.

Il futuro, riferito al fatto che “apparirà una seconda volta”, non è riconducibile solo all’evento finale della storia, ma anche a questa vita presente, quando il crescere gradualmente nella fede in Colui che mi amato ed è morto per me – Paolo (Gal 2,20) – raggiunge, nel discepolo, un grado di consistenza e identificazione tale da trasmettere quello che le parole significano in ordine alla salvezza oggi, nella concretezza della vita giornaliera.

Il discepolo, per l’azione dello Spirito Santo, fa esperienza che il tempo acquista la dimensione di eternità, e lo spazio abbraccia il creato e l’universo, offrendo la ‘ visione’ dell’umanità e della storia con gli “occhi” di Dio.

Infatti il brano afferma che oggi “abbiamo piena libertà di entrare nel santuario”, nel quale Lui abita, avendo squarciato nella sua carne “il velo”, o meglio, il peccato di cui Lui stesso si era fatto carico agli occhi del Padre, pur non essendo peccatore. In altre parole, carica su di sé la sfiducia violenta e omicida degli uomini, che lo considerano impostore e maledetto da Dio e, allo stesso tempo, mantiene la fiducia nel Padre,  nell’avvento della sua sovranità su sé stesso, sulla persona che rappresenta e sul creato, oltre il rigetto e la morte. Il che accade con la risurrezione, in virtù della quale Gesù Cristo è “un sacerdote grande nella casa di Dio”.

Ecco, allora, l’esortazione finale: “accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati (…). Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso”.

La salvezza è oggi, ora. Con essa – l’intervento ultimo e definitivo – la persona è redenta e rigenerata, entra nell’ambito del divino e si consolida in lei la speranza di partecipare pienamente dell’avvento del regno alla fine dei tempi, quando Dio si rivelerà “tutto in tutti” (1 Cor 15,28)

L’ascensione è la manifestazione del destino di gloria di tutta la creazione, e della partecipazione alla vita piena di ogni credente, il cui cammino in questa terra è seguire il Signore, imitando la fede che lui stesso ha vissuto e portato a compimento (Eb 12,2).

 

Vangelo (Lc 24,46-53)

Gesù affida la missione ai discepoli: “Di questo voi siete testimoni”. Essa consiste nel trasmettere come e perché Gesù è veramente il Cristo, il Messia tanto atteso, compimento delle Scritture che affermano: “patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”.

Gesù parla ai suoi discepoli del Cristo come se trattasse di un’altra persona. Si può capire ciò perché ancora non hanno compreso il legame fra la sua persona e il Cristo,  che la risurrezione ha autenticato una volta per sempre.

Descrivendo lo stesso evento dell’ascensione Matteo afferma che “Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono” (Mt 28, 17). I discepoli non riescono a districarsi con l’evento pasquale per cui sorgono, nel loro animo, sentimenti contrapposti di sottomissione e di dubbio. Questo perché l’evento pasquale li trova completamente impreparati, a causa del colpo durissimo della morte il venerdì, e la risurrezione genera in loro uno sconcerto di non minore intensità.

Cosa poi significhi, in termini di ricaduta su di loro e su tutti quelli che crederanno nella loro testimonianza, era ancora tutto da scoprire. Per questo Gesù si premura di dare loro una prima spiegazione, rassicurandoli che l’accaduto è in sintonia con la tradizione registrata dalla Scrittura. Allo stesso tempo li orienta riguardo all'efficacia dell’evento,  nei termini della necessaria conversione e perdono dei peccati per tutti indistintamente.

L’universalità della missione, compito dei discepoli attraverso l’elaborazione di un nuovo metodo, richiede audacia, coraggio e creatività nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio nel presente, partecipazione e caparra di quello futuro alla fine dei tempi. Essa coinvolge Israele e tutte le nazioni della terra.

La missione, attivando la dinamica di morte e risurrezione in tutte le piccole e grandi attività umane che, per la loro intrinseca ambiguità, saranno purificate e rinnovate per la partecipazione e anticipazione della gloria di Dio, farà generare nuova vita nei discepoli e renderà nuove tutte le cose, inclusa l’organizzazione sociale locale e universale.

La dinamica è propria dello Spirito Santo, che procede dal Padre ed è lo Spirito di Gesù Cristo – costituito tale dalla risurrezione -, e nel credente conforma un sinolo (l’unione di materia e forma) con Lui: l’unione nel rispetto delle specifiche diversità.

In tal modo lo Spirito di Cristo accompagna e continua la missione nei discepoli: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso”. La coscienza di tale condizione sostiene la loro missione, ed essa prenderà consistenza quando saranno “rivestiti di potenza dall’alto”, nella Pentecoste. Dovranno aspettare quel momento, ormai imminente, che completerà l’evento della rivelazione di Dio riguardo al regno, al suo inizio, crescita e destino.

L’ascensione pone termine alla presenza fisica del risorto e indica la meta ultima e definitiva, non solo di Gesù ma di tutta l’umanità e del creato, con la partecipazione piena nella gloria di Dio. Tale comprensione fa sì che i discepoli ritornino “a Gerusalemme con grande gioia e stavano nel tempio lodando Dio”.

È nota la frase di sant’Ireneo: “la gloria di Dio è la vita degli uomini”; e il regno di Dio è la condizione affinché essa si manifesti nell’armonia e fraternità della condizione umana.

e la vita degli uomini è la lode a Dio”, nel riconoscere in Lui l’inesauribile fonte, principio e pienezza di vita.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento