Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Agosto: 2019
L M M G V S D
« Lug    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Pr 8,22-31)

Il brano presenta la Sapienza come una persona in rapporto con Dio: “Così parla la Sapienza di Dio”, e rivela la sua origine: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra”. Essa è in Dio e con Dio fin dall’eternità, da prima della creazione.

Dio non è un soggetto individuale e solo; la Sapienza è al suo lato, partecipa della sua essenza, della sua esistenza nel testimoniare che il Signore, quando “fissava i cieli, io ero là”, e “quando disponeva le fondamenta della terra io ero con lui come artefice”, coinvolta nella creazione dell’universo quale mistero dell'insieme organicamente strutturato e sintonizzato a favore del progetto di sviluppo e crescita dell'umanità, del bene comune.

L'insieme ha in sé stesso gli elementi e le condizioni di comunione fra le persone e i popoli che lo compongono. Esso si può paragonare agli elementi di un’orchestra nella quale ognuno svolge la parte che gli compete, in sintonia con il progetto di armonia e pace proprio della Sapienza, conforme alla volontà del Signore.

È doveroso non perdere di vista tale aspetto perché ogni persona, ogni gruppo umano, ogni elemento del creato non è casuale né superfluo o senza senso, ma è necessario per il ridere dell’universo, che è l’estasi di Dio, come ben dice un teologo della portata di Moltmann, ovvero l’avvento del suo regno.

Tale estasi aggancia il con ruolo della Sapienza: “ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”, il cui gioco nell'ambito divino coinvolge gli uomini nell'elaborare e testimoniare l'evento della comunione, nell'orizzonte dell'armonia e della pace.

Cosicché ogni momento è camminare insieme nel dono di uno per l’altro, nel trovarsi l’uno nell’altro nel gioco, nell’allegria sincera, disinteressata, gratuita, senza secondi fini, nella trasparenza dell’autentico rapporto.

Sotto tale profilo un’immagine affine all’esperienza della vita in Dio è offerta da tre bambini in tenera età attratti dal gioco che li accomuna nello stare insieme. Essi vivono il presente con tutto se stessi, con intensità, nella pura gratuità, senza rivalità o competizione, ma totalmente presi e coinvolti nel gioco puro e semplice, il cui fine è la gioia.

È il gioco che in Dio suscita stupore e delizia: “ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno”, e fa sì che la Sapienza lo riversi nella creazione: "giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

Purtroppo gli stessi “figli dell’uomo” non si lasciano coinvolgere, resistono al gioco a causa della distorsione profonda del loro mondo interiore, deviato su altri cammini, spinti dalle loro immediate percezioni e sentimenti, sperando, ma allo stesso tempo illudendosi, di raggiungere gli stessi risultati.

Per loro il gioco ha tutt’altre caratteristiche.

Di conseguenza sono artefici di quelle condizioni individuali e sociali che tuttora sperimentano persone e gruppi sociali in termini drammatici dal punto di vista umano, psicologico, morale, ecologico.

Il gioco di Dio è la carità, il gioco dell’amore, la cui caratteristica e le esigenze di esso Gesù renderà visibile con la sua azione pastorale in ordine al regno di Dio, testimoniandone la validità e la bontà con il dono di se stesso nella Pasqua.

Attraverso la fiducia del credente nella persona e nell'operato di Gesù, per mezzo dello Spirito Santo, si restaura nel credente la condizione originaria affinché, immerso nel gioco trinitario, nel gioco di Dio, dia testimonianza della sovranità di Dio in lui,  estendibile a tutti per formare la nuova umanità nel diritto e nella giustizia che provengono da Dio.

A ciò fa riferimento la seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 5,1-5)

Il brano traccia sinteticamente l’azione del Figlio riguardo alla giustificazione e alla sua ricaduta nella vita del credente. Essa – la giustificazione – è elaborata e portata a termine da Gesù con l’evento pasquale. Per la fede nella persona di Gesù Cristo, e nella causa del regno, essa riscatta dal peccato e rigenera la vita del credente.

