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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,1-11)

L’evento di Pentecoste – cinquanta giorni dopo la Pasqua – segna un momento molto importante e decisivo per l’umanità, con l’invio dello Spirito Santo preannunciato da Gesù stesso ai discepoli il giorno dell’ascensione.

Ogni manifestazione di Dio è improvvisa, senza alcun avvertimento. Essa irrompe in modo sconcertante nell’ambiente, coinvolge e sconvolge la vita delle persone a cui è diretta. I discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, a porte chiuse per paura dei giudei. Per loro è difficile raccontare esattamente quello che è successo perché non ci sono parole adeguate e, necessariamente, ricorrono a comparazioni “quasi un vento che si abbatte impetuoso” “apparvero loro lingue come di fuoco”, giacché l’evento va molto oltre la capacità della corretta descrizione, essendo manifestazione dell’insondabile complessità del mistero di Dio.

Le ‘lingue’ si posarono su ciascuno di loro “e tutti furono colmati di Spirito Santo”. Esse sono il segno esterno dell’evento, che inciderà in modo determinate sull’opera di Dio nella storia, orientandola verso il fine da Lui stabilito riguardo alla partecipazione dell’umanità e del creato alla sua gloria con l'instaurazione del suo Regno.

L’essere colmati dallo Spirito che cosa ha significato per i discepoli e per gli apostoli in termini di comprensione dell’evento pasquale? e che ricaduta ha avuto sul loro comportamento riguardo alla missione affidata da Gesù?

Riguardo al primo aspetto, si è dato il rovesciamento dell’idea predominante sulla persona e attività di Gesù che da maledetto da Dio – tale era il significato del crocefisso – è annunciato come Salvatore e il Messia atteso. Nessuno se lo aspettava.

Pur avendolo visto Risorto, il significato pieno dell’evento rimane appannato, un misto tra lo stupore e l’incredulità. Lo Spirito, come un fuoco purificatore, ha fatto comprendere la portata dell’amore di Dio nel Risorto e l’avvento della sovranità di Dio, del regno in loro, fra loro e con tutta l’umanità.

Il rovesciamento riguarda non solo la comprensione della persona e l’attività di Gesù, ma anche degli stessi discepoli, della nuova percezione di sé stessi per il coinvolgimento e l’immersione nella realtà dell’amore di Dio, al punto da sentirsi trasformati, liberi dallo sconcerto e dal dubbio riguardo alla persona di Gesù Risorto.

Riguardo alla ricaduta sul loro comportamento, il coinvolgimento con il Risorto li porta ad annunciare e testimoniare il significato e la portata della risurrezione del Maestro; a donarsi per la causa del regno con lo stesso amore con il quale ognuno di loro è amato dal Signore e declinare tale amore nell’audacia coraggiosa dell’impeto missionario, rivolto alle autorità che condannarono Gesù, e ad  estenderlo a tutto il popolo e alle nazioni.

È l’esperienza “del vento impetuoso” – una forza irresistibile e incontrollabile – generata dalle “lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro” che crea lo spazio nella mente e nel cuore di ognuno, attivando la comprensione dell’evento e il loro coinvolgimento nel continuare la missione di Gesù Cristo a favore dell’umanità.

Come gli apostoli, ogni credente che apre la mente e il cuore allo Spirito trova l’autenticità di sé stesso nel fare propria la dinamica dell’amore di Gesù. In tal modo è reso capace di gestire quello che è caratteristico della propria cultura e del proprio patrimonio personale, nel rapporto simbiotico con sé stesso e altri appartenenti ad altre culture.

È attivata la dinamica della comunione fraterna e solidale e, nello stesso tempo, lo sviluppo, l’approfondimento di quello che di più vero appartiene a ogni soggetto preso singolarmente, con il risultato di rendere sempre più percepibile in ognuno, per la responsabilità a favore della causa del regno, l'immagine di Cristo.

Tale dinamica, nella misura in cui vi aderisce ogni gruppo etnico, senza rinunciare a ciò che è specifico della propria cultura, inclusa la fede religiosa, porta allo stupore, alla meraviglia come per coloro che si rivolgevano agli apostoli: “E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?”.

Persone di ogni parte del mondo allora conosciuto affermano: “li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio”.

Le grandi opere di Dio, tese alla fraternità universale, al regno di Dio per la pratica dell’amore, della giustizia e del diritto, trovano nella ricapitolazione in Gesù Cristo la vita in abbondanza e il senso del loro specifico cammino come veritiero.

Vivere nello Spirito per Cristo, con Cristo e in Cristo, è abbandonare i criteri che si oppongono a tale progetto, quello che Paolo nella seconda lettura indicherà come “carne”.

 

2a lettura (Rm 8,8-17)

Il brano è una pagina molto espressiva del coinvolgimento di Dio con l’uomo e viceversa,  per mezzo dello Spirito Santo. Paolo afferma la presenza dello Spirito nel credente “dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi”. Lasciarsi guidare da esso è coinvolgersi nella vita divina, immergersi nella realtà profonda di Dio e stabilire l'autentico rapporto filiale:  “tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio”.

È lo Spirito che nel Padre e nel Figlio conforma la dinamica per la quale, nel donarsi reciprocamente l’uno a favore degli altri due, si costituisce il circolo vitale e inesauribile dell’amore quale essenza ed esistenza delle loro tre singolarità – le tre “persone” – il mistero di Dio che tutto crea e coinvolge nella pienezza di vita senza fine.

È lo Spirito che conforma la realtà del Risorto – Gesù Cristo – e da questi è donato nell’intimo del credente. Con esso, “dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi”, trasmette la condizione e i doni necessari per continuare e svolgere la missione del Maestro.

Previa la libera decisione di accogliere il dono della persona di Gesù, del suo insegnamento, della sua pratica in favore dell’avvento del regno di Dio, nell’intimo del credente si consolida il senso di appartenenza mutua. Con essa sorge in lui la chiamata e la determinazione alla causa del regno, in virtù dell’amore nel quale è coinvolto per l’azione dello stesso Spirito.

L’immediata conseguenza è il riscatto dal peccato e la rigenerazione dell’esistenza: “Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto al peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia” e operano su due rotaie parallele. Una è “il vostro corpo è morto al peccato” e, pur essendo sottoposto alla tentazione, alla seduzione del male, esso ha in sé gli antidoti per non cadere o lasciarsi trascinare nel peccato.

L’altra è rigenerazione della “vita per la giustizia”, per fare nuove tutte le cose – personali e sociali – nell’ambito dell’evento escatologico del regno di Dio, fautore della pace, dell’armonia, tramite l’intelligenza della fede in Gesù Cristo.

La nuova condizione del credente lo rende somigliante a Gesù Cristo, e capace di praticare la giustizia di Dio nei rapporti con gli altri, con la società e con il creato, sostenuto dalla determinazione di procedere secondo le indicazioni dell’apostolo: "Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto li dominio della carne (…) il vostro corpo è morto per il peccato”. 

Paolo, rivolgendosi ai membri della comunità usa il condizionale: "Se qualcuno non ha (…) se Cristo è in voi (…) se lo Spirito di Dio abita in voi”, perché quanto affermato e percepito come realtà conforma l’essere e l’identità, sostiene la vita e motiva la pratica di ognuno di loro, e la comunità nel suo insieme, in sintonia con la volontà trinitaria.

Quello che Dio opera in loro diventa efficace per accogliere l’ampiezza dello spazio dello Spirito nella mente e nel cuore, quale progetto evangelizzatore in virtù della comprensione e del libero coinvolgimento nella dinamica disposta dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo.

Ne consegue che “noi siamo debitori non verso la carne”, verso i criteri che non rapportano al disegno e alla volontà di Dio e provocano la morte (si riferisce non solo a quella fisica, ma soprattutto alla seconda morte segnalata dall’Apocalisse, ovvero, alla perdita di umanità, la morte psicologica, sociale, morale, e l’indifferenza allo Spirito), ma “Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio (…) eredi di Dio, coeredi di Cristo”.

Prova dell’autenticità di tutto ciò è lo stile di vita e lo spendersi per la causa del regno, nello stesso modo in cui Gesù ha agito e testimoniato, "se davvero prendiamo parte delle sue sofferenze per partecipare della sua gloria”. 

Tutto dipende dalla qualità dell’imitazione di Cristo, in sintonia con l’esortazione del Vangelo.