Afferma l’apostolo, riferendosi a sé stesso e ai membri della comunità di Roma, che essi, “giustificati per la fede (…) siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. La fede qualifica il rapporto con Dio in termini di pace perché nell’accogliere il dono di Gesù Cristo, quale rappresentante davanti al Padre di ogni uomo e dell’umanità corrotta dal peccato, sono resi giusti.

Con la sua vita, morte e risurrezione, Gesù sconfigge e distrugge il peccato in modo da non cedere alle lusinghe, alla seduzione dello stesso, ingannati dall'idea di procedere a favore della causa per un cammino diverso da quello insegnato e testimoniato da Gesù.

La consegna di Gesù è per amore a ogni singola persona, e per l’umanità della quale sente, nel proprio intimo umano, le stesse lusinghe e seduzioni. Non piegandosi alla tentazione, ma resistendo tenacemente fino alla morte, riscatta alla condizione di giusto, davanti a Dio Padre, la propria umanità e, allo stesso tempo, quella di ogni persona e dell’umanità intera, quale rappresentante di essa.

La sua vittoria, e gli effetti di essa, sono trasmessi al credente che, con fiducia, accoglie il dono. La sua mediazione è totalmente gratuita, non dipende da alcun merito né da alcuna qualità specifica né, meno ancora, dal premio per il buon comportamento, come se fosse merce di scambio. È semplicemente frutto della radicalità dell’amore.

La mediazione di redenzione e giustificazione nel credente sorregge e accompagna ogni momento del vivere giornaliero, sia nelle tribolazioni del presente che nel futuro. Pertanto il futuro è, in un certo senso, già presente, perché "l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo” mantiene "saldi nella speranza della gloria di Dio”, essendo la grazia stessa anticipazione della gloria futura. Perciò Paolo, e ogni credente, correttamente si vantano di ereditare il futuro della gloria promessa, manifestata nel Risorto.

Riguardo alle tribolazioni del presente, sorprendentemente Paolo afferma che sono motivo di vanto, perché legate al consolidamento della speranza, “sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza”.  Non è comune vantarsi delle tribolazioni, anzi accade il contrario; nella maggioranza dei casi distruggono la speranza, sono motivo di sfiducia e allontanamento per non dare credito alla presenza del Signore, del quale aspettano l’intervento e l’aiuto per uscirne con successo.

Tuttavia Paolo insegna e testimonia che nella sofferenza per la causa del Regno – come lo è stato per Gesù – percepisce il forgiarsi della consistenza dell’amore con cui è amato dal Signore e, con esso, la crescita della speranza acquisisce spessore e solidità.

Tale risultato non è dovuto alla sofferenza in sé, ma all’amore che rende forti e capaci di sostenerla. Amore quale coinvolgimento ineludibile a quello sperimentato con la redenzione e la giustificazione donata dalla fede in Gesù Cristo, che declina il consolidamento della speranza nel partecipare alla pienezza della gloria di Dio alla fine dei tempi. È nella dinamica dell’amore coinvolgente di Dio che “la speranza non delude”.

Spiega l’apostolo: “perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. L’artefice ultimo che accompagna con successo il crescere nella comunione con Dio è lo Spirito Santo. Gli effetti della Pentecoste sono costanti, o meglio, sono continuamente alla portata di ogni credente che, memore nell’intimo della sua presenza, fiduciosamente ne invoca l’intervento.

Disponendosi all’intervento dello Spirito, egli è posto nella condizione di aprire il cuore e la mente per dare spazio e la dovuta attenzione a tutto ciò che lo circonda e lo interpella. Nello spazio che si apre emergono i criteri per discernere il bene dal male, la verità dalla menzogna, cosa ritenere e cosa rifiutare in ordine alla causa del regno.

Non solo, ma riceve forza, audacia e coraggio per agire con determinazione scelte nuove, diverse da quelle consuetudini della collettività, il che porta con sé possibili turbamenti di non poco conto.

Il maestro interiore, come definisce lo Spirito Santo sant’Agostino, ha una funzione permanente all’interno della comunità dei credenti e, più in generale, nell’intera umanità.

È quello cui fa riferimento il Vangelo.