 

Vangelo (Gv 14,15-16.23b-26)

Gesù, il Giovedì Santo, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, disse: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Il condizionale appunta all’imprescindibile, quale è l’amore nei suoi riguardi. Non si tratta semplicemente di ricaduta nell’ambito affettivo, emozionale e psicologico, ma di sintonia e identità con il progetto, con la causa per la quale consegna sé stesso.

La verifica è l’osservanza della “mia parola”, da intendere non solo come discorso, insegnamento, istruzione, ma l’unione di parole e fatti intimamente connessi, in modo che le parole illustrano i fatti e quest’ultimi testimoniano la validità dell’insegnamento. La parola è l’evento della sua persona nel compimento della missione.

Nel coinvolgimento della sua persona, entra in gioco anche la persona del Padre, del quale sta compiendo la sua volontà, trasmettendo il dono dell’avvento del regno: di conseguenza “il Padre mio lo amerà”. Siccome l’amore fra Padre e Figlio e alla causa del regno coinvolge lo Spirito, ecco apparire il “noi verremo a lui” – la persona dello Spirito – e con esso l’effetto nel credente, ossia “prenderemo dimora presso di lui”. È l’immersione e la comunione nella vita trinitaria, il punto alto dell’esperienza di Dio nella vita giornaliera: il credente abitato dalla trinità.

Nell’osservanza dello stile di vita, della filosofia, delle scelte e del comportamento di Gesù il credente non è solo ma può contare sull'intercessione di Gesù Cristo presso il Padre affinché invii lo Spirito: "io pregherò il Padre ed egli invierà un altro Paràclito – avvocato, consolatore, aiuto; “altro” nel senso di diverso, ma non estraneo da lui e dal Figlio – perché rimanga con voi sempre”.

Fisicamente Gesù sta per lasciare il mondo ma la sua presenza è assicurata dallo Spirito Santo, che allo stesso tempo è intimamente unito a lui quale Spirito di Cristo, ovvero: “lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome” in virtù della risurrezione, per manifestare la sua presenza corporale nella gloria del Padre.

Ebbene, lo Spirito Santo "vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho insegnato” in merito al corretto svolgimento della missione per la causa del regno. Durante la vita terrena, con l'azione pastorale di Gesù, gli apostoli e i discepoli non compresero quasi nulla della missione del Maestro. Quante volte Gesù rimase frustrato e deluso per la loro incomprensione, nonostante avesse dedicato loro tempo e momenti particolari di spiegazione e insegnamento.

Tuttavia, essi non lo abbandonano e continuano con lui fino alla fine. Una fine che, ormai prossima, si rivelerà molto più sconcertante e destabilizzante di tutto quello che sino ad allora avevano vissuto.

Solo lo Spirito, presente e attivo nella vita e nella missione di Gesù, può istruire e far comprendere loro la portata e la grandezza riguardo all’avvento del regno, del quale è artefice ed esecutore, una volta che questi, compiuta la missione terrena, ritorna con la sua umanità redenta nell’ambito della vita trinitaria, nel mistero di Dio.

Lo Spirito è il “maestro interiore”, l’agente per il quale la trinità trasmette l’intelligenza, l’audacia, la creatività e il coraggio di Cristo per rispondere adeguatamente, e creativamente, al farsi della salvezza – del regno di Dio – nelle diverse circostanze e avvenimenti della vita personale, familiare e sociale, come anticipo di quella che si manifesterà pienamente alla fine dei tempi.

In tal modo i discepoli saranno sale, fermento e luce nel mondo, quest’ultimo inteso come realtà distante dall’amore trinitario. La loro azione e testimonianza farà sì che ogni diversità ritrovi l’autenticità di sé stessa, nella pluralità delle culture e nella complessità del vivere sociale, per la pratica e l’audacia dell’amore trinitario.

In essi sarà costituita e valorizzata la soggettività responsabile e autonoma dell’evangelizzazione, affinché la buona notizia diventi buona realtà di comunione fraterna  e fonte di gioia già in questa esistenza temporale.

Ma è necessario che il discepolo, la comunità e la Chiesa in generale,non perdano il sapore del sale, la forza del fermento e la luce della gioia, vincendo il costante pericolo dell’autoreferenzialità nell’ambito individuale come in quello comunitario. È la sfida della nuova evangelizzazione.

 

 

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