 

Vangelo (Gv 16,12-15)

Gesù cosciente che la sua filosofia di vita, l’insegnamento, le scelte e il comportamento non sono comprese dai discepoli, nell'immediatezza della passione e dopo l'ultima cena afferma: "Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Essi non sono in condizioni per farsi carico della portata e della finalità della missione in sintonia con l’avvento del regno.

E allora perché non posticipa gli eventi pasquali offrendo maggiori spiegazioni con la pazienza di chi comprende il loro limite? Non c’è risposta ma si può dedurre che è stato fatto tutto quello che doveva insegnare e fare dall’ultima parola prima di morire: “È compiuto!” (Gv 19,36).

Ma questo lasciare le cose a metà ha un seguito nel quale interviene direttamente lo Spirito e annuncia che tale carenza sarà supplita: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”.

Come intendere la verità? Essa non è circoscritta all’identità tra parole e oggetto o l’oggettiva esposizione di un fatto ma va ben oltre. Consiste nell’azione della persona o della comunità credente volta all’accoglienza della sovranità di Dio – il regno – per la quale le persone sono coinvolte, motivate e animate ad agire positivamente con il dono di sé stessi, nella pratica del diritto e della giustizia in ordine alla fratellanza, alla solidarietà e all’armonia con il creato; in breve, tutto in ordine alla pace.

Lo Spirito, perché verità, ha il compito di guidare il credente nella causa del Regno a “tutta la verità”. Nelle diverse circostanze e situazioni il discepolo trova nello Spirito l'ispirazione e la forza per attualizzare l'amore che Gesù segnala quale comandamento da lui insegnato e testimoniato fino alla fine.

Pertanto, guidati alla verità completa, si apre la chiarezza del cammino, delle mediazioni opportune e si consolida la determinazione necessaria e coraggiosa per compiere i passi convenienti. La verità è fondamentalmente azione.

Gesù mostra il compimento della verità nello sconcertante Venerdì Santo. L’evento indica come è difficile per le persone sintonizzare con la verità senza la fiducia in Gesù Cristo, nel suo insegnamento per la causa del regno. Lui stesso disse di sé: “Io sono il cammino” perché "verità e vita”.

Lo Spirito “non parlerà da sé stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. Le “cose future” non si riferiscono a eventi sconosciuti, alla loro improvvisa e inaspettata realizzazione, ma al nuovo ordine delle cose proprie dalla filosofia di vita, dalle scelte e dalla morte e risurrezione di Gesù, che rivela il destino delle persone, dell’umanità e del creato, nella pienezza di vita della gloria di Dio alla fine dei tempi.

L’evento pasquale segna la glorificazione di Gesù, l’entrata nella gloria di Dio che lo consacra definitivamente come il Messia, l’Unto, il Cristo. Pertanto, lo Spirito “prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”, nel senso che farà comprendere la portata e l’importanza dell’evento e, soprattutto, come declinarlo nelle diverse situazioni, contesti, culture in cui i discepoli svolgeranno la missione in ordine al regno di Dio.

La rivelazione dell’azione della Trinità è finalizzata all’annuncio e al cammino nel quale accogliere l’avvento del regno e, con esso, della signoria di Dio, della pienezza di vita nella sua gloria e il dono della salvezza di ogni persona: “Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà quel che è mio e ve lo annuncerà”.

I discepoli, nel continuare e testimoniare la missione di Gesù fino agli ultimi confini della terra. hanno come sostegno l’insegnamento del Maestro e, con esso, l’audacia, la creatività e il coraggio, doni dallo Spirito – il maestro interiore – indispensabile e ineludibile per discernere il bene dal male, la verità dalla menzogna e declinare correttamente l’evento pasquale, in modo da rispondere adeguatamente al bisogno di vita e di amore delle persone e della collettività nella partecipazione alla realtà del regno.

La Trinità si rivela come il DNA della missione e della vita di tutti e di tutto nel momento in cui le persone e la società si aprono e aderiscono alla dinamica dell’amore propria della Trinità che Gesù ha testimoniato. Comprendere l’agire trinitario è fonte di creatività, di sorpresa e stupore, quando si manifesta ai discepoli e negli eventi nei quali sono partecipi, per coinvolgere i destinatari alla vita in abbondanza nel presente, come anticipo della pienezza di vita e della gloria futura.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento